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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

I pescatori della Fratta

di Luigi Rossi

Ogni anno, quando il soffoco attanaglia la pianura, i giovani contadini della Fratta diventano pescatori. Vanno in gruppo a certi fossati e vi erigono delle compatte barriere di canne e fango impedendo all’acqua di scorrere. I pesci, in questo modo, restano imprigionati nei settori sbarrati da quelle primitive chiuse.
Poi i giovani entrano nudi nel fosso e iniziano a svuotare, aiutandosi con delle secchie di legno, il tratto ostruito dallo sbarramento. Gridano e bestemmiano. Ridono gettandosi secchiate d’acqua e brancate di melma.
Ci penso da giorni ai pescatori della Fratta. Ora staranno dividendosi i fossati, mentre il Paese è percorso da bande armate pronte all’assassinio e alle distruzioni. È stato dieci giorni fa. Ho gridato che noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano e crediamo di rivendicarne la dignità. Ora non mi resta che attendere il mio funerale.
I segnali ci sono già. I silenzi. Gli sguardi. Gli articoli sui giornali.
Eppure, questa sera il Lungotevere Arnaldo da Brescia è tranquillo.

Maurizio Cavaliere - FRATTA - Casa Matteotti

Alcuni bambini giocano e si rincorrono. Là un gruppetto di persone che chiacchierano tranquille. Un‘auto è ferma dalla parte del marciapiede sul quale m’affretto. Un portellone è aperto e c‘è uno che sta fumando.
Amerigo e Cesare. L‘Albino e Giuseppe. Augusto e Amleto. Filippo e Aldo e Odone stanno nel fossato melmoso con la fanghiglia che gli arriva a metà polpaccio. I loro corpi sono giovani. Le schiene possenti e le gambe forti e sicure. Si chinano, avanzano lentamente, pronti a serrare le mani su ciò che sguizza e luccica improvviso come una lamina metallica cercando di fuggire. Hai l’impressione che i pesci siano impazziti in quella melmosità. A ogni pesce afferrato è uno sbraitare selvatico che si perde nei campi.
A casa. Rientrare a casa. Solo a casa potrò chiudere gli occhi. C‘è violenza e veleno in giro. Nelle piazze e nelle campagne. Nelle fabbriche. Nel Parlamento. Violenza e sopraffazione. Egoismo e morte. Un Paese, il nostro, diviso in padroni e sudditi, dove i violenti falsificano la storia. Con la violenza hanno inficiato le elezioni da Reggio Calabria a Genova, da Iglesias alla Liguria, dalla Puglia all’Emilia.
Amerigo e Cesare e Albino e Giuseppe e Augusto e Amleto e Filippo e Aldo e Odone gridano nudi nella melma. Amerigo si getta in quel putrido brago, sicuro che le mani attanaglieranno una preda. Così è e l‘alza trionfante. Il pesce gli sfugge. Ora è il Cesare che si tuffa nella quòra.
Tutto il suo corpo è nel fango.
Riemerge urlante e nelle sue poderose mani di fabbro si dibatte un pesce.
Quello che fuma accanto all‘auto mi s‘avvicina, come per salutarmi. Non l‘ho mai visto prima. Fa due passi. Forse tre. Poi sono altre mani che m‘afferrano e tengono. Un colpo alla schiena mi piega in due. Avverto il grido d‘una donna. Mi caricano nell‘auto che riparte immediatamente.
Il Cesare spalanca la bocca. I suoi denti aguzzi e chiari brillano nel volto sporco di fanghiglia.
Con un morso trancia la testa del pesce.

Maurizio Cavaliere - Fratta - Toma di Giacomo Matteotti

La sputa contro l’Amerigo, gettando il corpo dell’animale sulla riva tra l‘erba insecchita. Riprende la pesca e a ogni pesce abbrancato, ora, si stacca la testa con un morso.
Nell‘auto sono altri pugni allo stomaco e ai fianchi. Mi si rimprovera quel che ho denunciato in Parlamento. Le violenze. Le falsità. L‘immoralità.
Sono sicuro che mi vogliono finire. Ma come possono uccidere un‘idea? Quello che urla di più impugna un’appuntita lima da meccanico.
Quando il sole scompare dietro i pioppi altissimi, risalgono la riva i crudeli pescatori dal corpo lordato di melma. Afferrano le prede che avevano gettato sull’argine. Le sventrano, una a una, con un affilato coltello e le infilzano con un fil di ferro. Gridano a festa ritornando, con la notte, alle loro tane.
I pescatori della Fratta… Sento la punta della lima contro il petto.
E l‘urlo, misto a saliva e tanfo di tabacco, di chi mi schiaccia contro il sedile. Socialista bastardo! Prenderemo anche gli altri… Il mio petto si squarciò e il cuore invocò la famiglia e i compagni… Sapevo che non sarei morto: il mio cadavere sarebbe stato memoria e maledizione per chi portava violenza e rovina tra il popolo italiano.
Intanto quello urlava che s‘andava alla carbonaia di Riano e che laggiù si sarebbe finito il lavoro. Ò Matteotti…, fece uno con accento toscano, nessun compagno troverà più i tuoi ossi e budelle!
Le rive del fosso della Fratta sono seminate di teste e interiora di pesce.
La notte cade pietosa sui campi che attendono i mietitori.

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