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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Una foto una storia: LUIGGI

di Sergio Bedetti

Nel 2001 pubblicai un libro in dialetto veneto dal titolo “La mi guera”, una serie di racconti relativi agli anni della seconda guerra mondiale, che personalmente ho vissuto e quindi percepito con l’occhio e l’animo di un bambino. All’epoca, infatti, non avevo che una decina d’anni e non avevo completato le elementari. La guerra era appena finita e non v’era città, paese o piccolo borgo che non ospitasse - si fa per dire - la sua quota di “liberatori” e più precisamente “badogliani”, in particolare, dalle nostre parti, appartenenti alla divisione “Cremona”. Si trattava di soldati italiani che portavano la divisa kaki delle truppe angloamericane, che avevano risalito tutta la Penisola arrivando da noi il 25 Aprile 1945. Grandi feste: bandiere bianche fatte con le lenzuola, bandiere tricolori, saltate fuori da chissà dove, camion jeep autoblindo carri armati scorazzavano per le vie, riempivano piazze e tutti sopra, soldati e civili, bambini e ragazze, giovani e meno giovani, e tutti gridavano, ridevano, cantavano. Passata la prima euforia gli entusiasmi andarono scemando, la gente tornava al proprio lavoro, se ce l’aveva, le donne ripresero le loro faccende, i ragazzi scorazzavano in giro, dato che le scuole erano chiuse, e le ragazze cominciarono a familiarizzare - usiamo l’eufemismo! - coi militari. Quelle che avevano familiarizzato un po’ troppo, o un po’ troppo scopertamente, coi fascisti e coi tedeschi vennero rapate a zero, ma più tardi i capelli ricrebbero, così anche loro passarono dal grigioverde al kaki, alimentando la schiera di quelle che gli alleati chiamarono semplicemente “siniorine”, con una strana “n” che aveva il suono “gn”, ignoto alla lingua sassone, e neppure una semplice “n”, come la pronunciamo noi nel nome “nonna”. Fu così che anche in Borgo vedemmo comparire qualche militare che accompagnava a casa, a spasso, in giro, al cinema, a ballare, qualcuna delle nostre vicine di casa, suscitando la rabbia, l’invidia ed il malumore dei coetanei che avevano già puntato su di esse i loro occhi. Qualcuna dovette subire scenate, anche un tantinello vivaci in famiglia, che, del resto servirono a ben poco. Ci furono anche quelle che alla fine sposarono il loro uomo in divisa. Alcune lo seguirono al suo paese, tal altre misero su casa da noi. Vicino a me abitava la Diva, una ragazza non bellissima ma con attributi piuttosto evidenti a cominciare dalle labbra rosse e carnose, e più giù un davanzale sporgente, che si bilanciava con un fondoschiena che non passava inosservato.  anonimo, Sergio Bedetti Anche lei ubbidendo alla legge del vincitore o attratta dalla divisa od ancora affascinata dal fisico e dalla parlata di “Luiggi”, come diceva lui nel suo dialetto meridionale, aveva ceduto alle lusinghe di Cupido formando coppia fissa col suo “badogliano”. Un giorno - e qui entro in scena io - me ne stavo seduto sui gradini che dalla strada arginale del Canale portavano al cortiletto prospiciente casa mia. “Luiggi” mi vede, porta agli occhi il mirino della sua Comet e scatta, immortalandomi scalzo, come usavamo tutti noi figli del popolo ai primi tepori primaverili - eravamo, del resto, ormai a Giugno inoltrato -, coi pantaloncini corti, che noi usavamo per tutto il tempo dell’anno, ed una camicetta nera, derivata dalla riduzione d’una smessa da mio padre, meccanico e quindi abitualmente vestito da tuta con le bretelle e camicia nera, o quantomeno scura, per poter durare almeno qualche giorno, e ridotta da mia madre, sarta, alla mia taglia. Così la foto finì in una scatola con altre e solo anni dopo, quando si fece un po’ d’ordine sistemando in vari album le diverse immagini, la mia finì insieme ad altre in una sequela cronologica che io stesso ordinai, come fecero gli altri miei familiari. E quando, stampando il libro, il grafico mi chiese un’immagine, che avesse qualche relazione col testo, da riportare in copertina, mi ricordai della foto di “Luiggi” il “badogliano”. Di lui, invece, non so che fine ha fatto, anche perché la Diva, anni dopo emigrò in Piemonte, come tanti, e sposò un friulano che non si chiamava di sicuro “Luiggi”.

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