...Ciao nonno
di Rosetta Menarello
Olga camminava ad un passo appena dal
nonno. Lungo lo stradone segnato dalle ruote
dei carri lei immergeva i piedi tra l’erba
più alta mentre il vecchio Eugenio preferiva
uno dei due solchi laterali dove la terra era
asciutta e ben battuta. A sei anni era un vero
divertimento stare accanto al nonno. Anche
se non parlava molto emanava da quella sua
sagoma curva ed incerta una ancor straordinaria
vitalità.
Passeggiare tra i campi era una quotidiana
abitudine e, anche se il nonno non la chiamava,
Olga rispondeva ad un tacito invito ed
era presente ad un preciso appuntamento.
Gli occhi del nonno conservavano l’azzurro
che gli anni avevano mutato in ceruleo perlato,
specchio di una sua connaturata semplicità
del cuore che il tempo lasciava intatta.
- Allora andiamo? - Diceva il nonno avviandosi
dal cortile della grande casa che si tramutava
piano piano in carreggiata.
Olga amava correre un po’ innanzi facendo
finta di lasciarlo indietro per fermarsi ad
ascoltarlo mentre brontolava:
- Canejeta desso te ciapo!
Allora lei rideva e gli andava vicino per osservarlo
estrarre dalla tasca del panciotto grigio
la sua pipa di schiuma. Con gesti lenti e
misurati l’accendeva e lo sbuffo di fumo che
usciva dal fornello era una specie di : Via!
Certe volte Olga portava con sé una bambola.
Una di quelle di pezza. Fatta con due straccetti
colorati, con il viso disegnato ad ago e filo, i capelli
fatti di lana sfilacciata.
Eugenio guardava avanti e planava con l’azzurro
degli occhi sui campi che da sempre erano stati
il suo regno. Aveva fatto la vita di tutti i contadini
anche se la terra che lavorava era la sua.
Il fumo della pipa si disfaceva nell’aria di primavera
che invadeva il mondo.
Era bella allora la campagna. Niente rumori,
né “scatoloni” di cemento.
Profumo d’erba, di fieno che pareva un mare nel quale tuffarsi… Olga certe volte portava la corda e quando arrivavano in fondo alla strada, si fermavano sul ponticello che attraversava il fosso. Il nonno si sedeva sulla spalletta e lei si esibiva ridendo perchè ogni tanto s’impigliava nel giro circolare della fune. “Salto biralto, me rompo el naso, me rompo el viso, salto in paradiso”. Allora il nonno socchiudeva gli occhi ed abbozzava un sorriso che mai diventava risata ma Olga ne coglieva l’affettuoso messaggio come un abbraccio che mai le era stato dato. Era così nelle campagne di una volta. Niente gesti plateali ma pudica e incancellabile amorevolezza verso i bambini di casa, soprattutto quando erano nipoti. Vicino al ponticello cresceva un salice verde pastello un po’ polveroso ma intenso e profumato di giovane corteccia. Era proprio nelle giornate di primavera che il vecchio estraeva il piccolo serramanico da una delle sue tasche segrete e con decisione tagliava un ramo acerbo ricavandone un tronchetto di una ventina di centimetri. Con mirate incisioni riusciva a far scivolare la corteccia sul midollo traendone un miracoloso strumento musicale. Lo porgeva alla piccola Olga che con un soffio lieve, ritmato, lo faceva fischiare. Così cominciava un concertino che continuava lungo il cammino di ritorno, accompagnato dai saltelli che la bambina cadenzava per tutto il tragitto. Il nonno, un po’ più curvo, la seguiva fermandosi ogni tanto per far volare il suo sguardo azzurro sul verde dell’erba fino a dove il rosso del tramonto imminente posava la sua luce.
Gli occhi di nonno Eugenio persero lentamente
la loro luce. Il passare del tempo li
rese opachi e stanchi come conchiglie di lucente
madreperla che sono a lungo lasciate
lontano dalla vitale presenza del mare.
Non chiamava più Olga per le passeggiate in
campagna ad ascoltare i grilli o a costruire
fischietti. Non ricordava più i nomi dei figli e
continuava a ripetere: - Andiamo a casa! -
- Ma sei a casa, papà! - Gli rispondevano.
Lui allora tentava di uscire, anche d’inverno,
quando fuori faceva freddo. Anche di notte
quando faceva buio.
Olga lo guardava curvarsi sempre di più e
camminare a stento. Lo aiutava a salire la scala
che portava al piano superiore fermandosi
con lui ogni due gradini per riprendere fiato.
Dal panciotto non usciva più la pipa di schiuma
ed il piccolo serramanico giaceva silenzioso
sulla mensola del camino.
Per evitare che uscisse di notte dalla sua stanza,
nel suo ossessivo desiderio di “tornare a
casa”, gli chiudevano a chiave la porta.
Fu una notte di febbraio che lo sentirono
strascicare lungamente i passi brontolando
che voleva andare fuori, che qualcuno lo
aspettava in quella casa lontana come un miraggio…
Poi ci fu silenzio. Finalmente si era
forse addormentato.
Anche Olga ora dormiva sognando di camminare
col nonno che intagliava per lei un
flauto di salice verde…
Fu svegliata di mattina presto.
Il mondo era avvolto nella nebbia.
Il nonno non era più nel suo letto perché
quella notte era riuscito ad aprire la finestra
credendola la porta e, salendo sulla cassapanca
addossata al muro, aveva raggiunto il
davanzale. Da lì era uscito credendo di aver
finalmente trovato la porta per poter tornare
a casa.
Aveva forse capito, su quella soglia inesistente,
d’aver sbagliato.
Pochi attimi di lucidità gli avevano dato il
senso della fine in un volo di qualche metro.
L’aveva accolto la durezza del cortile dove
ancora risuonavano i suoi passi pesanti d’anni
accanto al saltellare fresco di Olga.
L’avevano trovato ancora vivo, bagnato come
un passero caduto dal nido.
Steso su un materasso aveva regalato il suo
ultimo sorriso a Olga che voleva dirgli:
- Ciao nonno!
Il ceruleo opaco degli occhi del vecchio ebbero
un lampo d’azzurro, come al tempo delle
passeggiate e poi si mutarono in volo, oltre
la consistenza corposa della terra.

