Ginevra dei miei sogni
di Luigi Rossi
Un omino. Capelli candidi, pettinati con cura,
e occhi curiosi dietro gli occhiali. Fissava un
punto sulla parete alla sua destra e sembrava
non essersi accorto ch’ero penetrato nel suo
regno. Perché quella stanza era il suo universo.
Non come m’aspettavo, a dire la verità. Prevedevo
di penetrare, in quell’edificio di via Vittoria
Colonna a Milano, in una giungla magica
di segni e oggetti. Una pioggia di vocali e consonanti
in grassetto e corsivo. Una mitragliata
di stelle cadenti. Voci e bisbigli provenienti da
chi sa dove moltiplicati da costruzioni in carta
velina e cartoncini colorati. Attendevo il frangersi
delle onde su una spiaggia sassosa.
Avevo di fronte a me l’omino delle meraviglie
e lui mirava una parete disadorna, sedendo
dietro una scrivania ingombra di carte
e cartoncini, matite e pennarelli e forbici. Un
ometto d’ottantanni il cui padre fu cameriere
al Gambrinus, l’antico e mitico caffé ristorante
in Galleria, a Milano.
Era l’ometto delle macchine inutili, che nessuno
voleva esporre. Quello dei nuovi libri per bambini,
nel 1945. Perché, mi disse, i libri per bambini
erano allora noiosi. Quello dell’ora X, sempre
nel 1945. Quello delle scritture illeggibili. Quello
delle pitture negative-positive. Quello delle aritmie
meccaniche. Quello della luce polarizzata.
Quello delle fontane e dei giochi d’acqua. Quello
delle ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari.
Quello delle forchette parlanti. Quello del
design. Un mio portacenere è in vendita ancora
oggi, mormorò quasi tra sé e sé.
Era l’ometto delle sculture da viaggio. O dei fossili
del 2000. Delle strutture continue. Delle xerografie.
Dei lineamenti d’un viso che rimandavano
alle tracce degli antenati. Quello della flexy.
Quello della grafica editoriale di Einaudi, ma
anche di Bompiani. L’illustratore di Gianni Rodari.
Dei giochi didattici di Danese. Dei messaggi
tattili per non vedenti. Quello dei laboratori per
bambini. Quello del premio Andersen per il miglior
autore per l’infanzia e del premio Lego.
L’omino mi fissava. Allargò le braccia, rimanendo
seduto dietro la scrivania.
- E lei, quale Munari cerca? – mi chiese sorridendo.
E subito aggiunse: - Perché sarà venuto
qui per incontrarlo, credo… –
Mi avvicinai alla scrivania e gli tesi la mano.
L’omino la strinse con calore e forza.
- Sono venuto per questa… – gli dissi aprendo
la cartella che avevo con me. Ne estrassi una
vecchia cartolina e gliela porsi.
L’omino la prese tra pollice e indice. La fissò
e un sorriso gli si stampò sul volto. La girò e
lesse quel che v’era scritto a voce alta: Ginevra
dei miei sogni…
- La firma è interessante… – disse invitandomi,
con un gesto, a prender posto su una vecchia
sedia. Lui, invece, deposta la cartolina
sulla scrivania, si mise a rovistare tra decine
di cartoncini d’ogni formato e colore. Trovato
quello che gli serviva, lo piegò con cura.
Poi afferrò un paio di forbici e iniziò a tagliare,
con la sicurezza d’un sarto, seguendo delle
linee immaginarie.
- Arrivai con la mia famiglia a Badia Polesine,
da Milano, nel 1903. Avevo sei anni. Mio
padre gestì l’albergo S. Antonio per più di un
decennio.. Un’infanzia e giovinezza a Badia,
sulle rive dell’Adige…– raccontava mentre
le forbici, magistralmente guidate dalle sue
mani, seguivano linee rette e curve.
- Ecco fatto… – disse alcuni minuti dopo porgendomi
il risultato del suo lavoro. Mi trovavo
tra le mani un … ponte in cartoncino a tre arcate,
completo della sua struttura metallica.
L’omino, eccitato come un bambino, posizionò
sul tavolo due libri lasciando tra di loro
uno spazio di circa dieci centimetri.
- Posi il ponte qui… – mi disse, indicandomi
con l’indice il punto esatto – Così… -
Eseguii e il ponte di cartoncino sembrò unire
le sponde d’un fiume immaginario che scorreva
tra i due libri.
- Sotto il ponte scorre l’Adige… Vede l’acqua
come fila verso il mare? – disse l’omino mirando
la sua opera. Poi, guardandomi: - Lei
è di Badia?-
- No, non sono mai stato a Badia…-
- Peccato… Questa è la riva di Badia, quella di
Masi… Lei sa chi è Ginevra? –
- Ginevra è il nome che chi spedì questa cartolina
aveva dato a mia nonna… –
- Rita. La ricordo benissimo. Occhi azzurri
e capelli biondi. Era la figlia del maresciallo
dei carabinieri… Se ne andò da Badia poco
prima che io decidessi di partire per Milano,
dove volevo fare il pittore futurista… Come
ha fatto a giungere a me? –
Sorrisi per quella strana domanda: ero sicuro
che l’omino sapesse già tutto. Riaprii la cartella
e ne estrassi La torta in cielo di Gianni
Rodari, quella di Einaudi del 1966. L’apersi a
pag. 83 e porsi il volume all’omino.
L’omino posò il libro sul tavolo e passò la
mano sull’illustrazione, la stessa che appariva
sulla cartolina a mo’ di firma. Socchiuse
gli occhi e, quando li riaprì, riandò con lo
sguardo al ponte che aveva ritagliato.
- Su quel ponte ci passammo molte volte…
Avrò avuto 17 anni, Rita 16. Sulla riva di Masi
mi confidavo con lei. Il corpo femminile lo
accarezzai per la prima volta su quella riva,
guardando verso Badia… Una scoperta continua.
Una confessione. Erano lo spirito e il
corpo, uniti, che crescevano. Spero di non
disturbarla, con questi ricordi… – disse interrompendosi.
- Ci mancherebbe. È un piacere immaginare
mia nonna e lei su quella riva… Poi mia nonna
seguì il padre, trasferito a Laigueglia… –
- E io rimasi a Badia ancora un anno. Le spedii
una cartolina ogni settimana. Sempre
quella del ponte… –
- Le abbiamo trovate tutte alla morte della
nonna… 51 cartoline. –
Lo sguardo dell’omino era ritornato sul ponte
di cartoncino teso tra i due volumi sul tavolo.
Ero sicuro che inseguiva il fruscio dei
pioppi, lo sbattere dei remi d’un barcone, il
grido d’un contadino. Le linee metalliche
che si distribuivano sulle tre arcate del ponte
e che ne sostenevano la massa. Gli uccelli
che erano puntini a forare le nuvole.
Allungò il braccio e afferrò il ponte di carta
con l’indice e il pollice della sinistra. Lo sollevò
in alto, come un bambino che gioca con
un aereo di carta. Poi me lo porse, quel leggero
ponte di carta sospeso sul nulla.
Oggi lo uso come segnalibro. Quando lo distendo,
sempre tra due volumi, immagino
Bruno Munari e mia nonna Rita che lo attraversano
per andare sulla riva di Masi.
(testimonianza raccolta da Luigi Rossi)

