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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Tajadéla l'è in paradiso

di Luigi Rossi

 archivio Luigi rossi - Tajadéla «El môrt?» chiedeva uno dalla strada. «Non muoverti», disevo tra mi e mi. «Sta’ tranquillo, Tajadéla. Mira il cielo…» «Chel chi cal lê?» s’informava una donna. «Chi sono? Sono Dario Mantovani, ‘l Tajadéla, figlio del muleta Luigi Mantovani e Carlotta Vecchiati. Nato a Ceneselli nella provincia di Rovigo il 14 agosto 1904. E se non c’era ‘sta curva de Ponte Rabbioso de Bagnolo Mella, dove s’è fracassata la mia meravigliosa Buick Eight, non starei a fissare il cielo, buttato su un arginello, sangue in bocca e vento in testa… », pensavo tra mi e mi in attesa d’un impossibile miracolo. «Però, che machinû…», rimarcava uno dal vocione impastato de tabacco e vin. «Pensate agli altri due! Questo l’è môrt!» urlava un tipo che poteva essere un poliziotto e mi tastava il collo con le dita. «Lasciatemi in pace. Ora potrete dire che il 7 settembre 1950, alle ore 9 e 16 son entrà trionfante in Paradiso. A dritta e a manca, angeli e arcangeli, cherubini e serafini d’ogni razza e lingua. Martiri e vergini e ‘na folla d’anime pie e buone che mai s’era vista. Non credevo fosse così facile entrare in Paradiso», andavo ragionando, mentre, contraddicendo quello che diceva ch’ero môrt, mi rimettevo a sedere sull’arginello e, levatomi in piedi, prendevo per un ripido sentiero in salita. Proprio come in montagna. E salivo ascendevo m’elevavo, senza fatica. «Finalmente, Tajadéla, ti sei deciso di venire da noi», mormorò una vecchietta vestita di nero apparsa tutt’a un tratto nella luce dorata che illuminava la stradicciola. Io le sorrisi e dissi: «Non è colpa mia, bona dóna. Non avevo, però, molta voglia di venirci quassù» Poi presi ad avanzare tra tutte quelle anime. Vedevo che, in fondo, m’attendeva un palco illuminato a festa. Lo raggiunsi e ne salii le scale. Lentamente, come s’addice a un grande cantastorie. Una volta lassù, mi voltai verso il pubblico e m’accorsi delle autorità in prima fila. C’erano tutti. Dal Padreterno a suo Figlio, da Maria a Giuseppe e tutti gli apostoli. Persino Giuda e altri con il turbante. Buddisti e musulmani. E indiani, come quelli dei film e del circo. Persino esquimesi e cinesi. «Bello. Così è più bello», commentai. Poi: «Scusate il ritardo», iniziai. Passai lo sguardo sulla sterminata folla e compresi che quelle anime pendevano dalle mie labbra. «Non sono un predicatore da quaresima, lo sapete. Con mi se sta allegri…» Allora un applauso sommerse quel luogo. Anche Giuda batteva le mani come un forsennato. Da professionista, lasciai che il clamore si perdesse nell’infinito. Poi presi a raccontare la storiella del parroco e del mendicante. Poi quella dell’emigrante, seguita da aneddoti che riguardavano i partiti politici. Nel frattempo era salito sul palco un ragazzetto che portava una fisarmonica. Lo guardai. «È la mia fisarmonica, questa… », osservai. «Posso suonare?» chiesi. Un’ovazione rintronò in quel luogo lontano che l’avranno sentita a Ferrara e Bergamo e Mantova e Udine. Iniziò un concerto celestiale. Cantai e suonai, recuperando ogni mia composizione, dalle più antiche alle più recenti. Guardavo il mio pubblico e mi stupivo che ognuno comprendesse le storie che cantavo. Che molti sorridessero e altri avessero iniziato a ballare. Io, instancabile, a suonare e cantare. «Mi son cussì», pensai. «Se la zente l’è contenta, io suono tutta la notte» Più tardi salirono sul palco uno con un clarinetto e un altro con una chitarra. E il luogo si colmò d’altra musica e canzoni. Poi si unirono a noi due giovani negri, un ragazzo e una ragazza. E il concerto prese una forma nuovissima. Mi divertivo un mondo a seguire con la fisarmonica le invenzioni vocali dei due. «Sto ben qui», pensai. Nel guardare il pubblico felice, riconobbi Enrico Caruso e l’autore di Te voglio bbene assaie, ‘l sor Capanna e Petrolini Ettore. C’era anche il grande Giulio Cesare Croce e gioia e sorpresa si leggevano nel suo sguardo. Poi centinaia di giullari e trovatori e buffoni, acrobati e prestigiatori. Si sistemarono in prima fila i maestri pupari Ignazio e Giovannino Puglisi e battevano le mani felici. Il clarinettista mi indicò Woody Guthrie e altri maestri incuriositi dal nostro suonare. «Strano che ci voglia tutta ‘na vita per scoprire certe piazze», gli urlai. Lui mi sorrise. Poi riprese a suonare come un dio.

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