Professione Fotografo
di Mauro Agnoletto
C’era una volta un colore per ogni mese dell’anno, una sapore per ogni stagione, un abito, un fiore, un suono, un’immagine, una preghiera che caratterizzavano quella parte di tempo che si stava vivendo. Non era certo quella l’età dell’oro, dove ogni cosa era bella e l’armonia regnava ovunque, ma era il tempo dove - nonostante tutto - l’uomo riusciva a vivere in simbiosi con il creato.
Novembre, il mese dedicato alla memoria dei coloro che ci hanno preceduto ed alla riflessione sul senso della nostra esistenza, è un mese malinconico: le giornate corte, le nebbie persistenti, il grigiore del cielo, la pioggia… già la pioggia insistente che impregna le terre, ne ingrossa i canali di scolo, riempie i fiumi fino all’inverosimile, erodendone gli argini e la vita oltre gli stessi.
Era il mese di novembre dell’anno 1951: il fiume Po rompeva gli argini in sinistra, allagando il Polesine. Era una provincia dell’Italia del dopoguerra ad essere allagata, ma fu una tragedia per l’intera nazione. La nazione si mobilitò in modo unico: conforto umano, assistenza economica ai più svantaggiati, studi ed interventi idraulici per prendere le rotte degli argini e bonificare le campagne. Anche l’informazione fece la sua parte: i cinegiornali dell’epoca mostravano il dramma umano unitamente alla forza catastrofica della natura.
Dal Ferrarese al Padovano i giornalisti raccontavano gli eventi del Polesine, dando forza alle loro parole con le immagini. Senza paura di cadere nella retorica, credo si possa affermare che l’alluvione del Po del 1951 fu la prima catastrofe nazionale ad essere raccontata al popolo italiano in uguale misura dalle parole e dalle immagini, poiché si mobilitarono non solo i cronisti ma che cineoperatori e fotografi. Le fotografie dell’evento testimoniano contestualmente la drammaticità del momento e la difficoltà di immortalare lo stesso.
A Rovigo, Padova e Ferrara erano giunti fotografi da molte città italiane e anche dall’estero. Alcuni di questi per conto della stampa del tempo, altri di loro iniziativa, per catturare, testimoniare, o semplicemente fissare in uno scatto quel momento. Lo spirito d’avventura e di sacrificio non mancava: il disagio per la situazione del momento, la difficoltà nel reperire alloggio, nello spostamento fra le località alluvionate, il rischio che si correva nel posizionare cavalletto e macchina fotografica su argini divelti per ottenere scatti unici ed emozionanti, l’ingombrante valigia contenete l’attrezzatura fotografica che non poteva mancare o, peggio ancora, essere scordata.
Alcune di quelle foto sono diventate il simbolo di un’epoca, altre, certamente la maggior parte, sono rimaste nel fondo di qualche cassetto o riposte dentro una busta anonima, ormai polverosa. Anche i nomi, il lavoro e la vita di quei fotografi si sono dissolti, come le acque alluvionali da loro fissate nelle lastre fotografiche.
Mi chiedo: - Per quei fotografi lo scatto era solo professione - cioè stipendio - o anche passione? Di questo sarebbe interessante confrontarsi su queste pagine, magari analizzando qualche foto, e non solo sotto un profilo tecnico.

