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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

ALDO CANAZZA

di Luigi De Cecchi

 Foto tratta dal libro di Tarcisio Caron “Storia del ciclismo padovano”. Aldo Canazza (detto Saorin), chiamato “il morino”, nacque a Crosara di Stanghella il 4 gennaio 1908. Talento precoce del pedale, iniziò l’attività agonistica a sedici anni in sella ad una bicicletta “Legnano”, ottenendo subito numerosi successi ed affermandosi nel 1926 in ben ventisette corse ciclistiche a livello locale. Atleta completo e dal carattere semplice e giovale, ebbe come suo mentore il cognato Vincenzo Spolaore, instancabile organizzatore di gare ciclistiche, dal quale ricevette sempre sostegno morale e finanziario trascorrendo sotto la sua ala protettrice tutta la luminosa carriera. Stabilitosi a Solesino, nel 1927 iniziò a gareggiare nella IV categoria dilettanti con la squadra “Viscosa” di Padova, ma dovette presto interrompere l’attività per prestare il servizio militare nel VIII Reggimento Bersaglieri di Carpi, continuando tuttavia a svolgere saltuari allenamenti con una formazione locale. Nel 1929 partecipò al suo primo Giro d’Italia nelle vesti di “isolato”, ma una preparazione atletica non ottimale e due rovinose cadute lo relegheranno nelle posizioni di rincalzo (concluderà cinquantunesimo). L’anno successivo ottenne finalmente la meritata consacrazione, conseguendo il successo in diverse corse: Coppa Viscosa, Coppa Città di Carpi, Coppa Miozzi, Giro del Veneto, Milano-Genova e Milano-Modena, e prestigiosi secondi posti nel Giro del Piemonte, nella Coppa Bernocchi e nella Coppa Auricchio. Sfortunata fu invece la sua partecipazione al Giro d’Italia, dal quale dovette ritirarsi per un incidente meccanico mentre si trovava in settima posizione. Il suo talento non passò, tuttavia, inosservato e nel 1931 fu ingaggiato dalla prestigiosa “Legnano”, squadra professionistica capitanata da Alfredo Binda, nelle cui file disputò un Tour de France (1932) e tre Giri d’Italia (1931-33). Destinato ad inflessibili compiti di gregariato, Canazza riuscì comunque a ritagliarsi un ruolo da protagonista nelle corse minori, bissando il successo nel Giro del Veneto e nella Coppa Auricchio e piazzandosi al quinto posto nella Milano-Sanremo, durante la quale fu però costretto a cedere il proprio tubolare a Binda, che andò poi a vincere. Il miglior risultato conseguito al Giro d’Italia fu l’ottavo posto finale nel 1932, anno nel quale concluse in quarta posizione anche il Giro di Lombardia, mentre al Tour de France dovette ritirarsi per problemi respiratori. Nell’annata agonistica del 1933 alternò l’attività su strada alla pista, ma al termine della stagione, rivelatasi particolarmente avara di soddisfazioni, abbandonò la “Legnano” alla ricerca di una maggiore autonomia in gara. Ritornato agli antichi splendori, l’anno seguente si piazzò al quarto posto nella Milano-Sanremo e trionfò nel Giro di Romagna, nel Criterium d’Apertura e nuovamente nel Giro del Veneto, dove sconfisse in volata il famoso velocista pisano Raffaele di Paco, che amava irridere i suoi avversari ripetendo la frase “chi vuol arrivar secondo, si metta alla mia ruota”. Abbandonata l’attività su strada, nel maggio 1935 tentò l’avventura del mezzofondo su pista, conquistando due secondi posti ai Campionati italiani nella specialità dietro motori (1938 e 1941). Un grave infortunio ad una gamba lo costrinse ad abbandonare l’attività agonistica sulla soglia dei quarant’anni e, stabilitosi a Bologna, curò per decenni la gestione familiare di un’osteria tipica nei pressi della cattedrale.

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