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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Ossessione

di Luigi Rossi

Don Luigi, subito dopo la recitazione del santo rosario, prese in disparte la Catarina, sorella del maestro de scola. Le parlò in confidenza, l’anziano sacerdote, guardando ora l’ingrigita signorina con quella strana escrescenza biancastra sulla tempia destra, ora la Madonna del Carmine che, dalla tela che la raffigurava, gettava uno sguardo pietoso su questo mondo. Il prete, parlando, faceva scorrere i grani della corona tra pollice e indice della mano sinistra.

Infine, abbassando il capo, don Luigi concluse che, a Roma, ma anche in Curia, a Rovigo, «seguivano con attenzione quel che poteva accadere a Polesella». La Catarina, per l’antica amicizia che la legava alla Gina, riferì il tutto alla moglie del botegaro.

Dalla bottega del marito della Gina l’informazione del curato si sparse per Polesella, fino a Raccano e ai borghi sull’arzare, nel giro d’una giornata. Quando l’avvertimento del parroco penetrò in casa nostra, portatovi dalla nonna, suonava così: «Girano par ‘l paese delle persone che vogliono fare un film. El regista, siòr e paròn de ‘na fabrica chimica a Milano, è, dicono, on comunista e…». A questo punto mia nonna si bloccò. Si passò una mano sulla fronte e aggiunse, svelta svelta, contando sul mio infantile disinteresse, che ‘l regista era omosessuale. Poi, con un tremore nella voce, continuò: «E c’è anche la Calamai. Quella che…». Altra interruzione. Il suo sguardo si diresse verso il nonno che, seduto su un gradino dell’uscio e rivolto al sole, preparava una rete da pesca.

«La Calamai…», mormorò l’Astolfi con un profondo sospiro, come parlando tra sé e sé. Mia nonna scosse il capo e capì che aveva già detto troppo.

Il giorno della festa di San Giovanni, il nonno mi chiese se volevo andare con lui. Si andava a Ferrara e lui s’era vestito a festa.

«E la mamma?», chiesi preoccupato. Mia mamma lavorava in una trattoria da quando mio padre era stato chiamato nell’esercito. Tornava tardi e io crescevo con nonna Cesira e l’Astolfi, come veniva chiamato mio nonno.

«Ho sbrigato tutto…», mi disse. Mi caricò in bicicletta e andammo alla stazione a prendere il primo treno diretto a Ferrara. Quella fu anche la prima volta che mi allontanai da Polesella.

«Qualunque cosa succeda oggi, si va a Ferrara per via di alcune reti da pesca», mi disse.

«Va bene, nonno», lo rassicurai. Se mi parlava così c’era un motivo.

Sul treno mi divertii un mondo. Un fumo bianco e denso veniva sputato dal fumaiolo della locomotiva e il vento lo sperdeva sui campi dove brillavano le stoppie e il verde metallico delle gonfie chiome degli alberi. Nonno Astolfi aveva attaccato subito con un viaggiatore. Mi sembrò che parlassero di quella Calamai. Ben presto a loro due se ne aggiunse un terzo, più giovane, baffetti scuri, occhi da coniglio e una paglietta in capo, leggera e chiara. Parlavano proprio della Calamai. Quello con la paglietta diceva, tenendo tra le labbra un bocchino argentato: «Diobono, l’era béa. La più béa. La jèra bellissima e tutti se la magnavano con ‘i oci». Mio nonno borbottò che l’aveva visto tre volte, quel film. Era andato a Ferrara, al cinema Nuovo: un film così lo devi vedere.

Capii solo molti anni dopo di che parlavano: erano prigionieri dei magici diciotto fotogrammi del film La cena delle beffe di Blasetti, dove la Calamai appariva a seno nudo. Una visione divina che durava sì e no un sospiro. Un’apparizione mistica che dallo schermo si stese sul mondo dilaniato del 1941.

Giunti a Ferrara verso le undici, nell’immenso piazzale della stazione ferroviaria dove il sole di giugno infieriva con tutta la sua luce e calore, salimmo su un filobus che ci portò al Castello. Per la prima volta nella mia vita rimasi affascinato dal traffico. Tante auto così, una più bella dell’altra, non le avevo mai viste. E neppure le decine e decine di biciclette che filavano in ogni direzione.

Mio nonno si fermò a una edicola in piazza Castello. Sbirciò i titoli di alcuni giornali che inneggiavano alle glorie africane di quel giugno del 1942, poi chiese all’edicolante la strada per via Saraceno. L’uomo gli sorrise. «Siete qui per la grande Clara?», chiese.

L’Astolfi alzò le spalle. Prendemmo, seguendo il consiglio dell’edicolante, per via Mazzini. La mano nodosa e forte di mio nonno mi teneva legato a lui. Camminava sicuro, quasi conoscesse quella misteriosa città di cui tutti parlavano ma che io vedevo per la prima volta. La città del castello. La città del ghetto. La città dei funerali di Italo Balbo. La città dell’università e della maison de madama Elvira. Conventi e chiese e ricoveri. E, per mio nonno, la città de frate Girolamo.

