La miseria viene in barca
di Luigi Rossi
per Claudio Saccenti
«El primo pontiere fu mio padre, poi toccò
a me. La jera n’a opera d’arte, paròn.
On ponte de 40 barche in zemento e 8 de
legno, par ‘na longheza de 298 metri e ‘na
largheza de 5. Dal 1913 mio padre ne fu ‘l
custode de zorno e notte. Noi apriamo i
varchi per barche e barconi. Noi ne garantiamo
la transitabilità. Molti hanno scelto di
passare sul ponte di ferro di Pontelagoscuro.
Però, qui, c’è sempre un bel traffico: pedoni
biciclette carretti moto camioncini…
Il lavoro non manca. Vedete quel tronco?
L’ho portato a riva ‘sta mattina. E l’inverno
passato? Con quei lastroni de giazzo! Tra Ro
e Polesella voi trovate non un ponte, ma
la passerella su un fiume tra i più selvatici.
Guardate le acque, sembrano chete. Ci vuol
poco che sconquassino borghi e campi,
portando morte e dolore. Il pesce? Ottimo.
Andate dalla pescivendola Ciolina. Avrete
le migliori anguille…»
Il pontiere incassò il pedaggio e portai la
vecchia Topolino di mio padre sull’argine
di Polesella. Accompagnavo il Giorgio,
che aveva appena terminato di tradurre Il
postino suona sempre due volte di James
Mallahan Cain, a Santa Maura per fare delle
fotografie che gli sarebbero servite per un
articolo sulla gente del fiume.
Io me ne ritornai al ponte: ci tenevo a parlare
con quel pontiere, ciarliero e simpatico.
Parcheggiai sull’argine e quello mi vide
e riconobbe. Alzò un braccio e mi fece segno
di andare da lui. Probabilmente urlò
qualcosa che non compresi. Mi portai alla
bocca della struttura galleggiante e mi avvicinai
all’uomo.
«Vegnì, vegnì…» diseva sorridente.
«Mi aspettava?»
«Sì e no. Zente come voi, lo so, la zerca storie
strambe…»
«Può darsi…», devo aver detto.
E il pontonaio, fissandomi, iniziò a raccontare.
«Voi mi ricordate on altro signore. Sarà stato
il 1936. O il 1937. Fine estate. Ottobre,
forse. In ogni caso una giornata splendida.
Quel tipo proveniva da Ro. Avanzava
lentissimo sul ponte, aiutandosi con un
bastone. L’età? Indefinibile. Sicuramente
sotto i cinquanta. Non guardava in avanti,
ma il fiume che scivolava tra i barconi.
Di tanto in tanto si fermava, avvicinandosi
al parapetto, puntando i grandi occhi
scintillanti, sgranati dietro gli occhiali da
vista, sull’acqua. La scrutava, la frugava
come stesse cercando qualcosa. Un tesoro
di diamanti e perle e gioielli, forse.
Magari anime de zente libera, franca e a
modo suo onesta.
Il capo eretto, i capelli smossi, l’ampia
giacca aperta. I pantaloni, troppo larghi,
si gonfiavano per le folate di vento. Una
figura bizzarra, pensai. Il fiume lo attirava.
L’acqua grigia. Le anatre e i gabbiani
che vi volteggiavano. Le rive dense di verde.
Poi, quello strano personaggio riprese
a camminare sul ponte, diretto verso la
sponda di Polesella.
Lentamente, quasi misurasse la consistenza
delle assi o gustasse il dondolio di
questa costruzione sempre in movimento.
Si fermò ancora un paio di volte e scrutò
con attenzione anche dalla parte che
mena al mare.
Squadrò la riva di Polesella e con il bastone
da passeggio indicò alcuni punti. Passò
in moto il Santino e si fermò. E quello
chi è?, mi chiese. Alzai le spalle E Santino
ripartì scuotendo la testa.
Forse disse: On altro mato! Quel soggetto,
intanto, m’era arrivato a due passi. Da una
vecchia tabacchiera estrasse due sigarette
fatte a mano. Me ne offrì una, ma gli dissi
che non fumavo. Con un fiammifero, evitando
che il vento ne spegnesse la fiammella,
accese la sua. Ne aspirò il fumo in
silenzio. Era felice come il Creatore quando
s’accorse che l’opera era compiuta»
Il pontiere sguardò l’acqua grigerognola
del fiume.
Dopo una pausa riprese:
«Lo sapete che la fame arriva in barca?,
mi chiese quel tipo. Io continuavo a guardarlo.
E lui, con il suo accento bolognese:
arriva in barca, di sicuro. Accosta e mette
piede a terra.
Passo dopo passo penetra nei paesi, nei
borguzzi, nei casoni e nei mulini. La fame è
un esercito invisibile. Oppure un vagabondo
o uno straniero o un pirata. Qualcuno
la disegna come la morte. E quando inizi a
mangiare fame, allora sai che è la fine»
Il pontiere fece un’altra pausa.
«Ne passano di soggetti, de qua», riprese.
«Chi era?» gli chiesi.
«Chi lo sa. Uno che scrive, forse. Uno uscito
dal ricovero. Chi sa chi siete voi. Dove
andate. Da dove venite. Eppure quel signore
disse una grande verità: che la fame,
da noi, arriva in barca. Dio ti salvi quando
viene quella bestia», concluse il pontonaio,
preparandosi a riscuotere il pedaggio
d’una rombante Airone 250 Guzzi, scampata
alla guerra e proveniente dall’argine
ferrarese.
«Arrivederci», lo salutai riavviandomi verso
Polesella.
Ma il pontiere non mi rispose, rapito
com’era dal tuonare dei cilindri della motocicletta.
testimonianza raccolta da Luigi Rossi
