Sulle ali della vita
di Rosetta Menarello
Questo racconto è ispirato alla vita di un’ostetrica: Anita Trombetta che, nella sua lunga carriera, ha aiutato tante vite a … venire alla luce.
A fine ottobre le nebbie autunnali avvolgono
nel loro ovattato silenzio il paesaggio del
Delta e nascondono l’imponente scorrere
del Grande Fiume affinché possa narrare,
col modulato fluire delle sue acque, storie
di uomini, animali e piante.
Garda era abituata a quella sottile malinconia,
a quel grigiore perlaceo che avvolgeva
il paesaggio intorno alla sua abitazione a
pochi metri dalla riva.
Lei e le sue sorelle si erano attardate nel
cortile con altri bambini della contrada
giocando a nascondino tra le case accoccolate
insieme, come quelle di un antico
presepe.
Poi il freddo e l’umidità le avevano richiamate
dentro con la voce decisa della mamma
che le invitava al loro dovere scolastico.
- Uffa, un attimo, veniamo! -
- No, subito! -
Rompendo il piccolo capannello i bambini
si dispersero rientrando nelle rispettive
abitazioni.
Garda aprì un po’ svogliatamente la cartella
imitata dalla sorella e nel silenzio della
forzata concentrazione ciascuna iniziò lo
svolgimento dei compiti.
Anita, la madre, accese la luce e sorrise alla
bella vista delle sue tre bambine sentendo
quanto erano importanti nella sua vita e in
quella del marito.
La quiete del momento fu presto interrotta
da un rumore prolungato ed assordante
che si spense sul cortile, a pochi metri dalla
porta.
- Levatrice, levatrice! E’ in casa? -
Anita si diresse velocemente all’ingresso.
- Buonasera, presto, presto venga per favore,
mia moglie ha le doglie… E’ tornata dal
campo che non ce la faceva più, venga! -
- Stia calmo, stia calmo, arrivo! -
Le bambine si guardarono con un sorriso
di complice assenso e già sapevano che la
madre le avrebbe richiamate a star in casa,
a non aprire a nessuno, ad aspettare l’arrivo
del papà che non avrebbe tardato.
Era ormai un rito che si ripeteva.
Voleva dire avere una madre ostetrica nella
zona del delta polesano quando le donne
partorivano in casa assistite da lei e dalle
figure familiari.
Garda, osservando Anita che si toglieva velocemente
il grembiule da cucina e prendeva
la sua valigetta professionale, provò
un’emozione consueta, profonda, irrazionale
ma estremamente reale. Chiuse gli occhi
per non vederla uscire. Avrebbe voluto
trattenerla ma il rumore della motoretta
era già affievolito e la bambina immaginò
il viaggio della madre che andava via, da
altre persone: proprio adesso che lei aveva
voglia di sentire la sua voce e di raccontarle
quello che aveva fatto a scuola!
Il percorso lungo l’argine del Po, nella zona
di Ca’ Venier, fu una specie di mosca cieca
tra falde di nebbia densa ed un buio ovattato
e gelido.
La casa apparve come un’ombra emersa
dal mare brumoso della pianura. Anselmo
fermò la motoretta e Anita saltò giù dal sellino
posteriore avviandosi svelta verso la
porta d’ingresso. L’accolse Temes la vecchia
suocera.
- Venga Anita, ho già l’acqua che bolle. E’
tutto pronto. -
La levatrice entrò. Il fuoco ardeva nella nicchia
del camino riverberando i suoi bagliori
sulle pareti, dipingendo d’una luminosità
quasi irreale i visi dei bambini seduti sul
bordo del focolare e intorno alla tavola.
Anita li aveva aiutati tutti a venire al mondo.
Vedendola sorrisero e Irene, la
più grande, si alzò per aiutarla
a togliersi il cappotto.
Temes le fece strada per la scala
di legno che scricchiolò con
secchi schiocchi sotto i loro
passi.
Entrarono nella stanza della
partoriente che le accolse con
un’espressione fiduciosa ed al
tempo stesso impaurita.
Era il suo decimo figlio. Era il
suo decimo figlio ma le pareva
fosse il primo. Era sempre
così.
Ai piedi del letto, allineati sul
baule della dote, erano posati
candidi teli che fra poco avrebbero
asciugato la liquida esplosione
di una nuova vita.
Temes chiuse la porta ed assicurò
il pudore quasi sacro che
un momento così straordinario
imponeva.
Furono necessarie più di due
ore di impegno e di sofferenza
per la levatrice e Maria, la sua
partoriente.
E quando il galoppare forsennato
del travaglio si mutò nel
vagito del neonato, la casa respirò,
libera dall’atavica paura
della morte. Si, perchè è quella
che in fondo si teme…
- Come lo chiami, Maria? -
- Eh gli dò il nome di mio fratello
che non è più tornato dal
fronte: Eridano! -
Seguendo un rito consueto,
in attesa del vero sacramento
che il prete gli avrebbe somministrato
in seguito, Anita, con
gesti semplici e misurati, lo
battezzò.
Nessuno più lo avrebbe strappato
dalla certezza di essere
venuto al mondo come creatura, figlio della Provvidenza.
Tutto era compiuto. Qualcuno bussò alla porta e Temes
s’affaccendò a mettere i panni usati nella cesta
mentre il viso sorridente di Irene si affacciava fiduciosa
di essere ammessa nella stanza. Dietro a lei vennero
tutti a vedere il nuovo fratellino.
- E’ pronto un po’ di brodo caldo. Lo porto subito - disse
la vecchia Temes. Anche quello era un frammento
del rituale della nascita.
Il profumo s’era diffuso nella stanza e veniva a riportare
forza alla madre e all’ostetrica che l’aveva aiutata
a mettere al mondo un’altra vita.
Quando Anita uscì dalla casa fu abbracciata dalla lattiginosa
presenza della nebbia. Era adesso lei stessa
nell’immenso ventre dell’aria che l’accarezzava con
l’umore vitale del suo alito.
Fra poco sarebbe tornata dalle sue figlie ad aspettare
che nuove vite le chiedessero di aiutarle a venire alla
luce…
