Tajadéla l'è in paradiso
di Luigi Rossi
«El môrt?» chiedeva uno dalla strada.
«Non muoverti», disevo tra mi e mi. «Sta’
tranquillo, Tajadéla. Mira il cielo…»
«Chel chi cal lê?» s’informava una donna.
«Chi sono? Sono Dario Mantovani, ‘l Tajadéla,
figlio del muleta Luigi Mantovani e
Carlotta Vecchiati. Nato a Ceneselli nella
provincia di Rovigo il 14 agosto 1904. E
se non c’era ‘sta curva de Ponte Rabbioso
de Bagnolo Mella, dove s’è fracassata la
mia meravigliosa Buick Eight, non starei
a fissare il cielo, buttato su un arginello,
sangue in bocca e vento in testa… », pensavo
tra mi e mi in attesa d’un impossibile
miracolo.
«Però, che machinû…», rimarcava uno dal
vocione impastato de tabacco e vin.
«Pensate agli altri due! Questo l’è môrt!»
urlava un tipo che poteva essere un poliziotto
e mi tastava il collo con le dita.
«Lasciatemi in pace. Ora potrete dire che il
7 settembre 1950, alle ore 9 e 16 son entrà
trionfante in Paradiso. A dritta e a manca,
angeli e arcangeli, cherubini e serafini
d’ogni razza e lingua. Martiri e vergini e
‘na folla d’anime pie e buone che mai s’era
vista. Non credevo fosse così facile entrare
in Paradiso», andavo ragionando, mentre,
contraddicendo quello che diceva ch’ero
môrt, mi rimettevo a sedere sull’arginello
e, levatomi in piedi, prendevo per un
ripido sentiero in salita. Proprio come in
montagna. E salivo ascendevo m’elevavo,
senza fatica.
«Finalmente, Tajadéla, ti sei deciso di venire
da noi», mormorò una vecchietta vestita
di nero apparsa tutt’a un tratto nella luce
dorata che illuminava la stradicciola.
Io le sorrisi e dissi: «Non è colpa mia, bona
dóna. Non avevo, però, molta voglia di venirci
quassù»
Poi presi ad avanzare tra tutte quelle anime.
Vedevo che, in fondo, m’attendeva un
palco illuminato a festa. Lo raggiunsi e ne
salii le scale. Lentamente, come s’addice
a un grande cantastorie. Una volta lassù,
mi voltai verso il pubblico e m’accorsi delle
autorità in prima fila. C’erano tutti. Dal
Padreterno a suo Figlio, da Maria a Giuseppe
e tutti gli apostoli. Persino Giuda e
altri con il turbante. Buddisti e musulmani.
E indiani, come quelli dei film e del circo.
Persino esquimesi e cinesi.
«Bello. Così è più bello», commentai. Poi:
«Scusate il ritardo», iniziai. Passai lo sguardo
sulla sterminata folla e compresi che
quelle anime pendevano dalle mie labbra.
«Non sono un predicatore da quaresima,
lo sapete. Con mi se sta allegri…»
Allora un applauso sommerse quel luogo.
Anche Giuda batteva le mani come un forsennato.
Da professionista, lasciai che il
clamore si perdesse nell’infinito. Poi presi
a raccontare la storiella del parroco e del
mendicante. Poi quella dell’emigrante, seguita
da aneddoti che riguardavano i partiti
politici.
Nel frattempo era salito sul palco un ragazzetto
che portava una fisarmonica. Lo
guardai.
«È la mia fisarmonica, questa… », osservai.
«Posso suonare?» chiesi. Un’ovazione rintronò
in quel luogo lontano che l’avranno
sentita a Ferrara e Bergamo e Mantova e
Udine. Iniziò un concerto celestiale. Cantai
e suonai, recuperando ogni mia composizione,
dalle più antiche alle più recenti.
Guardavo il mio pubblico e mi stupivo che
ognuno comprendesse le storie che cantavo.
Che molti sorridessero e altri avessero
iniziato a ballare. Io, instancabile, a suonare
e cantare.
«Mi son cussì», pensai. «Se la zente l’è contenta,
io suono tutta la notte»
Più tardi salirono sul palco uno con un
clarinetto e un altro con una chitarra. E il
luogo si colmò d’altra musica e canzoni.
Poi si unirono a noi due giovani negri, un
ragazzo e una ragazza. E il concerto prese
una forma nuovissima. Mi divertivo un
mondo a seguire con la fisarmonica le invenzioni
vocali dei due.
«Sto ben qui», pensai.
Nel guardare il pubblico felice, riconobbi
Enrico Caruso e l’autore di Te voglio bbene
assaie, ‘l sor Capanna e Petrolini Ettore.
C’era anche il grande Giulio Cesare Croce
e gioia e sorpresa si leggevano nel suo
sguardo. Poi centinaia di giullari e trovatori
e buffoni, acrobati e prestigiatori. Si
sistemarono in prima fila i maestri pupari
Ignazio e Giovannino Puglisi e battevano
le mani felici. Il clarinettista mi indicò Woody
Guthrie e altri maestri incuriositi dal
nostro suonare.
«Strano che ci voglia tutta ‘na vita per scoprire
certe piazze», gli urlai. Lui mi sorrise.
Poi riprese a suonare come un dio.
