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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Il fischietto

di Rosetta Menarello

Alvise camminava lentamente sull’argine  Graziano Zanin - Alvise, 1982 del fiume che aveva fatto parte della sua vita come uno di famiglia, un parente stretto che comunicava attraverso lo scorrere delle acque ed i fruscii di creature nascoste nell’intreccio della vegetazione. La sua era una presenza che si perdeva nel passato di generazioni, di genti arrivate da chissà dove e fermatesi qui a bere la sua acqua, a farla bere al bestiame e alle piante. Dalle finestre di casa Alvise non lo perdeva di vista un giorno. Era come se ascoltasse battere un cuore da cui fluisce il sangue che rende vivi. Lo controllava nella monotonia delle acque basse e nel ribollire minaccioso delle piene. Esistenza semplice quella di Alvise: una casa ereditata dai nonni, un orto squadrato e curatissimo dove radicchio, carote, fagioli erano “disegnati” in perfette geometrie. Aveva deciso di rinforzare i sostegni della rete di recinzione e perciò era andato alla ricerca di qualche lungo ramo da usare all’occorrenza. Aveva infilato la sega e la roncola nella vecchia borsa scartata da Virginia e, inforcata bicicletta, s’era avviato verso il fiume. Arrivato sull’argine aveva pedalato fino alla golena del Giaron. La luce perlacea del primo mattino colava sulla massa verde degli alberi rendendoli lucenti, d’un brillio quasi palpitante. Lui provava una sensazione di insolita tenerezza alla vista di quei colori. Era un ritorno, una rievocazione di legami sbriciolati dal fluire del tempo che chiudeva va nella valigia dei suoi anni i sogni segreti degli uomini. Lì forse c’erano anche quelli di Alvise: semplici, frammenti sparsi qua e là ma ancora esistenti e pronti a prendere vita al tocco di un raggio di luce. Scese verso l’acqua che s’intravedeva tra le chiome dei salici viminari e ne colse la liquida vitalità. Trasse dalla vecchia borsa di Virginia un piccolo coltello a serramanico e lo aprì. Scelse tra i rami quello più flessibile ma consistente. Lo recise con precisione, senza tremori o incertezze nel taglio. Il legno si staccò con un umido lacrimare di essenze custodite nel segreto della corteccia. Lavorò per un tempo che pareva rallentato dall’impegno. Ricavò un bastoncino lungo una ventina di centimetri e scartò il resto del ramo. Incise la corteccia a circa metà della lunghezza e riuscì, con sicura abilità, a farla scorrere sul midollo. Scolpì un cuneo che fu trasformato in una fessura. Ora le sue mani erano impregnate di un profumo aspro, penetrante, un po’ speziato. - Soffia, Alvise! - Ora suo padre era lì. Avvicinò alle labbra quello strano strumento. Soffiò con delicatezza e da quel legnetto resinoso uscì un suono acuto e delicato nel contempo. Lui era una specie di folletto che s’arrampicava tra quegli alberi e si tuffava nell’acqua del suo fiume. Dal fischietto uscivano note stridenti ma capaci di entrare nel cuore e di insinuarsi tra le pieghe del passato. Alvise aveva tagliato ormai tutti i rami che gli servivano per il recinto dell’orto. Li radunò legandoli con un cordino. Caricò la fascina sulla canna della bicicletta, poi con la tensione di un acrobata, s’avviò sull’argine per tornare a casa. Tra i salici che bordavano le rive un folletto lo spiava soffiando in un fischietto resinoso.

Antonello Zambon - Adige

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