Il fischietto
di Rosetta Menarello
Alvise camminava lentamente sull’argine
del fiume che aveva fatto parte della
sua vita come uno di famiglia, un parente
stretto che comunicava attraverso lo scorrere
delle acque ed i fruscii di creature nascoste
nell’intreccio della vegetazione.
La sua era una presenza che si perdeva
nel passato di generazioni, di genti arrivate
da chissà dove e fermatesi qui a bere la
sua acqua, a farla bere al bestiame e alle
piante. Dalle finestre di casa Alvise non lo
perdeva di vista un giorno. Era come se
ascoltasse battere un cuore da cui fluisce
il sangue che rende vivi.
Lo controllava nella monotonia delle acque
basse e nel ribollire minaccioso delle
piene.
Esistenza semplice quella di Alvise: una
casa ereditata dai nonni, un orto squadrato
e curatissimo dove radicchio, carote,
fagioli erano “disegnati” in perfette geometrie.
Aveva deciso di rinforzare i sostegni della
rete di recinzione e perciò era andato alla
ricerca di qualche lungo ramo da usare
all’occorrenza.
Aveva infilato la sega e la roncola nella vecchia
borsa scartata da Virginia e, inforcata
bicicletta, s’era avviato verso il fiume.
Arrivato sull’argine aveva pedalato fino
alla golena del Giaron.
La luce perlacea del primo mattino colava
sulla massa verde degli alberi rendendoli
lucenti, d’un brillio quasi palpitante. Lui
provava una sensazione di insolita tenerezza
alla vista di quei colori.
Era un ritorno, una rievocazione di legami
sbriciolati dal fluire del tempo che
chiudeva va nella valigia dei suoi anni i sogni segreti
degli uomini. Lì forse c’erano anche quelli
di Alvise: semplici, frammenti sparsi qua e
là ma ancora esistenti e pronti a prendere
vita al tocco di un raggio di luce.
Scese verso l’acqua che s’intravedeva tra
le chiome dei salici viminari e ne colse la
liquida vitalità.
Trasse dalla vecchia borsa di Virginia un
piccolo coltello a serramanico e lo aprì.
Scelse tra i rami quello più flessibile ma
consistente.
Lo recise con precisione, senza tremori o
incertezze nel taglio.
Il legno si staccò con un umido lacrimare
di essenze custodite nel segreto della corteccia.
Lavorò per un tempo che pareva rallentato
dall’impegno. Ricavò un bastoncino
lungo una ventina di centimetri e scartò il
resto del ramo. Incise la corteccia a circa
metà della lunghezza e riuscì, con sicura
abilità, a farla scorrere sul midollo.
Scolpì un cuneo che fu trasformato in una
fessura. Ora le sue mani erano impregnate
di un profumo aspro, penetrante, un po’
speziato.
- Soffia, Alvise! -
Ora suo padre era lì.
Avvicinò alle labbra quello strano strumento.
Soffiò con delicatezza e da quel
legnetto resinoso uscì un suono acuto e
delicato nel contempo.
Lui era una specie di folletto che s’arrampicava
tra quegli alberi e si tuffava nell’acqua
del suo fiume. Dal fischietto uscivano
note stridenti ma capaci di entrare nel
cuore e di insinuarsi tra le pieghe del passato.
Alvise aveva tagliato ormai tutti i rami che
gli servivano per il recinto dell’orto.
Li radunò legandoli con un cordino. Caricò
la fascina sulla canna della bicicletta,
poi con la tensione di un acrobata, s’avviò
sull’argine per tornare a casa.
Tra i salici che bordavano le rive un folletto
lo spiava soffiando in un fischietto
resinoso.