Graziano Zanin, Regia 2005

All’improvviso l’Astolfi si fermò e mi guardò. «Hai sete?», mi chiese. Gli sorrisi. «Vieni», disse tirandomi in un’osteria gremita d’avventori. Ordinò un panino con salame e una gassosa per me. Un bianchino per sé. Fu la gassosa (o gasosa o gazosa) migliore della mia vita. Senza ghiaccio, perché poteva farmi male. Acqua e zucchero, con una scorza di limone, alleviarono la mia sete. Anche il panino non era male. L’Astolfi, sorseggiando il bianchino, ascoltava quel che dicevano gli avventori. Tutti parlavano di Clara. La divina. E la Garbo, scusa, chi era? ‘na zoccola, buttò lì uno. E la Dietrich? ‘na femena sensa cor, rispose un altro. E Luisa Ferida? E Assia Noris? Mio nonno sorrise, pagò e uscimmo sulla via.

Ferrara risplendeva dei colori della pietra e dei mattoni in quella giornata di giugno. Le ombre risaltavano sul selciato, simili a chiazze promettenti frescura. Giunti in fondo a via Mazzini mi sembrò che tutti i ferraresi si fossero dati appuntamento in quel luogo. Giungevano da via delle Vecchie e dagli altri vicoli e c’erano anche dei soldati tedeschi. Credetti di riconoscere quel tipo con la paglietta incontrato sul treno, abbracciato a una bellona tutta tette e culo che sembrava camminare saltellando.

All’angolo di via Saraceno con Borgo di Sotto, mio nonno mi prese sulle spalle. Nonostante i miei sette anni ero mingherlino e non dovevo pesare molto. Mia madre si lamentava che mangiavo poco e non crescevo. L’Astolfi le brontolava un «lascialo crescere in pace».

Una volta sulle spalle, il nonno mi chiese: «Che vedi?». Gli risposi che vedevo tanta zente. L’Astolfi avanzò ancora, simile al San Cristoforo del calendario. Passo dopo passo, fendendo la folla, ci inoltrammo in via Saraceno. «E ora?», chiese ancora l’Astolfi. Gli risposi che, poco più avanti, la via sembrava deserta. Il nonno avanzò fino a quando uno gli gridò: «Dove andate?». E l’Astolfi si voltò. Aveva di fronte un uomo alto e magro che, a gesti, cercava di fargli capire di tornare indietro. Che non poteva andare oltre.

«È per lui», borbottò l’Astolfi, «vuole vedere come si gira un film…»

Quando il nonno parlava a quel modo riusciva a superare ogni ostacolo. Era così con i carabinieri e con il prete, persino con il bottegaro. Solo con la nonna non funzionava.

«Se è per il bambino mettetevi di là, in quel portone mezzo aperto. Restate immobili. E muti…». L’Astolfi gli sorrise e, con me sulle spalle, andò a piazzarsi, invidiato da molti, nella cavità d’un portone d’una casa che stava completamente nell’ombra. Eravamo a una decina di metri dal numero 15 di via Saraceno.

Vedevo l’operatore e la cinepresa e un paio d’altri, forse Osvaldo Civirani con la sua magica e leggendaria Plaubel Makina III.

C’era anche quel pericoloso regista, comunista e omosessuale e paròn de ‘na fabbrica de chimica. Parlava con Massimo Girotti e Dhia Cristiani che di lì a poco girarono una scena, ripetendola diverse volte.

L’Astolfi, invece, era attratto da un’ombra. Sull’uscio d’una merceria, a pochi passi da noi, c’era lei. La divina e immortale Clara. L’attrice, simile alle creature femminili che incontravo tutti i giorni, vestita come loro, i capelli disordinati come quelli della fornaia, ritta e immobile nel vano ombrato, osservava quel che avveniva poco lontano da lei. Lo sguardo fisso su Visconti, attenta alle parole che si spandevano nella via, simile a una di quelle creature di cui senti parlare nell’ora di catechismo.

«Un angelo», bisbigliò il nonno.

Rimanemmo immobili per non so quanto tempo. Io appollaiato sulle spalle dell’Astolfi e lui con gli occhi fissi sulla Clara, immobile sulla soglia del negozietto. Fino a quando si mosse, andando incontro a Luchino Visconti. I due si parlarono animatamente e mio nonno fremeva come un animale. Poi la Clara si allontanò dal regista e con passo regale sfilò davanti alla folla che premeva. Un applauso si levò da quell’angolo di Ferrara e si sparse per i vicoli e le piazze.

Quando, verso sera, il filobus ci scaricò alla stazione, il nonno mi comperò un gelato grande così: cioccolato e vaniglia.

«Che ne dici?» mi chiese.

«È una meraviglia, nonno» risposi premendo lingua e labbra sulla cupola di gelato.

«Un giorno capirai quel che intendo dire», disse secco.

Tornammo sull’arzare de Polesella ch’era notte. La nonna ci attendeva, davanti casa, preoccupata, perché dell’Astolfi non c’era da fidarsi.

«E le reti?», gli chiese subito.

«Se le tengano! Troppo care… Ma ci sono delle novità»

«Quali?», gli chiese la nonna.

«Verranno anche qui…»

«Chi?», l’incalzò la nonna.

«Quelli del film…»

«Dio ci liberi de ‘sta zente!»

Nonna Cesira rientrò in casa mormorando la preghiera dei momenti più critici: un pater noster che terminava con una sequela di libera nos a malo che la donna recitava decine di volte con un tono cantilenante.

Sull’arzare luccicava un nuvolo di lucciole.

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