UNA FOTO RACCONTA: Io & Lui
di Luigi Rossi
Da Selva di Crespino a Rovigo. Da Rovigo a
Selva di Crespino. Selva – Pontecchio – Passo
– Borsea – Rovigo e viceversa. Con ogni tempo
e sul bicicletto usato che mio zio m’aveva
regalato per il tredicesimo compleanno.
Una bicicletta nera che tutti m’invidiavano.
Nei primi giorni fu fatica far forza sui pedali,
ma nel giro d’una settimana mi divertivo da
matti a pedalare il tortuoso percorso tra Selva
e Borsea. Giunto alla statale che da Ferrara
mena a Rovigo mi permettevo, dopo circa
un mesetto, di partire testa bassa e schiena
curva roteando più non posso le gambe sui
pedali puntando su Porta Po. Entravo sfrecciante
in Rovigo dirigendomi al collegio Menagatti.
Qui affidavo il bicicletto al bidello perché
anche a Rovigo non mancavano i ladri, non
solo di biciclette.
«Ha la gamba buona», diceva mio zio a mio
padre. Lui sapeva quel che diceva: aveva applaudito
i campioni della due
ruote, Buni e Nuvolari su tutti,
ma anche l’Airaldi, Colombo
e Moreschi. Me ne raccontava
le avventure, soprattutto del
Buni, vero diavolo del pedale.
E anche d’un certo Luigi Masetti.
«Uno che è nato dalle nostre
parti…», concludeva.
«Non metarghe vioe ‘n tla testa
», gli diceva mio padre. «Lauro
deve studiare», insisteva.
A pensarci bene, non conta parlare
della prima gara alla quale
partecipai, la Milano - Desio –
Milano del 1907. Avevo 17 anni
e arrivai terzo nonostante avessi
percorso dieci chilometri in
più degli altri per aver sbagliato
strada, pedalando sino a Seregno.
Non conta neppure parlare
della massacrante tappa
Ascoli – Rovigo del giro d’Italia
del 1911. 413 chilometri con i
maggiori campioni dell’epoca,
primo fra tutti Pétit-Breton, lasciati dietro.
Senza dimenticare il vincitore di quel Giro,
Galletti, e Gerbi, Santhià, Pavesi. Tutti dietro.
Entrai a Rovigo come quando ci pedalavo
per andare al collegio. La gente assiepata e
urlante: Bravo! Faghe magnare ‘a polvere! Al
traguardo m’accolse un boato e tutti gli amici,
in attesa di far festa. O il giro di Lombardia
del 1914, vinto alla media di 32,900 chilometri
orari.
Il momento più bello della mia vita fu un lunedì
mattina di metà ottobre del 1904. Una
nebbiolina saliva dai fossi e si raccoglieva in
nuvolette che restavano sospese sui campi
dove i contadini erano impegnati con l’aratura.
Avevo appena superato il Passo, diretto
all’istituto Menegatti, che un ciclista mi si affiancò.
Mi guardò e sorrise. Poi si chinò sul
manubrio e spinse sui pedali, sfrecciando in
avanti. Era un chiaro invito all’inseguimento.
Abbassai il capo, strinsi il manubrio e lasciai
cadere sulla pedaliera tutta la forza della mia
giovane età. Superai lo sconosciuto. Mi voltai
un momento, senza perdere il ritmo della
pedalata.
Sorrideva, lo sconosciuto ciclista.
Mi si affiancò di nuovo per alcuni metri. La
mantellina gli svolazzava sulle spalle. Notai
sul manubrio una valigetta fissata con una
cinghia. Poi quello ripartì di botto e raggiunse
un vantaggio d’alcune pedalate. Insistetti. Lo
raggiunsi e lo superai a Borsea. Proseguimmo
a forte andatura sino alla statale per Rovigo.
Quasi contemporaneamente rallentammo e
proseguimmo appaiati. Il ciclista sorrise.
«Come ti chiami, ragazzo?», chiese.
«Lauro… Bordin Lauro…», gli risposi respirando
con un affanno che m’era sconosciuto.
Il ciclista, un omino piccolo e magro, portava
degli occhialini che poggiavano sulla
punta del naso. Aveva capelli biondicci e la
mantellina sporca di fango.
«E voi? Chi siete?», gli chiesi. Anche perché
non l’avevo mai visto sulle nostre strade.
«Masetti… Sono Masetti Luigi», disse l’omino.
Ammutolii. Avevo al mio fianco uno dei ciclisti
più ammirati e famosi. Era lui che aveva
vinto corse su corse e pedalato il mondo in
lungo e in largo. Ci dovevano essere dei libri
su di lui e tutti i giornali ne avevano scritto.
Mio zio non c’avrebbe creduto. Neppure gli
amici e i compagni. Non gli staccavo gli occhi
di dosso, incredulo d’avere il campione della
mitica pedalata Milano-Chicago-Milano del
1893 al mio fianco. O il cicloviaggiatore della
Milano – Piramidi - Milano, Milano – Mosca
- Milano…
«Sei un buon pedalatore», mi disse. E forse
immaginava che il tragitto Selva – Rovigo
– Selva, che quotidianamente coprivo, mi
preparava muscoli, cuore e polmoni per un
futuro di pedalate.
«Non quanto voi, signore», devo avergli risposto.
Giunti a Porta Po, mi fece segno di fermarmi.
Ci accostammo al ciglio della strada e il grande
Luigi Masetti da Trecenta slegò la valigetta
assicurata al manubrio. L’aprì. C’erano delle
calze. Un maglione. Un asciugamano lercio
Un paio di quaderni. Due mele. E una borsa
simile a quella di mio zio, dove c’erano pennello
da barba e rasoio.
«Questa è per te», mi disse porgendomi una
fotografia.
Era una cartolina che lo ritraeva a cavallo
d’una bici, vestito come un moschettiere.
Cappello piumato e largo mantello. Sorridente.
«Grazie, signor Masetti…», gli dissi infilando
la fotografia nella tasca della giacca dopo
averla mirata quasi fosse un santino della
madonna.
«Cerca di non perdere il passo che hai. Potresti
diventare un buon velocipedista…», disse
fissando la valigetta al manubrio.«Andiamo,
altrimenti farai tardi a scuola…».
Risalimmo in sella ed entrammo a Rovigo
insieme.
«Buona fortuna, Lauro», mi gridò voltando
improvvisamente in una viuzza che menava
alla piazzetta del mercato.
Nota: su Luigi Masetti è uscito recentemente un volume di Luigi Rossi edito da Ediciclo. Questo il titolo: L’anarchico delle due ruote (Luigi Masetti, il primo cicloviaggiatore italiano), pag. 200 . Euro 14,50. ISBN - 9788888829746
