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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

...Da un lontano pomeriggio

di Rosetta Menarello

Con le mani strette sugli occhi che, da soli non volevano star chiusi, Mario contava: - Uno, due, tre, quattro… La camicia, troppo lunga per la sua corporatura esile, gli dava un senso di frescura in quel pomeriggio di fine estate e, quando correva, si sentiva un aquilone, una specie di stropicciato aquilone di quelli che il nonno gli aveva insegnato a costruire con la carta dell’uovo di pasqua. A lui piaceva tantissimo correre, anche da solo, in mezzo all’erba per poi lasciarsi cadere sfiatato a braccia larghe e la faccia al cielo per contar nuvole. - Cinque, sei, sette, otto… Sentiva i suoi amici parlottare e ridere; percepiva mozziconi di parole nello sparpagliarsi del gruppo che cercava un nascondiglio. Avevano deciso di giocare a nascondino e a Mario era toccato di “star sotto”. Non gli piaceva questo gioco perchè gli altri erano tutti più grandi e sparivano lontano dalla “tana” e mentre li cercava, di solito riuscivano ad essere più scaltri e veloci battendolo nella corsa, raggiungendo così la base prima di lui. - Nove, dieci, undici, dodici… S’era piazzato accanto alla finestra dell’antica villa segnata dalla brutalità del tempo e dall’incuria degli uomini che spesso si alleano con lo scorrere degli eventi negativi e ne diventano complici. La villa era stata infatti una stupenda costruzione ed aveva dominato il paese per decenni. Poi, per una sorta di graduale mutamento del destino, la famiglia che la abitava da generazioni si era lentamente disgregata: matrimoni senza figli, discendenti morti prematuramente, dissesti finanziari, avevano compiuto l’opera di sgretolamento che ora toccava a quelle pietre… Mario sbirciò attraverso le dita che ora fingeva di stringere sugli occhi ed avvertì un piccolo tuffo al cuore osservando quelle pietre scalcinate che parevano ossa spolpate… I battenti sprangati gli apparvero come visi impenetrabili e seri. Sembravano il volto del tempo che giudica impassibile le azioni degli uomini e non teme neppure la potenza del sole che quel giorno pulsava come un cuore nel petto dell’universo. Mario richiuse in fretta le dita: - Tredici, quattordici, quindici… venti, chi è fuori e fuori chi è sotto è sotto. Spalancò le braccia ed aprì gli occhi lasciandoli aggredire dall’abbagliante luminescenza del pomeriggio. Intorno regnava il silenzio e fu proprio il muto tacere delle cose che sottolineò lo stupore del bambino. Una finestra, prima chiusa e disastrata, era aperta ed incorniciata da muri perfettamente intonacati. Come attratto dall’inaspettata novità della visione, Mario toccò la parete che aveva riconquistato la giovinezza. Passò con la mano lungo tutto il muro fino ad arrivare alla porta. Ebbe paura: stava sognando? Antonio, Carlo, Pietro! - Chiamò a squarciagola, ma nessuno rispose. Silenzio. Non si vedeva anima viva. Chiamò ancora e niente. Gli alberi intorno alla casa furono l’unica voce a dare un segno di vita ai suoi richiami e quella specie di scrosciare fluido delle foglie gli trasmise coraggio e fu così che aprì quella porta ed entrò. Si trovò in un minuscolo atrio che segnava lo spazio dell’ingresso e da lì, fatti pochi passi, raggiunse un ampio salone al centro del quale troneggiava una solida tavola in legno scuro dalle gambe intarsiate. Alle pareti erano addossati eleganti mobili in stile. Alcuni quadri, raffiguranti paesaggi bucolici, arricchivano l’arredo. Una folata di vento fresco e piacevolissimo gli carezzò la fronte imperlata di minuscole gocce di sudore e sollevò, come un’onda, la tenda della finestra che si apriva alla sua sinistra. Quel silenzioso movimento velato creò in lui una sensazione di accesa curiosità e con lo sguardo percorse il pavimento del salone per trovare un accesso ad altre stanze. In fondo a destra si intravedeva una porta laterale dai battenti socchiusi. Mario vi diresse i suoi passi e fu in quel breve tratto che la sua attenzione fu attirata da una serie di foto in cornici liberty d’argento sistemate con buon gusto su un mobiletto a muro. Le immagini ritraevano persone adulte in abiti “primo Novecento”: donne dallo sguardo serio fisso all’obiettivo e uomini con baffi scuri e portamento rigido. In una c’era un gruppo di famiglia dove una coppia era seduta accanto a tre giovanotti dall’aria un po’ scanzonata. Accanto alla signora, stava in piedi una giovane cameriera. Indossava vestiti ordinati ed un grembiule da lavoro con le spalline inamidate. Mario, attratto da quei volti un po’ severi, allungò la mano e prese la foto per osservarla meglio. La fisionomia della cameriera gli era familiare. Si, si adesso era sicuro! Quella cameriera era la bisnonna Gina, quella che aveva visto nelle foto ingiallite dell’album di famiglia. Allora aveva lavorato in quella casa! Aveva sentito una strana storia sulla bisnonna. La raccontava zia Anna con una punta di mistero nella voce. Mormorava: “E’ stata colpa del signorino Alessio, lei aveva perso la testa povera Gina!” Quando capì di essere nei guai voleva uccidersi. Fu salvata ad un pelo dalla morte. S’era gettata nel fiume per la vergogna e la paura! Il Signore però ha pietà dei poveri diavoli e la volle salva e volle salvo anche quel figlio nato e cresciuto senza padre… Quelle parole riemersero nella memoria di Mario come silenziose ninfee galleggianti. La cornice brillava nelle sue mani e la scena della foto gli apparve in un realismo assoluto. Rivide, come in un sogno, la bisnonna Gina tenere in braccio nonno Arturo piccolissimo. Aveva sul viso quella serena espressione di donna buona e materna che la distingueva e la rendeva speciale e coraggiosa. Non si era mai sposata e nonno Arturo era cresciuto senza un papà. Mario vide passare, come in un film, la sequenza degli eventi che aveva sentito raccontare a casa. La famiglia della foto aveva avuto una rovinosa fine perchè quei figli così belli, sani e fieri non erano mai invecchiati. Due li aveva divorati la guerra; il terzo, Alessio, non era più tornato dall’America. Lo avevano mandato lontano per far dimenticare quello che era successo tra lui e una giovane cameriera. Il vento ridiede fiato alla tenda di velo e il bambino ne risentì la freschezza refrigerante. Le voci dei compagni di gioco lo riscossero dall’invisibile ragnatela di ricordi più grandi di lui. Andò verso la porta da cui era venuto. Giunto qui fu avvolto dalla luce del sole ancora abbagliante. Portò le mani agli occhi e strinse istintivamente le dita. - Uno, due, tre, quattro, cinque, sei… Quando le tolse e li riaprì, stava accanto alla finestra chiusa dal volto severo ed impenetrabile. Il vento giocava ancora con le foglie degli alberi che custodivano l’antica villa. Un soffio più forte fece volare come coriandoli alcuni pezzetti di carta. Mario ne catturò uno. Era il viso sereno della bisnonna che pareva sorridergli da un lontano pomeriggio ormai dimenticato.

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