Una foto una storia: LUIGGI
di Sergio Bedetti
Nel 2001 pubblicai un libro in dialetto
veneto dal titolo “La mi guera”,
una serie di racconti relativi agli
anni della seconda guerra mondiale,
che personalmente ho vissuto
e quindi percepito con l’occhio e
l’animo di un bambino.
All’epoca, infatti, non avevo che
una decina d’anni e non avevo
completato le elementari.
La guerra era appena finita e non
v’era città, paese o piccolo borgo
che non ospitasse - si fa per dire - la
sua quota di “liberatori” e più precisamente
“badogliani”, in particolare,
dalle nostre parti, appartenenti
alla divisione “Cremona”. Si trattava
di soldati italiani che portavano
la divisa kaki delle truppe angloamericane,
che avevano risalito
tutta la Penisola arrivando da noi il
25 Aprile 1945.
Grandi feste: bandiere bianche fatte
con le lenzuola, bandiere tricolori,
saltate fuori da chissà dove, camion
jeep autoblindo carri armati scorazzavano
per le vie, riempivano
piazze e tutti sopra, soldati e civili,
bambini e ragazze, giovani e meno
giovani, e tutti gridavano, ridevano,
cantavano.
Passata la prima euforia gli entusiasmi
andarono scemando, la gente
tornava al proprio lavoro, se ce
l’aveva, le donne ripresero le loro
faccende, i ragazzi scorazzavano in
giro, dato che le scuole erano chiuse,
e le ragazze cominciarono a familiarizzare
- usiamo l’eufemismo!
- coi militari.
Quelle che avevano familiarizzato
un po’ troppo, o un po’ troppo
scopertamente, coi fascisti e coi
tedeschi vennero rapate a zero, ma
più tardi i capelli ricrebbero, così anche
loro passarono dal grigioverde al kaki, alimentando
la schiera di quelle che gli alleati
chiamarono semplicemente “siniorine”,
con una strana “n” che aveva il suono “gn”,
ignoto alla lingua sassone, e neppure una
semplice “n”, come la pronunciamo noi nel
nome “nonna”.
Fu così che anche in Borgo vedemmo comparire
qualche militare che accompagnava
a casa, a spasso, in giro, al cinema, a ballare,
qualcuna delle nostre vicine di casa, suscitando
la rabbia, l’invidia ed il malumore
dei coetanei che avevano già puntato su di
esse i loro occhi. Qualcuna dovette subire
scenate, anche un tantinello vivaci in famiglia,
che, del resto servirono a ben poco.
Ci furono anche quelle che alla fine sposarono
il loro uomo in divisa. Alcune lo
seguirono al suo paese, tal altre misero su
casa da noi.
Vicino a me abitava la Diva, una ragazza
non bellissima ma con attributi piuttosto
evidenti a cominciare dalle labbra rosse e
carnose, e più giù un davanzale sporgente,
che si bilanciava con un fondoschiena che
non passava inosservato.
Anche lei ubbidendo alla legge del vincitore
o attratta dalla divisa od ancora
affascinata dal fisico e dalla parlata di
“Luiggi”, come diceva lui nel suo dialetto
meridionale, aveva ceduto alle lusinghe
di Cupido formando coppia fissa col suo
“badogliano”.
Un giorno - e qui entro in scena io - me
ne stavo seduto sui gradini che dalla strada
arginale del Canale portavano al cortiletto
prospiciente casa mia.
“Luiggi” mi vede, porta agli occhi il mirino
della sua Comet e scatta, immortalandomi
scalzo, come usavamo tutti noi figli del popolo
ai primi tepori primaverili - eravamo,
del resto, ormai a Giugno inoltrato -, coi
pantaloncini corti, che noi usavamo per
tutto il tempo dell’anno, ed una camicetta
nera, derivata dalla riduzione d’una smessa
da mio padre, meccanico e quindi abitualmente
vestito da tuta con le bretelle e camicia
nera, o quantomeno scura, per poter
durare almeno qualche giorno, e ridotta da
mia madre, sarta, alla mia taglia.
Così la foto finì in una scatola con altre e
solo anni dopo, quando si fece un po’ d’ordine
sistemando in vari album le diverse
immagini, la mia finì insieme ad altre in
una sequela cronologica che io stesso ordinai,
come fecero gli altri miei familiari.
E quando, stampando il libro, il grafico mi
chiese un’immagine, che avesse qualche
relazione col testo, da riportare in copertina,
mi ricordai della foto di “Luiggi” il “badogliano”.
Di lui, invece, non so che fine ha fatto, anche
perché la Diva, anni dopo emigrò in
Piemonte, come tanti, e sposò un friulano
che non si chiamava di sicuro “Luiggi”.
