JAERA JERI, Mulini natanti
di Graziano Zanin
Ho avuto modo di visitare la ricostruzione
di un mulino galleggiante sul Po che, grazie
alla sensibilità europea per la salvaguardia
del territorio, il comune di Ro (Ferrara), ha realizzato
qualche anno fa. E’ un intervento che
merita di essere conosciuto perché effettuato
quasi fedelmente e quindi istruttivo.
La documentazione fotografica dell’Archivio
Terrisaurum - Athesis.News.it ci permette
di documentare quanto c’era sull’Adige nei
pressi di Rovigo.
Grazie a pubblicazioni del 2002 e 2003 (Boara
Pisani tra storia, cronaca cultura e fede
… vol. I a cura di Stefano Zuanon e vol III
del sottoscritto), propongo un estratto di
quanto pubblicato e foto riguardanti alcuni
mulini natanti sull’Adige. Altre significative
immagini saranno pubblicate in seguito.
La parola mulino deriva dal termine Mole o macine. I mulini aventi come forza motrice l’acqua sono di due tipi: terragni e natanti. I primi sono dei manufatti tipici dei corsi d’acqua. Venivano collocati a cavallo o sulle sponde dei fiumi e torrenti, i secondi invece presso la riva dei grandi fiumi. Presenti fin dal Medioevo, realizzati su barca a due prue, raggiunsero la sua pienezza funzionale sul Po e sull’Adige. Lo sviluppo dei mulini sull’Adige fu sempre costante, anche per lo stretto legame con la fiorente agricoltura del territorio circostante: ebbero il loro massimo sviluppo sotto il dominio austriaco. I mulini natanti non furono mai accolti volentieri sui fiumi perché impedivano la navigazione. Anche sui nostri fiumi Adige e Po fu proibita la costruzione di nuovi mulini verso il 1950 e chi, volontariamente demoliva il proprio mulino, riceveva un risarcimento. I mulini natanti raggiunsero la pienezza funzionale in virtù dell’impiego di tre barche: due appaiate verso riva (Sandon de tera e Sandana) e una al largo (Atan). I primi due barconi sopportavano il peso del meccanismo molitorio e della casa con le macine, i sacchi di grano e di farina, il letto del molinaro e attrezzi vari, sul terzo gravava il peso della Ruota. Per raggiungere il mulino c’era la Peagna, una larga asse tra la riva e il Sandon de tera. Quest’asse era lunga circa cinque metri e manovrandola si poteva accostare a riva o spingere al largo il mulino. I mulini si trovavano dove la corrente del fiume era più forte. Durante l’inverno la produzione era ridotta, perché il ghiaccio impediva la macinazione. La produzione normale era di 7-8 sacchi al giorno dal peso di 65 Kg circa. Nel 1480 si contavano fra Boara, Lusia e Concadirame 7 molini che, per statuto del 1440, dovevano stare 18 piedi dalla riva. Nel 1575 se ne contavano 42 da Lusia ad Anguillara e 52 nel 1584, mentre nel 1587/88, a Concadirame quelli che erano tenuti a pagare il dazio erano 14. A Grompo, sul Ceresolo, operavano 4 mulini, forse terragni: 2 della famiglia Targa ed altri 2 della famiglia Scalabrin. Nel 1590 nella parte Padovana dell’Adige se ne enumeravano 40 e 25 nel Polesine.
In una rappresentazione cartografica della parte padovana di Concadirame del 14 settembre 1590 di Cristoforò Sorte sono ben figurati i mulini in numero di 12, lungo le due sponde. Questi erano di proprietà dei Manfredini per diritto feudale ed i mugnai ne erano affittuari o livellari. Come riporta la Camera di Commercio di Rovigo, istituita nel 1803, sono 250. Nel 1819 i mugnai di Concadirame del Polesine risultano: Paganin Paolo di Girolamo (n. 1795 m. 1855), Paganin Giuseppe, Bassani Antonio di Francesco (n. 1786 m. 1849), Bordin Giò Batta di Giuseppe (n. 1784), Zurma Giò Batta (n. 1778 m. 1848), Carotta Domenico (n. 1776), Carotta Antonio (n. 1761), Bordin Francesco di Antonio (n. 1782 m. 1824), Zennaro Antonio (n. 1765). I mulini sull’Adige ed il Po nella seconda metà dell’Ottocento raggiunsero il numero ragguardevole di quasi 200. I mulini natanti nel Regno Lombardo-Veneto dovevano sottostare a discipline dettate dalle condizioni generali, fra cui si prevedeva di non stare ad una distanza inferiore di 12 metri dalla riva per non danneggiare la sponda. Da opificio ad opificio la distanza doveva essere almeno di 65 metri e le ruote non potevano stare dalla parte dell’argine; ogni mulino doveva essere fermato ed attaccato mediante un palo conficcato nell’acqua, e se questo non era possibile, si poteva piantare un palo sulla scarpata del fiume che pendeva verso la campagna, collegandovi una corda o catena senza interrarla nella sponda. Gli opifici dovevano essere posizionati in modo di lasciare intravedere il fiume 500 metri a valle e 500 metri a monte; non si doveva intralciare la navigazione fluviale e bisognava lasciare al canale una larghezza non inferiore agli 80 metri; il mulino non doveva essere mai abbandonato e doveva essere fornito di un battello con 2 remi. Ogni mulino era numerato a spese del proprietario con un numero progressivo ed iniziale del Circondario da porre a poppa. In caso di formazione di ghiaccio sulla superficie dell’acqua del fiume, il mulino doveva essere trasportato nei punti meno pericolosi indicati dall’ingegnere dell’Ufficio delle Pubbliche Costruzioni o dal custode della Sezione.
Da una lettura di alcune carte topografiche
degli anni 1891, 1911, 1935 e 1953, risulta
che:
- nel 1891 nel tratto di fiume che riguarda Boara
Pisani si contavano 13 mulini sulla riva
destra e 13 sulla riva sinistra,
- nel 1911 se ne contavano un po’ meno: 6 a
sinistra e 9 a destra,
- nel 1935 ne erano rimasti solo cinque sulla
riva sinistra, questo sta ad indicare che i mulini
erano stati demoliti perché rappresentavano
un ostacolo per la navigazione e
- nel 1953 non c’è più alcuna traccia di mulini,
l’ultimo risale al secondo dopoguerra.
Mulino di Giovanni Angelo presso la discesa “Radicchio”, Rovigo - Boara Polesine, sulla riva destra dell'Adige, 1904.
Mulino sull'Adige ghiacciato, 1929.
I mulini natanti che occuparono parte delle acque dell’Adige fino alla Seconda Guerra Mondiale erano
invisi ai barcari in quanto ostacolavano la navigazione.







