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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

L'Argele

di Sergio Benedetti

L'Argele Quand’ero bambino, in casa mia, nel cassetto della tavola si trovava un piatto di fattura inglese. Oggi sarebbe un bel pezzo d’antiquariato da esporre in salotto. Noi lo adoperavamo per mettervi il sale, che essendo igroscopico, finiva sempre per lasciare un po’ d’acqua sul fondo. Era il piatto dell’Argènide. Noi la chiamavamo così, ma la nonna ci correggeva immancabilmente tutte le volte: “Si chiamava Argele”,e scandiva perentoriamente quel nome. Chi fosse questa persona sono venuto a saperlo molti anni dopo, quando scartabellando fra i ricordi di famiglia, saltò fuori una vecchia foto datata 1882. Vi è ritratta una donna, con la frangetta, vestita e pettinata secondo i dettami di una moda molto lontana dagli anni nostri. Era stata una madrina di mio padre ed in questo modo, tramite mia madre, la memoria della famiglia, vengo a conoscere la sua storia. Era stata un’amica di mia nonna; nel Paese era una specie di notabile per il fatto d’esser stata, a quei tempi, in giro per il mondo. Aveva conosciuto per sonaggi importanti; emigrata in Argentina aveva avuto una relazione - fidanzato o amante non è dato saperlo – e forse altre avventure di quel genere che non si raccontano ai ragazzini, essendovi impastati grandi amori, tradimenti, corna, passioni e compagnia bella. Trascorsa l’età delle mattane e delle corse alla cavallina, tornata in Italia, s’era stabilita in Paese, dove s’era conquistata stima e simpatia da parte delle signore, curiosità ed interesse da parte dei signori, alcuni dei quali, con fini ed intenzioni diversi, avevano tentato l’approccio, chi attirato dalla sua femminilità, chi dal suo modo di fare, chi, perché no? dal suo patrimonio di presunta cospicua entità, ma che tutti ritenevano di notevole interesse. Dimostrava quel tratto di signorilità acquisito nelle trascorse frequentazioni, quella profonda conoscenza delle persone di chi ha avuto esperienze diverse. Possedeva un gruzzoletto che le permetteva di vivere, se non agiatamente, senza preoccupazioni economiche, quindi non aveva bisogno di nessuno e questo era più che sufficiente perché fosse classificata fra i benestanti. In occasione di qualche festa vestiva con una certa eleganza legata alla circostanza, né mancava d’ingioiellarsi come una duchessa, facendo rimanere a bocca aperta, come i merli, tutti i paesani, femmine e maschi Se non fosse stato perché ormai aveva passato l’età canonica, di sicuro qualcuno si sarebbe interessato a lei e probabilmente, ma non s’è mai saputo con certezza, qualche vedovo aveva tentato, magari pensando ai suoi quattrini, credendo più a quel che vedeva che a quel che poteva esserci in realtà, ma aveva preso un diniego senza possibilità d’appello. Le donne facevano la fila per farsela amica ma lei aveva buon naso e capiva a volo chi lo faceva per simpatia e chi per interesse, operando a ragion veduta le su scelte. A coloro con le quali entrava in maggior confidenza e quando ne aveva la voglia e la nostalgia, svelava le sue avventure. A Venezia era stata invitata a palazzo dal nobiluomo Tale, a Firenze dal Conte Talaltro, a Parigi dal Signor Tizio, a Vienna dal nobile Caio; non parliamo del Brasile e dell’Argentina, dove aveva conosciuto signori che possedevano tenute così estese che occorrevano tre giorni a cavallo per andare da un confine all’altro. Aveva assaggiato il serpente arrosto, il filetto di una specie di lucertolone più grosso d’una lepre, le banane fritte, e frutta da noi completamente sconosciuta. Aveva visto mari e monti, di qua e di là dall’oceano; le sue avventure facevan diventar bagattelle quelle di Garibaldi nell’uno e nell’altro mondo. Uomini ne aveva conosciuto di tutte le razze, di tutte le nazioni e di tutti i colori; però, lei precisava, che a era stata con uomini c’era stata una sola volta e con una sola persona: Vittorio Emanuele, Sua Maestà appunto, che essendo un gran cacciatore si è guadagnato la fama di non essersene mai lasciato scappare una, neppure l’Argele.

Per curiosità trascrivo la dedica posta sul retro della foto con traduzione alla buona:
Mañana, muy venturosos años cumplas
Domani compirai molti anni felici
Luisa amada, sea tu vivis
Luisa amata, sia tu viva
Alegre, venturosa y seductora
allegra, fortunata e seduttrice
Refleje nunca la pena del sufrir;
mai mostrare la pena della sofferenza
Ganas os tenga la indomita fortuna
vinca vi tenga la indomita fortuna
Ella, al veros feliz, estè triste y desolada la advers…
lei, davvero felice, sarà triste e desolata l’avversità
Lejos estè de tu camino;
lontano sarà dal tuo cammino
Ella jamas os azote con su implacabile crueldad
mai essa vi danneggi con la sua implacabile crudeltà

Sergio Bedetti, autoritrattoSergio Bedetti nato nel 1935 nel Comune di Ariano Polesine (Rovigo) si stabilisce nel ‘38 ad Adria (Ro), dove tuttora vive. Diplomato all’Istituto Magistrale “Badini” della sua città, ha iniziato l’attività d’insegnamento in provincia di Venezia. Dopo qualche peregrinazione nelle scuole polesane è approdato alla sua città, concludendo la carriera nel ’94. Nel ’96 comincia la collaborazione - tutt’ora in atto - a “QUATRO CIÀCOE” – “Mensile in dialeto de cultura e tradission venete - con racconti e noterelle in “adrioto”. Pur accordando le sue preferenze alla prosa, non trascura la poesia, con lusinghieri successi. Pubblica “LA MI GUERA” nel 2001 (premio ATHESIS 2002), una serie di racconti in dialetto “adrioto”, cui ha affiancato di recente (Dicembre 2005) “BARICÒCOLE E POCORN”, opera affine alla precedente. Aderisce al “Gruppo Autori Polesani” di Rovigo, come incaricato per il Bassopolesine. Tel. 042622312 - Cell. 3489165846 - e-mail sergiobedetti@libero.it

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