Una casa oltre i sassi
di Rosetta Menarello
I palloncini multicolori dondolavano al vento e pareva chiedessero di essere liberati dalla ringhiera verde lucido del terrazzino affacciato sul giardino della bifamiliare. Era il compleanno di Rosaria; nove appena suonati. All’insegna della buona fortuna. Si, c’era proprio bisogno di serenità dopo le peripezie degli ultimi anni. Dalla portafinestra spalancata proveniva il ritmo delle canzoni ad alto volume che Santino, suo fratello, metteva sullo stereo una dopo l’altra facendo divertire gli amici di Rosaria venuti a festeggiare. Questo era un momento speciale: un evento che per la famiglia segnava sicuramente un nuovo modo di vivere, un traguardo a lungo sognato ora divenuto realtà. Quella di Rosaria e Santino era una famiglia venuta dal sud, dove la terra ha ondulazioni primordiali disseminate di rocce su cui gli ulivi e le viti si aggrappano con radici rapaci alla ricerca di linfe nascoste nel silenzio e nel buio. I nonno dei bambini avevano percorso in lungo e in largo la polvere delle strade che portavano alla collina. Un andirivieni di uomini avvezzi a fatiche antiche, indurite come le pietre dei muretti a secco e contorte come i tronchi degli ulivi. Mondo dai colori di deserto e le albe che andavano a rubare madreperla dal mare. Fatiche sgranate come rosari. Chicchi di granato. Passioni compresse nel pugno chiuso dei sassi che rotolavano dagli strapiombi scolpiti dalle rare piogge. Poi il ritorno a quella casa dove pareva che il vento fosse entrato a raccontare storie di paesi lontani nei quali si poteva mangiare e bere con un’abbondanza sconosciuta alla povera gente. Sassi, erano chiamate quelle case. Sassi perché erano la montagna stessa. Scavata come una scultura che seguiva gli estri mutevoli della natura e delle stagioni. Tavoli scaturiti come altari dal terreno sui quali erano fissi piatti di olive e fichi contornati da pani bassi e duri. Poi la ribellione alla miseria ereditata, da tenere sulle spalle come un mantello che non riparava dalle intemperie della vita.
I vecchi erano rimasti in paesi protetti dalle nicchie offerte dall’Appennino. Erano rimasti a custodire ricordi che sarebbero poi finiti nel rotolo protettivo di pergamene ingiallite. I più giovani, raccolti gli stracci, s’erano avviati in una migrazione silenziosa verso il nord. Attoniti e stanchi erano arrivati all’alba nelle città incupite dalla nebbia che nascondeva strade e case. Abitavano ai margini, come animali paurosi. Trovavano rifugio in grandi casermoni dal passato di fabbricati industriali soppiantati da costruzioni più moderne. Qui vivevano famiglie affannate dalla ricerca di un lavoro stabile e che si permettevano due stanze ricavate tirando lunghi tendoni fissati con anelli scorrevoli lungo bastoni di metallo. Qui erano nati Rosaria e Santino. Avevano imparato a camminare lungo lo squallore del capannone. Osavano anche qualche corsa che si spegneva nel perimetro segnato dal tendaggio. La sera si spegneva presto la luce e si ascoltavano i mormorii, i bisbigli, sogni rumorosi degli inquilini. Una sera il papà era tornato più tardi del solito e sembrava contentissimo. - Ce l’abbiamo fatta! Bambini abbiamo una casa, una casa nuova! - Santino e Rosaria non capivano bene questa sortita del papà e furono consapevoli di un grande cambiamento quando la mamma preparò una fila di scatoloni per metterci dentro le cose che facevano parte della loro vita di ogni giorno. Col furgone di Gervaso partirono una mattina di settembre verso la nuova casa. Arrivarono ad una zona verde, popolata di graziose villette bianche col tetto verde cupo. Era la zona della città dove si realizzava l’edilizia residenziale. Vialetti segnati da siepi curate si intersecavano creando aiuole punteggiate dalle ultime margherite di una stagione che si avviava alla fine. Santino fu il primo a scendere. Lo seguì più incerta Rosaria che si guardò intorno un po’ impacciata timorosa di quel luogo nel quale pareva essere capitata per caso o per sogno. - Bambini, la nostra casa é la n° 3, tenete, queste sono le chiavi. E tu Nora vieni vicino a me! - Camminarono veloci, quasi per paura che quel sogno si dileguasse. Arrivati di fronte alla porta, fu Santino ad aprire. Il papà fece ciò che da sempre aveva desiderato. Prese tra le braccia la moglie e le fece oltrepassare la soglia: come si fa il primo giorno di matrimonio. Dietro di loro entrò anche Rosaria e l’emozione di quell’ingresso si mutò in grida di gioia e salti concitati dei bambini. Era l’inizio di una vita che aveva le sue radici idealmente abbarbicate alla durezza dei sassi tra i quali si perdeva la loro storia.



