...Da un lontano pomeriggio
di Rosetta Menarello
Con le mani strette sugli occhi che, da soli non
volevano star chiusi, Mario contava:
- Uno, due, tre, quattro…
La camicia, troppo lunga per la sua corporatura
esile, gli dava un senso di frescura in quel
pomeriggio di fine estate e, quando correva,
si sentiva un aquilone, una specie di stropicciato
aquilone di quelli che il nonno gli aveva
insegnato a costruire con la carta dell’uovo di
pasqua. A lui piaceva tantissimo correre, anche
da solo, in mezzo all’erba per poi lasciarsi cadere
sfiatato a braccia larghe e la faccia al cielo
per contar nuvole.
- Cinque, sei, sette, otto…
Sentiva i suoi amici parlottare e ridere; percepiva
mozziconi di parole nello sparpagliarsi del
gruppo che cercava un nascondiglio.
Avevano deciso di giocare a nascondino e a
Mario era toccato di “star sotto”. Non gli piaceva
questo gioco perchè gli altri erano tutti
più grandi e sparivano lontano dalla “tana” e
mentre li cercava, di solito riuscivano ad essere
più scaltri e veloci battendolo nella corsa, raggiungendo
così la base prima di lui.
- Nove, dieci, undici, dodici…
S’era piazzato accanto alla finestra dell’antica
villa segnata dalla brutalità del tempo e dall’incuria
degli uomini che spesso si alleano con lo
scorrere degli eventi negativi e ne diventano
complici.
La villa era stata infatti una stupenda costruzione
ed aveva dominato il paese per decenni.
Poi, per una sorta di graduale mutamento del
destino, la famiglia che la abitava da generazioni
si era lentamente disgregata: matrimoni
senza figli, discendenti morti prematuramente,
dissesti finanziari, avevano compiuto l’opera
di sgretolamento che ora toccava a quelle pietre…
Mario sbirciò attraverso le dita che ora fingeva
di stringere sugli occhi ed avvertì un piccolo
tuffo al cuore osservando quelle pietre scalcinate
che parevano ossa spolpate…
I battenti sprangati gli apparvero come visi
impenetrabili e seri. Sembravano il volto del
tempo che giudica impassibile le azioni degli
uomini e non teme neppure la potenza del sole
che quel giorno pulsava come un cuore nel
petto dell’universo.
Mario richiuse in fretta le dita:
- Tredici, quattordici, quindici… venti, chi è
fuori e fuori chi è sotto è sotto.
Spalancò le braccia ed aprì gli occhi lasciandoli
aggredire dall’abbagliante luminescenza del
pomeriggio.
Intorno regnava il silenzio e fu proprio il muto
tacere delle cose che sottolineò lo stupore del
bambino.
Una finestra, prima chiusa e disastrata, era
aperta ed incorniciata da muri perfettamente
intonacati.
Come attratto dall’inaspettata novità della visione,
Mario toccò la parete che aveva riconquistato
la giovinezza.
Passò con la mano lungo tutto il muro fino ad
arrivare alla porta.
Ebbe paura: stava sognando?
Antonio, Carlo, Pietro!
- Chiamò a squarciagola, ma nessuno rispose.
Silenzio. Non si vedeva anima viva.
Chiamò ancora e niente.
Gli alberi intorno alla casa furono l’unica voce
a dare un segno di vita ai suoi richiami e quella
specie di scrosciare fluido delle foglie gli trasmise
coraggio e fu così che aprì quella porta
ed entrò.
Si trovò in un minuscolo atrio che segnava lo
spazio dell’ingresso e da lì, fatti pochi passi,
raggiunse un ampio salone al centro del quale
troneggiava una solida tavola in legno scuro
dalle gambe intarsiate. Alle pareti erano addossati
eleganti mobili in stile.
Alcuni quadri, raffiguranti paesaggi bucolici,
arricchivano l’arredo.
Una folata di vento fresco e piacevolissimo gli
carezzò la fronte imperlata di minuscole gocce
di sudore e sollevò, come un’onda, la tenda
della finestra che si apriva alla sua sinistra.
Quel silenzioso movimento velato creò in lui
una sensazione di accesa curiosità e con lo
sguardo percorse il pavimento del salone per
trovare un accesso ad altre stanze.
In fondo a destra si intravedeva una porta laterale
dai battenti socchiusi.
Mario vi diresse i suoi passi e fu in quel breve
tratto che la sua attenzione fu attirata da una
serie di foto in cornici liberty d’argento sistemate
con buon gusto su un mobiletto a muro.
Le immagini ritraevano persone adulte in abiti
“primo Novecento”: donne dallo sguardo serio
fisso all’obiettivo e uomini con baffi scuri e
portamento rigido.
In una c’era un gruppo di famiglia dove una
coppia era seduta accanto a tre giovanotti
dall’aria un po’ scanzonata. Accanto alla signora,
stava in piedi una giovane cameriera.
Indossava vestiti ordinati ed un grembiule da
lavoro con le spalline inamidate.
Mario, attratto da quei volti un po’ severi, allungò
la mano e prese la foto per osservarla
meglio. La fisionomia della cameriera gli era
familiare.
Si, si adesso era sicuro! Quella cameriera era
la bisnonna Gina, quella che aveva visto nelle
foto ingiallite dell’album di famiglia. Allora
aveva lavorato in quella casa!
Aveva sentito una strana storia sulla bisnonna.
La raccontava zia Anna con una punta di
mistero nella voce. Mormorava: “E’ stata colpa
del signorino Alessio, lei aveva perso la testa
povera Gina!”
Quando capì di essere nei guai voleva uccidersi.
Fu salvata ad un pelo dalla morte. S’era
gettata nel fiume per la vergogna e la paura!
Il Signore però ha pietà dei poveri diavoli e la
volle salva e volle salvo anche quel figlio nato
e cresciuto senza padre…
Quelle parole riemersero nella memoria di Mario
come silenziose ninfee galleggianti.
La cornice brillava nelle sue mani e la scena
della foto gli apparve in un realismo assoluto.
Rivide, come in un sogno, la bisnonna Gina
tenere in braccio nonno Arturo piccolissimo.
Aveva sul viso quella serena espressione di
donna buona e materna che la distingueva e
la rendeva speciale e coraggiosa.
Non si era mai sposata e nonno Arturo era cresciuto
senza un papà.
Mario vide passare, come in un film, la sequenza
degli eventi che aveva sentito raccontare a
casa.
La famiglia della foto aveva avuto una rovinosa
fine perchè quei figli così belli, sani e fieri
non erano mai invecchiati.
Due li aveva divorati la guerra; il terzo, Alessio,
non era più tornato dall’America.
Lo avevano mandato lontano per far dimenticare
quello che era successo tra lui e una giovane
cameriera.
Il vento ridiede fiato alla tenda di velo e il
bambino ne risentì la freschezza refrigerante.
Le voci dei compagni di gioco lo riscossero
dall’invisibile ragnatela di ricordi più grandi di
lui.
Andò verso la porta da cui era venuto.
Giunto qui fu avvolto dalla luce del sole ancora
abbagliante.
Portò le mani agli occhi e strinse istintivamente
le dita.
- Uno, due, tre, quattro, cinque, sei…
Quando le tolse e li riaprì, stava accanto alla
finestra chiusa dal volto severo ed impenetrabile.
Il vento giocava ancora con le foglie degli alberi
che custodivano l’antica villa.
Un soffio più forte fece volare come coriandoli
alcuni pezzetti di carta.
Mario ne catturò uno.
Era il viso sereno della bisnonna che pareva
sorridergli da un lontano pomeriggio ormai
dimenticato.
