PICCOLI UOMINI
Racconto del Mese di Rosetta Menarello
Alto e robusto per dono di natura, Luciano
sembrava un uomo già a dieci anni. Era
un bambino che aveva visto con gli occhi
dell’innocenza gli orrori della guerra e conosciuto,
rannicchiato tra le coperte di panno
ruvido, i crampi della fame che mordono
lo stomaco e fanno sognare di mangiare…
Poi era venuta la pace e così Luciano aveva
riconquistato la spensierata felicità del gioco
con i coetanei.
A due passi dal centro di Rovigo, l’Adigetto
era per i ragazzi un universo, un posto magico,
una meta quotidiana dove ritrovarsi. Armati
di canne, barattoli, bava e galleggianti
affrontavano le rive dove c’era sempre il
tempo per una nuotata. L’acqua li avvolgeva
pregna dell’asprezza selvatica delle alghe.
Pietro guidava la piccola comitiva sempre
pronta al gioco, tesa alla spensierata gioiosità
che precede gli anni dell’adolescenza.
E poi c’era il pallone a cui non si rinunciava
mai, era compagno di tutte le ore.
In cinque, sei, dieci giocavano sulla strada,
nei cortili e spesso, quando un calcio troppo
energico rompeva i vetri di qualche finestra,
dovevano darsela a gambe inseguiti dalle
minacce delle padrone di casa o dalle scope
delle nonne incollerite.
- Canaja, sa te ciapo, te lo dago mi el balon! -
- Curime drio sa te si bona! -
E via verso l’Adigetto con il profumo dell’erba
che inseguiva i piedi, le gambe, le mani
che si aggrappavano quando qualcuno stava
per cadere.
I quegli anni di libertà, di serena inconsapevolezza
delle verità della vita Luciano e i
suoi amici erano aquiloni colorati lanciati in
volo e senza meta.
Eppure, quando le giornate scorrono così,
senza strattoni ecco che l’imprevisto si materializza
in forme a volte violente e mostruose.
E l’imprevisto, non ponderabile, ebbe una
dimensione…
Avevano giocato tutto il giorno. Era una
giornata d’autunno appena iniziato, tanto
che lui, Silvio e gli altri, avevano inaugurato
un pallone del tutto insolito: un pallone ovale
per uno sport nuovo per tutti: il rugby.
Avevano impiegato tutte le energie per mettere
in atto le mosse e le regole che per tutti
erano da conoscere.
Sudati fino alle ossa s’erano tolti le maglie
per lasciarle asciugare a quel sole di primo
pomeriggio ancora caldo e rassicurante.
Poi, il classico “fulmine a ciel sereno”…
Silvio, il più gracile della “banda” fu preso
dalla febbre, per giorni e giorni. Non c’era
via di fuga da un malessere che si rivelò poi
tutt’altro che il frutto d’una sudata.
Imperversava in quel tempo la poliomielite
che mieteva vittime come una vera epidemia.
Lui fu una di quelle. Si riebbe dopo
mesi trascorsi in un alternarsi di operazioni
e convalescenze.
Silvio fu l’aquilone sfregiato dalla follia violenta
del vento che gli tolse il volo planante
ed armonioso. Il suo divenne un pencolare
che lo faceva sembrare sempre sul punto di
cadere. Una gamba più corta lo rese ancora
più fragile e la sua stagione felice divenne
ben presto quella della saggia accettazione
della vita propria dell’età matura.
- Poaréto, quanto pecà chel me fa! -
Di questa piccola pietà non fu convinto Luciano
che rimase sempre consapevole che
Silvio era quello di prima e lo scosse dalla
tristezza con la sua prorompente e vitale forza.
Pareva volesse trasfondergliela con gesti
speciali. Al mattino se lo caricava sulle spalle
(in copeta) e poi, tenendo saldo un bastone
che lui chiamava di “vera fibra adama” appendeva
alle estremità le cartelle di scuola e
i due diventavano una cosa sola. Una specie
di veicolo umano, di abbraccio, di trasfusione
di forza che si recava al mattino a scuola
e nel pomeriggio fino a tarda sera si sfiniva
nel gioco.
Era la loro vittoria sulla “bastonata” della
vita.
Avevano vinto a modo loro una battaglia.
Per Luciano poi si aprirono le porte dello
sport che gli era entrato nel cuore e si era
trasformato in passione: il rugby.
Silvio era il suo più grande tifoso, la forza del
suo: - Daghe dentro, Luciano! - era la comunicazione
vitale entrata dirompente nella
loro vita e destinata a diventare una bandiera
di trionfo.

