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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

UNA FOTO RACCONTA: Io & Lui

di Luigi Rossi

Da Selva di Crespino a Rovigo. Da Rovigo a Selva di Crespino. Selva – Pontecchio – Passo – Borsea – Rovigo e viceversa. Con ogni tempo e sul bicicletto usato che mio zio m’aveva regalato per il tredicesimo compleanno. Una bicicletta nera che tutti m’invidiavano. Nei primi giorni fu fatica far forza sui pedali, ma nel giro d’una settimana mi divertivo da matti a pedalare il tortuoso percorso tra Selva e Borsea. Giunto alla statale che da Ferrara mena a Rovigo mi permettevo, dopo circa un mesetto, di partire testa bassa e schiena curva roteando più non posso le gambe sui pedali puntando su Porta Po. Entravo sfrecciante in Rovigo dirigendomi al collegio Menagatti.
Qui affidavo il bicicletto al bidello perché anche a Rovigo non mancavano i ladri, non solo di biciclette.
«Ha la gamba buona», diceva mio zio a mio padre. Lui sapeva quel che diceva: aveva applaudito i campioni della due ruote, Buni e Nuvolari su tutti, ma anche l’Airaldi, Colombo e Moreschi. Me ne raccontava le avventure, soprattutto del Buni, vero diavolo del pedale. E anche d’un certo Luigi Masetti. «Uno che è nato dalle nostre parti…», concludeva.
archivio Luigi Rossi - Ritratto di Luigi Masetti«Non metarghe vioe ‘n tla testa », gli diceva mio padre. «Lauro deve studiare», insisteva. A pensarci bene, non conta parlare della prima gara alla quale partecipai, la Milano - Desio – Milano del 1907. Avevo 17 anni e arrivai terzo nonostante avessi percorso dieci chilometri in più degli altri per aver sbagliato strada, pedalando sino a Seregno. Non conta neppure parlare della massacrante tappa Ascoli – Rovigo del giro d’Italia del 1911. 413 chilometri con i maggiori campioni dell’epoca, primo fra tutti Pétit-Breton, lasciati dietro. Senza dimenticare il vincitore di quel Giro, Galletti, e Gerbi, Santhià, Pavesi. Tutti dietro. Entrai a Rovigo come quando ci pedalavo per andare al collegio. La gente assiepata e urlante: Bravo! Faghe magnare ‘a polvere! Al traguardo m’accolse un boato e tutti gli amici, in attesa di far festa. O il giro di Lombardia del 1914, vinto alla media di 32,900 chilometri orari.
Il momento più bello della mia vita fu un lunedì mattina di metà ottobre del 1904. Una nebbiolina saliva dai fossi e si raccoglieva in nuvolette che restavano sospese sui campi dove i contadini erano impegnati con l’aratura. Avevo appena superato il Passo, diretto all’istituto Menegatti, che un ciclista mi si affiancò. Mi guardò e sorrise. Poi si chinò sul manubrio e spinse sui pedali, sfrecciando in avanti. Era un chiaro invito all’inseguimento.
Abbassai il capo, strinsi il manubrio e lasciai cadere sulla pedaliera tutta la forza della mia giovane età. Superai lo sconosciuto. Mi voltai un momento, senza perdere il ritmo della pedalata.
Sorrideva, lo sconosciuto ciclista.
Mi si affiancò di nuovo per alcuni metri. La mantellina gli svolazzava sulle spalle. Notai sul manubrio una valigetta fissata con una cinghia. Poi quello ripartì di botto e raggiunse un vantaggio d’alcune pedalate. Insistetti. Lo raggiunsi e lo superai a Borsea. Proseguimmo a forte andatura sino alla statale per Rovigo. Quasi contemporaneamente rallentammo e proseguimmo appaiati. Il ciclista sorrise.
«Come ti chiami, ragazzo?», chiese.
«Lauro… Bordin Lauro…», gli risposi respirando con un affanno che m’era sconosciuto.
Il ciclista, un omino piccolo e magro, portava degli occhialini che poggiavano sulla punta del naso. Aveva capelli biondicci e la mantellina sporca di fango.
«E voi? Chi siete?», gli chiesi. Anche perché non l’avevo mai visto sulle nostre strade.
«Masetti… Sono Masetti Luigi», disse l’omino. Ammutolii. Avevo al mio fianco uno dei ciclisti più ammirati e famosi. Era lui che aveva vinto corse su corse e pedalato il mondo in lungo e in largo. Ci dovevano essere dei libri su di lui e tutti i giornali ne avevano scritto. Mio zio non c’avrebbe creduto. Neppure gli amici e i compagni. Non gli staccavo gli occhi di dosso, incredulo d’avere il campione della mitica pedalata Milano-Chicago-Milano del 1893 al mio fianco. O il cicloviaggiatore della Milano – Piramidi - Milano, Milano – Mosca - Milano…
archivio Luigi Rossi - Ritratto Luigi Masetti «Sei un buon pedalatore», mi disse. E forse immaginava che il tragitto Selva – Rovigo – Selva, che quotidianamente coprivo, mi preparava muscoli, cuore e polmoni per un futuro di pedalate.
«Non quanto voi, signore», devo avergli risposto. Giunti a Porta Po, mi fece segno di fermarmi. Ci accostammo al ciglio della strada e il grande Luigi Masetti da Trecenta slegò la valigetta assicurata al manubrio. L’aprì. C’erano delle calze. Un maglione. Un asciugamano lercio Un paio di quaderni. Due mele. E una borsa simile a quella di mio zio, dove c’erano pennello da barba e rasoio.
«Questa è per te», mi disse porgendomi una fotografia.
Era una cartolina che lo ritraeva a cavallo d’una bici, vestito come un moschettiere. Cappello piumato e largo mantello. Sorridente. «Grazie, signor Masetti…», gli dissi infilando la fotografia nella tasca della giacca dopo averla mirata quasi fosse un santino della madonna.
«Cerca di non perdere il passo che hai. Potresti diventare un buon velocipedista…», disse fissando la valigetta al manubrio.«Andiamo, altrimenti farai tardi a scuola…». Risalimmo in sella ed entrammo a Rovigo insieme.
«Buona fortuna, Lauro», mi gridò voltando improvvisamente in una viuzza che menava alla piazzetta del mercato.


Nota: su Luigi Masetti è uscito recentemente un volume di Luigi Rossi edito da Ediciclo. Questo il titolo: L’anarchico delle due ruote (Luigi Masetti, il primo cicloviaggiatore italiano), pag. 200 . Euro 14,50. ISBN - 9788888829746

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