RITORNO AL PASSATO
di Rosetta Menarello
L’inverno tra il ’42 e il ’43 Giovanni l’aveva vissuto
nella disperazione della ritirata di Russia.
Alpino, col sentimento della Patria incarnato nelle
fibre, marciava alla deriva insieme ai commilitoni
ridotti a carcasse umane che si muovevano come
automi nello spazio infinito di pianure innevate
simili a deserti.
Aveva conosciuto Mario Rigoni Stern, suo coscritto,
classe 1921.
Con lui aveva condiviso la semitomba delle trincee
e brindato in quel Natale di guerra, confusa
ed insensata, dentro una tana come bestie smarrite.
Accendevano il fuoco imitando gli uomini del neolitico;
setacciavano una farina di crusca e grano
con un “tamiso” rimediato chissà dove e poi giù
a “menar” una polenta che diventava dura ma
buona. La mangiavano con l’illusione di quietare
la belva della fame che girava per le viscere a mordere
dove capitava. Eppure in quel buio freddo di
neve e di dolore ininterrotto dell’anima veniva a
galla, chissà da quale anfratto dell’io, un’inattaccabile
umanità che li conduceva a ripensare, alla
morosa già quasi vedova, a quel Dio che qui pareva
averli abbandonati. Poi scoppiava anche qualche
risata, buttata lì tra le volute del fumo di una
sigaretta Macedonia che aveva gusto di paglia.
Giuseppe aveva visto cadere molti commilitoni
nell’infuriare della tormenta, quando i russi seguivano
la loro ritirata in un braccio di ferro che
diventava disfatta a colpi di mitragliatori.
Odore di erba, di polvere, di nafta, segnavano la
via della sconfitta.
Per molti venne la fine.
A lui fu riservato un futuro e la vita, dopo essersi
raggrumato nel dolore delle ferite, riprese a scorrere
e si tramutò in sole, cielo, erba, fiori, case,
lavoro. Fu tutto come prima, meglio di prima,
perchè Giovanni conquistò una speciale visione
dell’esistenza che lo accompagnava come una
nuova anima.
Da quel ’43 erano trascorsi tanti anni e adesso era
successa una cosa davvero strana.
Ormai aveva ottantasette anni anche se non li dimostrava.
Era un nonno col viso percorso dalle
rughe e saturo di ricordi che nessuno ascoltava
più, tanto li aveva ripetuti.
Un giorno, proprio suo nipote Marco gli aveva
proposto un viaggio. Un viaggio a lui che stava in
paese da quando era tornato dal fronte, a parte
una gita con la Parrocchia.
- Ti porto in Russia, verrai? Andremo col camper
così ti sembrerà di viaggiare con la casa… -
Dapprima gli sembrò una stranezza improponibile
alla sua età. Poi, come animato da un vigore
nuovo ed irrinunciabile, acconsentì.
Con suo nipote Marco partì.
Insieme a loro viaggiava anche Alessandra la
fidanzata che li accudiva nelle necessità quotidiane.
Ripercorse con le comodità più gradevoli
un itinerario che nell’inverno tra il ’42 ed il ’43 lo
aveva visto ombra vagante alla deriva tra buio e
neve.
Ora splendeva il sole, un gradevole sole estivo
che gli regalava l’immagine di larghe strade tra
i campi. Le visioni del passato erano cancellate:
una sorta di magia pareva aver ricreato, rigenerato
città e paesi.
S’incantò a San Pietroburgo, alla magnificenza
del palazzo d’Inverno ed allo svettare dei campanili
della cattedrale di San Pietro e Paolo.
Un mondo d’arte che credeva essere un privilegio
solo italiano.
Non poté fare a meno di pensare che l’uomo è
soggetto al tempo ed ai suoi eventi che tra loro
sono spesso in antitesi o addirittura si escludono
vicendevolmente.
Il camper, peraltro ultracomodo, gli piacque ed
assaporò la straordinaria possibilità di percorrere
senza sforzo, anzi, con estrema piacevolezza chilometri
e chilometri.
Tutto lo incantava… gli piaceva ascoltare suo nipote
che gli spiegava il perché dei luoghi e dei
monumenti.
A lasciarlo di stucco fu la Piazza Rossa a Mosca
e le diciotto torri del Cremlino. Fu orgoglioso di
sapere che la Spassakaia, la torre del Salvatore,
era stata costruita nel 1491 dall’architetto milanese
Solario.
Le variegate cupole di San Basilio gli facevano levare
alto lo sguardo.
Colori e forme si fondevano in abbracci di fantasiosa
creatività e gli parve illusione quel passato
di guerra, fame, neve.
Forse era arrivato fin qua proprio per questo.
Allora fu certo d’essere il testimone d’una fine e di
un inizio mentre il cielo di Mosca si popolava di
soffici nuvole bianche.

