I pescatori della Fratta
di Luigi Rossi
Ogni anno, quando il soffoco attanaglia la
pianura, i giovani contadini della Fratta diventano
pescatori. Vanno in gruppo a certi
fossati e vi erigono delle compatte barriere
di canne e fango impedendo all’acqua di
scorrere. I pesci, in questo modo, restano
imprigionati nei settori sbarrati da quelle
primitive chiuse.
Poi i giovani entrano nudi nel fosso e iniziano
a svuotare, aiutandosi con delle secchie
di legno, il tratto ostruito dallo sbarramento.
Gridano e bestemmiano. Ridono
gettandosi secchiate d’acqua e brancate di
melma.
Ci penso da giorni ai pescatori della Fratta.
Ora staranno dividendosi i fossati, mentre
il Paese è percorso da bande armate pronte
all’assassinio e alle distruzioni. È stato dieci
giorni fa. Ho gridato che noi difendiamo la
libera sovranità del popolo italiano e crediamo
di rivendicarne la dignità. Ora non
mi resta che attendere
il mio
funerale.
I segnali ci sono
già. I silenzi. Gli
sguardi. Gli articoli
sui giornali.
Eppure, questa
sera il Lungotevere
Arnaldo
da Brescia è
tranquillo.
Alcuni bambini giocano e si rincorrono.
Là un gruppetto di persone che chiacchierano
tranquille. Un‘auto è ferma dalla parte
del marciapiede sul quale m’affretto. Un
portellone è aperto e c‘è uno che sta fumando.
Amerigo e Cesare. L‘Albino e Giuseppe.
Augusto e Amleto. Filippo e Aldo e Odone
stanno nel fossato melmoso con la fanghiglia
che gli arriva a metà polpaccio. I loro
corpi sono giovani. Le schiene possenti e le
gambe forti e sicure. Si chinano, avanzano
lentamente, pronti a serrare le mani su ciò
che sguizza e luccica improvviso come una
lamina metallica cercando di fuggire.
Hai l’impressione che i pesci siano impazziti
in quella melmosità. A ogni pesce afferrato
è uno sbraitare selvatico che si perde
nei campi.
A casa. Rientrare a casa. Solo a casa potrò
chiudere gli occhi. C‘è violenza e veleno in
giro. Nelle piazze e nelle campagne. Nelle
fabbriche. Nel Parlamento. Violenza e sopraffazione.
Egoismo e morte. Un Paese,
il nostro, diviso in padroni e sudditi, dove
i violenti falsificano la storia. Con la violenza
hanno inficiato le elezioni da Reggio
Calabria a Genova, da Iglesias alla Liguria,
dalla Puglia all’Emilia.
Amerigo e Cesare e Albino e Giuseppe e
Augusto e Amleto e Filippo e Aldo e Odone
gridano nudi nella melma. Amerigo si getta
in quel putrido brago, sicuro che le mani
attanaglieranno
una preda.
Così è e l‘alza
trionfante. Il
pesce gli sfugge.
Ora è il Cesare
che si tuffa
nella quòra.
Tutto il suo corpo
è nel fango.
Riemerge urlante
e nelle
sue poderose
mani di fabbro si dibatte un pesce.
Quello che fuma accanto all‘auto mi s‘avvicina,
come per salutarmi. Non l‘ho mai visto
prima. Fa due passi. Forse tre. Poi sono
altre mani che m‘afferrano e tengono. Un
colpo alla schiena mi piega in due. Avverto
il grido d‘una donna. Mi caricano nell‘auto
che riparte immediatamente.
Il Cesare spalanca la bocca. I suoi denti
aguzzi e chiari brillano nel volto sporco di
fanghiglia.
Con un morso trancia la testa del pesce.
La sputa contro l’Amerigo, gettando il
corpo dell’animale sulla riva tra l‘erba insecchita.
Riprende la pesca e a ogni pesce
abbrancato, ora, si stacca la testa con un
morso.
Nell‘auto sono altri pugni allo stomaco e
ai fianchi. Mi si rimprovera quel che ho
denunciato in Parlamento. Le violenze. Le
falsità. L‘immoralità.
Sono sicuro che mi vogliono finire. Ma
come possono uccidere un‘idea? Quello
che urla di più impugna un’appuntita lima
da meccanico.
Quando il sole scompare dietro i pioppi
altissimi, risalgono la riva i crudeli pescatori
dal corpo lordato di melma. Afferrano
le prede che avevano gettato sull’argine.
Le sventrano, una a una, con un affilato
coltello e le infilzano con un fil di ferro.
Gridano a festa ritornando, con la notte,
alle loro tane.
I pescatori della Fratta… Sento la punta
della lima contro il petto.
E l‘urlo, misto a saliva e tanfo di tabacco,
di chi mi schiaccia contro il sedile. Socialista
bastardo! Prenderemo anche gli
altri… Il mio petto si squarciò e il cuore
invocò la famiglia e i compagni… Sapevo
che non sarei morto: il mio cadavere
sarebbe stato memoria e maledizione per
chi portava violenza e rovina tra il popolo
italiano.
Intanto quello urlava che s‘andava alla
carbonaia di Riano e che laggiù si sarebbe
finito il lavoro.
Ò Matteotti…, fece uno con accento toscano,
nessun compagno troverà più i
tuoi ossi e budelle!
Le rive del fosso della Fratta sono seminate
di teste e interiora di pesce.
La notte cade pietosa sui campi che attendono
i mietitori.


