DE FORME dalle forme, l’idea, la metafora
di Giorgio Rigon
Mi è difficile associare la locuzione «de
forme», coniata da Enrico Andreotti come
titolo alla mostra, al semplice fonema
italiano “deforme”. Penso piuttosto a «de
formis», amplio a «de formis cogitatum»,
arrivo a “de formis cogitatum et verbis
translatio”, cioè «dalle forme, l’idea e la
metafora”.
Le invenzioni fotografiche di Andreotti
sono finalizzate a dare forma visuale ad
esercizi del pensiero, a riletture, in chiave
allegorica, del sogno angoscioso e della
percezione metafisica.
Sarebbe tuttavia riduttivo fermarci alle
semplici suggestioni che il linguaggio metaforico
ci comunica. Mi piace riflettere su
alcuni aspetti che fanno efficace sul piano
estetico e moderna l’opera del nostro Autore.
Questi aspetti riguardano lo stile e la
rigorosa selezione dei moduli linguistici.
LO STILE
“lo stile è una certa qual grandiosità ottenuta con sacrifici volontari, espressione attraverso la semplificazione” , precisa Maurice Denis nel formulare la necessità dello stile pittorico. Concetto chiave di quest’asserto è quindi la “semplificazione”, criterio operativo che fa parte delle “Nouvelles Théories” dello stesso Denis sull’onda trascinatrice degli studi sulla psicologia della forma, pilotati dagli studiosi tedeschi del primo ‘900. La semplificazione è il pensiero costante di Andreotti, egli la ottiene, sì con la disposizione dell’uomo e dell’oggetto-forma in un’atmosfera di isolamento fatta di luci e di ombre profondissime, ma anche, e soprattutto, con la straordinaria capacità di disporre le “gesticolazioni” in una sorta di intelligenza plastica che condensa l’immagine e dona alle composizioni “il massimo dell’esistenza - per dirla con le parole di André Lhote - … l’artista, nello stesso tempo in cui immagina l’azione, dispone delle curve ritmiche sulle quali si disporranno docilmente le gesticolazioni più articolate…”. Ed è stile anche la scelta di Andreotti che contrappone al tono basso e cupo dell’ambiente l’evidenza luministica del soggetto. Il nostro Autore sembra avere assimilato l’insegnamento dell’Alberti su la “Recezione dei lumi” , che favorisce la resa plastica delle forme in funzione della posizione e della qualità della fonte illuminante, talché, quasi per magia, le forme balzano plasticamente in primo piano, monumentalizzate nella loro fisicità o nell’enfasi di un sentimento.
I MODULI LINGUISTICI
Nell’opera di Andreotti ravviso essenzialmente due moduli linguistici ricorrenti: il simbolismo e la sintesi binaria dell’essere e del tempo.
IL SIMBOLISMO
Quella che al tempo di Dante era la poetica dell’allegoria (per ogni figura un referente preciso), ha ceduto il posto al simbolismo moderno, ove notiamo come la suggestione simbolica non indirizzi ad un significato preciso, bensì ad un alone o a un ventaglio di significati possibili, tutti imprecisi ed egualmente validi, secondo il grado di acutezza, di sensibilità e di disposizione sentimentale del lettore. Assistiamo persino al singolare apparire di opere, anche in campo pubblicitario, la cui indeterminatezza obbliga lo spettatore a concorrere al loro completamento, ad una sorta di partecipazione attiva senza la quale l’atto stesso dell’interpretazione non può dirsi compiuto. La fotografia, di per sé, nasce con la caratteristica della “definitezza” e della fedeltà al dato visivo, in quella di Andreotti, il grado di apertura è conferito dall’ambiguità delle forme scelte, dallo squilibrio di natura formale, dalla violazione alle leggi della prospettiva e delle proporzioni che, tuttavia, sono scrupolosamente realizzate in sede di ripresa, mai attraverso manipolazioni con tecniche digitali.
L’ESSERE E IL TEMPO
Il rappresentare di Enrico Andreotti è in forma di allegoria: “L’Uomo”, soggettoattore, nella sua dimensione irrazionale o subconscia, interagisce con le forme, forme intese come parti monumentalizzate del proprio stesso corpo o forme simbolo che, enfatizzate nella loro concretezza, diventano feticci, idoli, amuleti, talismani, simulacri di uno stato mentale. Il volto dell’uomo si presenta con una maschera d’angoscia, ti apostrofa con l’inquietudine di chi ha rivolto, a sé stesso prima che a te, il quesito sulla propria esistenza e di non avere trovato risposta. Per accostarsi alle immagini di Enrico Andreotti suggerisco la chiave di lettura della “Filosofia dell’Esistenza” forgiata da Martin Heidegger , poiché è evidente che, nel rappresentare l’uomo in rapporto binario con le forme, il fotografo lo vede attraverso il filtro di alcune correnti di pensiero ormai storicizzate. “L’uomo è un essere finito, gettato sulla terra a guardare al mondo come ad un insieme di utensili tra i quali scegliere in relazione alle situazioni contingenti”, afferma Heidegger. Sartre, dal canto suo, ribatte: “Il mondo può essere visto come un insieme di utensili. Ma il mondo non è l’esistenza e, quando l’uomo non ha più scopi, il mondo resta privo di senso” . Forse non era nelle intenzioni di Andreotti di riferire le proprie simbologie a precise correnti di pensiero, ma qui possiamo affermare che i suoi personaggi sembrano insidiati dalla “Angoscia” del tedesco Heidegger e dalla “Nausea” del francese Sartre. D’altra parte, nella Filosofia dell’Essere, le due sensazioni non sono lontane l’una dall’altra.
da “Fotoit” ottobre 2004



