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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Sulle ali della vita

di Rosetta Menarello

Questo racconto è ispirato alla vita di un’ostetrica: Anita Trombetta che, nella sua lunga carriera, ha aiutato tante vite a … venire alla luce.

 archivio Garda A fine ottobre le nebbie autunnali avvolgono nel loro ovattato silenzio il paesaggio del Delta e nascondono l’imponente scorrere del Grande Fiume affinché possa narrare, col modulato fluire delle sue acque, storie di uomini, animali e piante.
Garda era abituata a quella sottile malinconia, a quel grigiore perlaceo che avvolgeva il paesaggio intorno alla sua abitazione a pochi metri dalla riva.
Lei e le sue sorelle si erano attardate nel cortile con altri bambini della contrada giocando a nascondino tra le case accoccolate insieme, come quelle di un antico presepe.
Poi il freddo e l’umidità le avevano richiamate dentro con la voce decisa della mamma che le invitava al loro dovere scolastico.
- Uffa, un attimo, veniamo! -
- No, subito! -
Rompendo il piccolo capannello i bambini si dispersero rientrando nelle rispettive abitazioni.
Garda aprì un po’ svogliatamente la cartella imitata dalla sorella e nel silenzio della forzata concentrazione ciascuna iniziò lo svolgimento dei compiti.
Anita, la madre, accese la luce e sorrise alla bella vista delle sue tre bambine sentendo quanto erano importanti nella sua vita e in quella del marito.
La quiete del momento fu presto interrotta da un rumore prolungato ed assordante che si spense sul cortile, a pochi metri dalla porta.
- Levatrice, levatrice! E’ in casa? - Anita si diresse velocemente all’ingresso.
- Buonasera, presto, presto venga per favore, mia moglie ha le doglie… E’ tornata dal campo che non ce la faceva più, venga! -
- Stia calmo, stia calmo, arrivo! -
Le bambine si guardarono con un sorriso di complice assenso e già sapevano che la madre le avrebbe richiamate a star in casa, a non aprire a nessuno, ad aspettare l’arrivo del papà che non avrebbe tardato.
Era ormai un rito che si ripeteva.
Voleva dire avere una madre ostetrica nella zona del delta polesano quando le donne partorivano in casa assistite da lei e dalle figure familiari.
Garda, osservando Anita che si toglieva velocemente il grembiule da cucina e prendeva la sua valigetta professionale, provò un’emozione consueta, profonda, irrazionale ma estremamente reale. Chiuse gli occhi per non vederla uscire. Avrebbe voluto trattenerla ma il rumore della motoretta era già affievolito e la bambina immaginò il viaggio della madre che andava via, da altre persone: proprio adesso che lei aveva voglia di sentire la sua voce e di raccontarle quello che aveva fatto a scuola!
Il percorso lungo l’argine del Po, nella zona di Ca’ Venier, fu una specie di mosca cieca tra falde di nebbia densa ed un buio ovattato e gelido.
La casa apparve come un’ombra emersa dal mare brumoso della pianura. Anselmo fermò la motoretta e Anita saltò giù dal sellino posteriore avviandosi svelta verso la porta d’ingresso. L’accolse Temes la vecchia suocera.
- Venga Anita, ho già l’acqua che bolle. E’ tutto pronto. -
La levatrice entrò. Il fuoco ardeva nella nicchia del camino riverberando i suoi bagliori sulle pareti, dipingendo d’una luminosità quasi irreale i visi dei bambini seduti sul bordo del focolare e intorno alla tavola.
Anita li aveva aiutati tutti a venire al mondo.
Vedendola sorrisero e Irene, la più grande, si alzò per aiutarla a togliersi il cappotto.
Temes le fece strada per la scala di legno che scricchiolò con secchi schiocchi sotto i loro passi.
Entrarono nella stanza della partoriente che le accolse con un’espressione fiduciosa ed al tempo stesso impaurita.
Era il suo decimo figlio. Era il suo decimo figlio ma le pareva fosse il primo. Era sempre così.
Ai piedi del letto, allineati sul baule della dote, erano posati candidi teli che fra poco avrebbero asciugato la liquida esplosione di una nuova vita.
Temes chiuse la porta ed assicurò il pudore quasi sacro che un momento così straordinario imponeva.
Furono necessarie più di due ore di impegno e di sofferenza per la levatrice e Maria, la sua partoriente.
E quando il galoppare forsennato del travaglio si mutò nel vagito del neonato, la casa respirò, libera dall’atavica paura della morte. Si, perchè è quella che in fondo si teme…
- Come lo chiami, Maria? -
- Eh gli dò il nome di mio fratello che non è più tornato dal fronte: Eridano! -
Seguendo un rito consueto, in attesa del vero sacramento che il prete gli avrebbe somministrato in seguito, Anita, con gesti semplici e misurati, lo battezzò.
Nessuno più lo avrebbe strappato dalla certezza di essere venuto al mondo come creatura, figlio della Provvidenza. Tutto era compiuto. Qualcuno bussò alla porta e Temes s’affaccendò a mettere i panni usati nella cesta mentre il viso sorridente di Irene si affacciava fiduciosa di essere ammessa nella stanza. Dietro a lei vennero tutti a vedere il nuovo fratellino.
- E’ pronto un po’ di brodo caldo. Lo porto subito - disse la vecchia Temes. Anche quello era un frammento del rituale della nascita.
Il profumo s’era diffuso nella stanza e veniva a riportare forza alla madre e all’ostetrica che l’aveva aiutata a mettere al mondo un’altra vita.
Quando Anita uscì dalla casa fu abbracciata dalla lattiginosa presenza della nebbia. Era adesso lei stessa nell’immenso ventre dell’aria che l’accarezzava con l’umore vitale del suo alito.
Fra poco sarebbe tornata dalle sue figlie ad aspettare che nuove vite le chiedessero di aiutarle a venire alla luce…

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