Impronte d'infinito
di Rosetta Menarello
L’acqua del torrente arpeggiava sul candore dei
sassi pettinando le alghe con la sua trasparente
fluidità.
Le rive, intricate dal rigoglio della vegetazione,
profumavano di aromi delicati che regalavano
un senso di vago languore, un desiderio di riposo
e di abbandono.
Tutt’intorno si stagliavano, in imponente tensione
verso il cielo, le cime delle montagne.
Si protendevano con slancio titanico in
quell’ora del pomeriggio quando l’azzurro era
denso e pastoso, privo di nuvole.
Anna s’era sfilata le scarpe per camminare sul
greto.
Poco lontano Sandro pescava.
Lanciava l’invisibile filo che serpeggiava
nell’aria e poi ricadeva con la sua esca sullo
scorrere del torrente.
Lei aspettava e s’incantava al gioco semplice
ed appassionante della pesca: un ritorno ai primordi
della vita che ancora cattura l’uomo.
Camminò tra i sassi e ne avvertì la fredda consistenza
cercando di stare in equilibrio sull’aspro
gioco d’irregolarità.
Guardava la varietà delle loro forme così diverse
e fantasiose; le piaceva fingere di aver
perduto qualcosa e di cercarlo in quella specie
di bazar naturale.
Pietre candide, dolomie appena rosate, scure
rocce laviche, blocchi più grossi segnati dalla
sedimentazione raccontavano la storia della
terra.
Per un insolito flash back Anna immaginò il
totale e silenzioso buio cosmico che forse precedette
il tempo e lo spazio. Ne assaporò il piacere
che annulla ogni altra sensazione. Buio,
buio e morbido vellutato silenzio.
Era forse la dolcezza che un embrione vive al
principio del suo esistere?
Un attimo, un momento irripetibile che si trasforma
in vita.
Poi la voce, quella di Dio che si manifesta in
un’esplosione catastrofica ma nel contempo
vitale e generatrice.
La luce, il suono, le pulsazioni, i milioni di cuori
che diventano esistenza e respiro…
Anna la risentiva in tutte queste pietre dall’immobilità
solenne e incarnata nella notte dei
tempi.
La ragazza ne scorse una forma di cuore, la
raccolse, ne carezzò i contorni e decise di tenerlo
per regalarlo a Sandro.
Continuò a camminare su quel tappeto di
pietre figlie dell’infinito, testimoni del primordiale,
scaturite dalla potenza di un’idea
divina.
Il cielo si era fatto più blu e ad occidente
lunghe strisce di rosso preannunciavano la
sera.
L’acqua scorreva ignara mormorando alle
rive i messaggi della montagna quelli che si
indovinano nell’immobile silenzio delle rocce
che hanno nel cuore la memoria impressa
di un grido divino che si tramutò in materia.
Le sagome dei monti s’erano fatte ormai quasi
nere ed a malapena si distinguevano dal cielo.
Sandro uscì dall’acqua e le venne incontro.
Camminava lentamente, impacciato dagli stivaloni
e tenendo la sottile canna alta come
una bandiera.
Lei ne indovinò il sorriso e gli si avvicinò.
Quando gli fu accanto gli porse il sasso.
- Ti regalo il mio cuore! -
Lui lo prese, lo osservò e lo tenne chiuso nel
pugno. Poi battendoselo al petto esclamò: -
Toc, toc c’è posto?… Si c’è posto! C’è tanto posto!
- Risero insieme.
Il torrente scivolava tra i ciotoli ed indicava
alle alghe scure la via del mare.
Sonagli di stelle tintinnavano nel blu della notte
e risvegliavano il vento perché sfogliasse ancora
il libro delle sue storie d’amore.

