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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Impronte d'infinito

di Rosetta Menarello

L’acqua del torrente arpeggiava sul candore dei sassi pettinando le alghe con la sua trasparente fluidità.
Le rive, intricate dal rigoglio della vegetazione, profumavano di aromi delicati che regalavano un senso di vago languore, un desiderio di riposo e di abbandono.
Tutt’intorno si stagliavano, in imponente tensione verso il cielo, le cime delle montagne.
Si protendevano con slancio titanico in quell’ora del pomeriggio quando l’azzurro era denso e pastoso, privo di nuvole.
Anna s’era sfilata le scarpe per camminare sul greto.
Poco lontano Sandro pescava.
Lanciava l’invisibile filo che serpeggiava nell’aria e poi ricadeva con la sua esca sullo scorrere del torrente.
Lei aspettava e s’incantava al gioco semplice ed appassionante della pesca: un ritorno ai primordi della vita che ancora cattura l’uomo.
Camminò tra i sassi e ne avvertì la fredda consistenza cercando di stare in equilibrio sull’aspro gioco d’irregolarità.
Guardava la varietà delle loro forme così diverse e fantasiose; le piaceva fingere di aver perduto qualcosa e di cercarlo in quella specie di bazar naturale.
Pietre candide, dolomie appena rosate, scure rocce laviche, blocchi più grossi segnati dalla sedimentazione raccontavano la storia della terra.
Per un insolito flash back Anna immaginò il totale e silenzioso buio cosmico che forse precedette il tempo e lo spazio. Ne assaporò il piacere che annulla ogni altra sensazione. Buio, buio e morbido vellutato silenzio.
Era forse la dolcezza che un embrione vive al principio del suo esistere?
Un attimo, un momento irripetibile che si trasforma in vita.
Poi la voce, quella di Dio che si manifesta in un’esplosione catastrofica ma nel contempo vitale e generatrice.
La luce, il suono, le pulsazioni, i milioni di cuori che diventano esistenza e respiro…
Anna la risentiva in tutte queste pietre dall’immobilità solenne e incarnata nella notte dei tempi.
La ragazza ne scorse una forma di cuore, la raccolse, ne carezzò i contorni e decise di tenerlo per regalarlo a Sandro.
Continuò a camminare su quel tappeto di pietre figlie dell’infinito, testimoni del primordiale, scaturite dalla potenza di un’idea divina.
Il cielo si era fatto più blu e ad occidente lunghe strisce di rosso preannunciavano la sera.
L’acqua scorreva ignara mormorando alle rive i messaggi della montagna quelli che si indovinano nell’immobile silenzio delle rocce che hanno nel cuore la memoria impressa di un grido divino che si tramutò in materia. Le sagome dei monti s’erano fatte ormai quasi nere ed a malapena si distinguevano dal cielo.
Sandro uscì dall’acqua e le venne incontro.
Camminava lentamente, impacciato dagli stivaloni e tenendo la sottile canna alta come una bandiera.
Lei ne indovinò il sorriso e gli si avvicinò.
Quando gli fu accanto gli porse il sasso.
- Ti regalo il mio cuore! -
Lui lo prese, lo osservò e lo tenne chiuso nel pugno. Poi battendoselo al petto esclamò: - Toc, toc c’è posto?… Si c’è posto! C’è tanto posto! - Risero insieme.
Il torrente scivolava tra i ciotoli ed indicava alle alghe scure la via del mare.
Sonagli di stelle tintinnavano nel blu della notte e risvegliavano il vento perché sfogliasse ancora il libro delle sue storie d’amore.

Graziano Zanin - Rabbi

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