A cavallo di un leone
di Rosetta Menarello
La scuola materna era un imponente edificio nel cuore della città. Costruita negli anni ’30, evidenziava i criteri architettonici di quel periodo e conservava, grazie a costanti manutenzioni, un soddisfacente decoro estetico. L’ampio giardino, bordato da una siepe sempre perfettamente curata, assicurava ai piccoli utenti un ottimo spazio per giocare e, il fatto di trovarsi in una laterale a senso unico, lo rendeva anche abbastanza silenzioso. Solo nelle ore di punta diverse auto transitavano a pochi metri dal grande cancello, ma i bambini erano impegnati nelle attività all’interno. Matteo, a cinque anni, era già un “veterano” e faceva parte del gruppo dei “grandi”. Quando la mamma lo accompagnava, lui voleva essere lasciato sul cancello e, con un bacio rapido, la salutava per correre verso la sua maestra Luisa che lo accoglieva con una carezza sulla testa e un immancabile: “Come va ?”. Lui frequentava ormai da quasi tre anni e si sentiva a suo agio in questo ambiente colorato e gioioso dove incontrava bambini con cui giocare. Gli piaceva tanto il giardino della scuola perché con gli amici aveva scoperto angoli magici dove a volte stava talmente bene da far finta di non vedere la mamma che veniva a prenderlo. Sotto la siepe, in un punto dove i rami erano larghi ed intrecciati in modo particolare, avevano inventato il rifugio dei pirati dei Caraibi e lui era Morgan che guidava le scorribande sui mari a bordo di un immaginario galeone… Personalità definita e trainante quella di Matteo che però s’era incrinata all’arrivo improvviso di un coetaneo altrettanto forte venuto in città da poco perché il papà era stato trasferito dal sud per ragioni di lavoro. Salvatore aveva inizialmente simpatizzato con Matteo ma, nel giro di pochi giorni, i due caratteri si erano fronteggiati in una sorta di duello alla conquista del primato sul gruppo. Sembrava che Salvatore, simpatico, chiacchierone e soprattutto bello ed accattivante avesse avuto la meglio sui piccoli amici. Per Matteo era iniziata la crisi: ogni mattina la mamma doveva consolarlo per farlo entrare dal portone ed accompagnarlo per mano dalla maestra Luisa la cui carezza sulla testa aveva perso ogni potere. Pareva che nel bambino si fosse spento l’entusiasmo e la consueta allegria avesse lasciato il posto ad un’indifferenza totale verso le proposte ed i giochi con gli amici. La mamma e la maestra si erano parlate. Matteo le aveva osservate forse intuendo dai loro sguardi preoccupati l’argomento della loro conversazione. Il sottile dolore che lo aveva catturato si mutò in una profonda tristezza. Sentì allora un irrefrenabile desiderio di fuga, di corsa per andare lontano, il più lontano possibile. Là, forse non ci sarebbe stata quella mano misteriosa che gli stringeva la gola ogni mattina, quando doveva andare a scuola. E, mentre si avviava controvoglia verso la porta spalancata dell’ingresso, sentì alle sue spalle la voce di Salvatore… “Ehi Matteo! Sei addormentato? Guarda un po’ qua, mi sono portato il telefonino della mamma. Adesso è anche mio perché lei ne ha uno nuovo. Guai a te se lo dici alla maestra, capito?” Già quattro o cinque bambini si erano avvicinati con curiosità per vedere la novità che però Salvatore, con supersonica rapidità, aveva nascosto nello zainetto. La mattina era trascorsa con relativa tranquillità e dopo la merenda i piccoli uscirono in giardino. Il “galeone” tra i rami della siepe accolse il gruppo dei “grandi” incuriositi dal cellulare di Salvatore. Alla vista di quel confabulare allegro e soprattutto per non essere stato coinvolto nel gioco, Matteo sentì esplodere la bufera a lungo covata. Le lacrime gli allagarono gli occhi offuscandogli i contorni delle cose. Distingueva le sagome dei piccoli amici che si ammassavano intorno a Salvatore. Udì chiaramente le risate mentre si accordavano senza di lui. A quell’ora veniva qualche mamma a prendere i più piccoli e perciò il portone poteva essere aperto manualmente. Vi si trovò davanti senza rendersene conto e, per un caso fortuito, lo vide socchiuso. Riuscì a passare attraverso l’apertura senza essere visto… e fu in strada. Finalmente poteva scappare lontano. Nessuno fece caso a un bambino che correva sul marciapiede. Nessuno notò che aveva gli occhi allagati dal pianto. Corse senza una meta e poi camminò. Il sole del pomeriggio lo faceva sudare. Si sentì improvvisamente stanchissimo. Le lacrime s’erano asciugate. Avrebbe voluto sedersi un po’ ma non c’erano panchine. Ai lati della strada s’innalzavano ora eleganti palazzi antichi. Fu attratto da uno che aveva un ingresso come un enorme baldacchino sostenuto da colonne ed abbellito da due imponenti leoni in marmo accovacciati in posizione regale. La testa alta pareva attenta a ciò che succedeva intorno e questo fu per Matteo un richiamo misterioso. Il bambino si avvicinò e scoprì che sul leone pietrificato ci si poteva mettere comodamente a cavalcioni. Sentì sotto le mani l’ondulata consistenza della criniera; seguì con le dita la curva delle orecchie dritte a carpire i rumori del deserto e il sibilare del vento che giunge da lontano… Finalmente rilassato appoggiò la testa sul collo del leone e gli parve di sentire l’ovattato ronfare che accompagnava il suo respiro ora calmo e regolare. Ebbe un forte bisogno di dormire. Chiuse gli occhi mentre una folata di vento tiepido gli scompigliava i capelli. Per un attimo avvertì la sensazione che ci fosse la maestra Luisa che lo chiamava mentre il leone sorvegliava fiero ed immobile il suo riposo. Matteo dormì sognando di volare sulla schiena dello strano animale. Vide sotto di loro la città con tutte le case e le vie che si facevano sempre più piccole… C’erano anche dei bambini che da un giardino salutavano saltando con le braccia alzate. Gli parve di sentire le loro voci che lo chiamavano: “Matteo, ehi Matteo dove vai?”. Qualcuno lo stava chiamando davvero… Aprì gli occhi. Accanto a lui e al suo leone stava una giovane vigilessa. “Ciao bello! Dormito bene? Cosa fai qui da solo?” “Sono scappato dalla scuola. Vorrei andare dalla mamma…”. La vigilessa sorrise aiutandolo a scendere dal leone e lo prese per mano avviandosi verso la strada. Matteo si voltò e gli sembrò che quel nuovo amico immobile ed austero gli regalasse uno sguardo di complice intesa.
