ÀNDARE ... A LATE
il Racconto del Mese
di Rosetta Menarello
L’odore delle mucche si sentiva voltando
l’angolo del sentiero che, dalla casetta di Isa,
portava alla “corte” dove la stalla era parte
viva. La donna era ormai avanti negli anni
e, faticando a camminare, si faceva accompagnare
da Paolino il nipote più piccolo, a
prendere il latte. Ogni sera, verso le sei, parevano
obbedire ad un appuntamento con il
tempo più che con la mungitura che assicurava
una cena gradevole.
Sono passati più di cinquant’anni da quando Isa e Paolino camminavano lenti, pittoreschi come un quadro di Segantini, verso la casa padronale, la “corte” dove alla stessa ora si mungevano le vacche bianche e maestose, regine della penombra odorosa di fieno e letame, che era la stalla. Tutto resta però conservato nella nicchia dei ricordi incancellabili.
Era bello andare là in primavera, quando l’aria si faceva conca di profumi nuovi, acerbi, misteriose miscele di segreti esalate dalle anime degli alberi e delle erbe. Il bambino trotterellava accanto alla vecchia nonna facendo dondolare con la mano la “gamea” vuota che presto si sarebbe riempita di latte candido e schiumoso. Isa vestita di scuro, camminava lenta ma il suo passo esibiva un’eleganza insita in tutta la persona che gli anni non avevano cancellato. “Dai nona, ca’ rivemo tardi” Lei sorrideva e si ravviava una ciocca ribelle che le sfuggiva dalla crocchia trattenuta da piccole forcine di tartaruga.
Virgilio “el boaro”, un ometto piccolo e nodoso come un ulivo, usciva dalla stalla con i due secchi di latte colmi e pesanti tanto da farlo camminare traballando come un acrobata in pericoloso equilibrio su un invisibile filo. Velocemente portava i recipienti verso la cascina e li sistemava su una specie di gradino in pietra sotto una finestra accostata. Davanti si stendeva il cortile ampio, a dorso di mulo, ancora mezzo coperto dalla paglia stesa per ripararlo dai rigori dell’inverno appena passato.
Dai secchi colmi il latte denso e schiumoso
mandava un profumo dolce e materno che
attirava l’attenzione di Meo, il gatto. Con
passo agile e silenzioso veniva a strusciarsi
sulle gambe di Virgilio.
“Gatazo ruffian, te vien solo co’ te senti odore
de roba da magnare! Ciapa i sorzi inveze
de dormire tuto el dì!”
Paolino e la vecchia Isa ridevano mentre il
bambino accarezzava la schiena tigrata di
Meo che socchiudeva gli occhi gialli in attesa
di qualcosa…
“Buona sera Isa, on litro come ‘l solito?”
“Sera Virgilio! Si, si, el solito!”
Lui prendeva allora un vecchio pentolino ammaccato e, con “el cazolo” attingeva dal primo secchio un po’ di latte e ve lo versava porgendolo al gatto. “Ciapa, prima ti, birbo cofà ‘na volpe” Meo si staccava da Paolino e si metteva a leccare il latte con avidità. “Xé proprio vero, che i gati xé birbi e i ghe guadagna co’ le mignognole! St’altra olta nasso gato cussì magno a sbafo” commentò Isa. Risero mentre l’uomo riempiva la “gamea”. Alcune gocce caddero intorno ai recipienti e Meo concluse la sua cena lambendo anche quelle.
Paolino ripassò la mano sulla schiena dell’animale che si mise a fare le fusa. Una specie di ronzio leggero e gradevole. Poi seguì per un tratto di strada il ritorno a casa dei due. La coda ritta come un’antenna ogni tanto accarezzava le gambe del bambino che portava con orgoglioso impegno la “gamea” profumata di latte. Ormai sazio Meo ignorava le gocce che qua e là cadevano sul sentiero già punteggiato da qualche margherita.
