L'Argele
di Sergio Benedetti
Quand’ero bambino, in casa mia, nel cassetto
della tavola si trovava un piatto di fattura
inglese. Oggi sarebbe un bel pezzo d’antiquariato
da esporre in salotto. Noi lo adoperavamo
per mettervi il sale, che essendo
igroscopico, finiva sempre per lasciare un
po’ d’acqua sul fondo. Era il piatto dell’Argènide.
Noi la chiamavamo così, ma la nonna
ci correggeva immancabilmente tutte le volte:
“Si chiamava Argele”,e scandiva perentoriamente
quel nome. Chi fosse questa persona
sono venuto a saperlo molti anni dopo,
quando scartabellando fra i ricordi di famiglia,
saltò fuori una vecchia foto datata 1882.
Vi è ritratta una donna, con la frangetta, vestita
e pettinata secondo i dettami di una
moda molto lontana dagli anni nostri. Era
stata una madrina di mio padre ed in questo
modo, tramite mia madre, la memoria della
famiglia, vengo a conoscere la sua storia. Era
stata un’amica di mia nonna; nel Paese era
una specie di notabile per il fatto d’esser stata,
a quei tempi, in giro per il mondo. Aveva
conosciuto
per sonaggi
importanti;
emigrata in
Argentina
aveva avuto
una relazione
- fidanzato
o amante
non è dato
saperlo – e
forse altre
avventure di
quel genere
che non si
raccontano ai ragazzini, essendovi impastati
grandi amori, tradimenti, corna, passioni
e compagnia bella. Trascorsa l’età delle
mattane e delle corse alla cavallina, tornata
in Italia, s’era stabilita in Paese, dove s’era
conquistata stima e simpatia da parte delle
signore, curiosità ed interesse da parte dei signori,
alcuni dei quali, con fini ed intenzioni
diversi, avevano tentato l’approccio, chi attirato
dalla sua femminilità, chi dal suo modo
di fare, chi, perché no? dal suo patrimonio
di presunta cospicua entità, ma che tutti ritenevano
di notevole interesse. Dimostrava
quel tratto di signorilità acquisito nelle trascorse
frequentazioni, quella profonda conoscenza
delle persone di chi ha avuto esperienze
diverse. Possedeva un gruzzoletto che
le permetteva di vivere, se non agiatamente,
senza preoccupazioni economiche, quindi
non aveva bisogno di nessuno e questo era
più che sufficiente perché fosse classificata
fra i benestanti. In occasione di qualche
festa vestiva con una certa eleganza legata
alla circostanza, né mancava d’ingioiellarsi
come una duchessa, facendo rimanere a
bocca aperta, come i merli, tutti i paesani,
femmine e maschi
Se non fosse stato perché ormai aveva passato
l’età canonica, di sicuro qualcuno si sarebbe
interessato a lei e probabilmente, ma
non s’è mai saputo con certezza, qualche
vedovo aveva tentato, magari pensando ai
suoi quattrini, credendo più a quel che vedeva
che a quel che poteva esserci in realtà,
ma aveva preso un diniego senza possibilità
d’appello. Le donne facevano la fila per farsela
amica ma lei aveva buon naso e capiva
a volo chi lo faceva per simpatia e chi per interesse,
operando a ragion veduta le su scelte.
A coloro con le quali entrava in maggior
confidenza e quando ne aveva la voglia e la
nostalgia, svelava le sue avventure. A Venezia
era stata invitata a palazzo dal nobiluomo
Tale, a Firenze dal Conte Talaltro, a Parigi
dal Signor Tizio, a Vienna dal nobile Caio;
non parliamo del Brasile e dell’Argentina,
dove aveva conosciuto signori che possedevano
tenute così estese che occorrevano
tre giorni a cavallo per andare da un confine
all’altro. Aveva assaggiato il serpente arrosto,
il filetto di una specie di lucertolone più
grosso d’una lepre, le banane fritte, e frutta
da noi completamente sconosciuta. Aveva
visto mari e monti, di qua e di là dall’oceano;
le sue avventure facevan diventar bagattelle
quelle di Garibaldi nell’uno e nell’altro
mondo.
Uomini ne aveva conosciuto di tutte le razze,
di tutte le nazioni e di tutti i colori; però, lei
precisava, che a era stata con uomini c’era
stata una sola volta e con una sola persona:
Vittorio Emanuele, Sua Maestà appunto, che
essendo un gran cacciatore si è guadagnato
la fama di non essersene mai lasciato scappare
una, neppure l’Argele.
Per curiosità trascrivo la dedica posta sul retro
della foto con traduzione alla buona:
Mañana, muy venturosos años cumplas
Domani compirai molti anni felici
Luisa amada, sea tu vivis
Luisa amata, sia tu viva
Alegre, venturosa y seductora
allegra, fortunata e seduttrice
Refleje nunca la pena del sufrir;
mai mostrare la pena della sofferenza
Ganas os tenga la indomita fortuna
vinca vi tenga la indomita fortuna
Ella, al veros feliz, estè triste y desolada la advers…
lei, davvero felice, sarà triste e desolata l’avversità
Lejos estè de tu camino;
lontano sarà dal tuo cammino
Ella jamas os azote con su implacabile crueldad
mai essa vi danneggi con la sua implacabile crudeltà
Sergio Bedetti nato nel 1935 nel Comune di Ariano Polesine (Rovigo) si stabilisce nel ‘38 ad Adria (Ro), dove
tuttora vive. Diplomato all’Istituto Magistrale “Badini” della sua città, ha iniziato l’attività d’insegnamento in
provincia di Venezia. Dopo qualche peregrinazione nelle scuole polesane è approdato alla sua città, concludendo
la carriera nel ’94. Nel ’96 comincia la collaborazione - tutt’ora in atto - a “QUATRO CIÀCOE” – “Mensile in
dialeto de cultura e tradission venete - con racconti e noterelle in “adrioto”. Pur accordando le sue preferenze
alla prosa, non trascura la poesia, con lusinghieri successi. Pubblica “LA MI GUERA” nel 2001 (premio ATHESIS
2002), una serie di racconti in dialetto “adrioto”, cui ha affiancato di recente (Dicembre 2005) “BARICÒCOLE E
POCORN”, opera affine alla precedente.
Aderisce al “Gruppo Autori Polesani” di Rovigo, come incaricato per il Bassopolesine. Tel. 042622312 - Cell.
3489165846 - e-mail sergiobedetti@libero.it
