Da Lipsia a Siracusa
(passando per Rovigo)
di Luigi Rossi
Johann Gottfried Seume pubblicò Passeggiata fino a Siracusa o, se si desidera, A piedi fino a Siracusa nel 1803, un reportage fitto fitto su un’Italia che l’autore scopre passo dopo passo. Letteralmente. J. G. Seume, nato a Poserna nel 1763 e morto a Teplitz nel 1810, nel 1802, zaino in spalla, lascia Lipsia diretto a Siracusa e percorre la Penisola da nord a sud lasciandoci impressioni che ancora oggi ci colpiscono per la loro vivacità. Riportiamo la pagina che riguarda il nostro territorio.
«Riflettendo […] continuai in direzione
di Rovigo. Questi luoghi non sono belli
quanto quelli da Treviso a Mestre: le alluvioni,
con la nuova pioggia, avevano
distrutto le strade e potevo proseguire
molto lentamente e con difficoltà sul
fertile suolo italiano. Dappertutto e in
abbondanza s’era versato il segno del
cielo e, nelle capanne, c’era la più nera
miseria. Probabilmente si trattava ancora
di una conseguenza della guerra. Non
lontano da Monselice, verso mezzogiorno,
mi fermai in un locale che non aveva
un brutto aspetto e non trovai niente,
assolutamente niente, se non un sorso di
vino. Aspettai una mezzora e avrei pagato
bene se dalle case vicine mi avessero
portato solo un po’ di pane. Ma fu
impossibile: per cortesia mi furono dati
dei bocconi di cattiva polenta e io dovetti,
dopo un sorso di vino, continuare
il mio viaggio. Prima di Rovigo oltrepassai
l’Adige, entrando nell’Italia Cisalpina.
L’ufficiale imperiale, aldilà del fiume,
controllò accuratamente il mio passaporto
e cercò di allarmarmi, dicendomi
che presso il comandante francese avrei
avuto delle difficoltà. Quando arrivai al
cospetto dell’ufficiale francese fu tutto
il contrario. Era una persona gentile
e gioviale che, dopo un veloce sguardo
al passaporto e a me, me lo riconsegnò
senza firmarlo. Io osservai che non aveva
firmato.
«Voi non ne avete bisogno», disse. «Venite
dall’altra parte?»
«Vengo da Vienna e vado, passando per
Ferrara, ad Ancona»
«Non importa», rispose. «Andate. Buon
viaggio!»
La gentilezza del francese, al contrario
della scortesia del presidente di Vienna
e dell’ufficiale della polizia di Venezia,
mi fece molto bene. Rovigo fu per me la
prima città italiana, in quanto Trieste e
Venezia e altri luoghi, avevano un non
so che di nordico nelle loro apparenze,
tanto che non mi sembrava d’essere in
Italia.
Qui, come a Lagoscuro e Ferrara, non mi
chiesero il passaporto, anche se, dappertutto,
c’erano truppe francesi. Davanti
alla mia finestra, a Rovigo, c’era sulla
piazza il grande albero della libertà con
il berretto sulla cima e, di fronte, nel
grande caffé, una confusione di italiani
e francesi che si lasciavano andare nel
gioviale stato d’animo dell’indipendenza.
Il tutto si svolgeva decorosamente e
senza chiasso.
Devo riconoscere che, per me, questa
natura audace e serena, al confronto
del silenzio e apprensione di Vienna e
Venezia, mi piacque, tanto da respirare
più liberamente. Questa libertà la vorrei
tenere per me stesso e augurarla a tutti
gli altri.
L’acqua aveva causato dappertutto grandi
disastri, come tu senz’altro avrai saputo
dai fogli pubblici; in maniera eccezionale
il cosiddetto Canale Bianco ha
rotto i suoi argini e a destra e a sinistra
ha causato enormi danni.
Spesso lavorano centinaia di persone
agli argini e dovranno lavorare degli
anni prima che tutto ritorni al vecchio
ordine.
Qui si vedono vergognose testimonianze
della povertà in una alquanto fruttuosa
porzione di terra. Lo scrivo aggiungendo
le sventure causate dai fiumi e grandi
canali di questa regione che straripano
spesso.
Visto che la strada era impraticabile, mi
lasciai portare in barca fino a Ponte di
Lagoscuro, sul Po, e pagai cinque rematori
l’esigua somma di dieci lire per un
tragitto di tre ore.
Il Po è, qui, grande, fantastico e regale
fiume e il sereno e chiaro sole della sera
indora le sue onde e, a dritta e a manca,
le rive lontane, molto lontane. Era come
se un Oceano scorresse e i Greci l’hanno
chiamato Eridano, il portatore di doni o
“rotolaonde”, se proprio vuoi una spiegazione.
Eridanus e Rhodanus mi sembrano
nomi simili ed entrambi i fiumi
hanno incontestabilmente una grande
somiglianza.
Se in una chiara e fredda sera dei primi
di febbraio s’è navigato per alcune ore,
allora una buona e calda camera, una
zuppa e un cappone arrosto sono un gradito
benvenuto.
Tutto questo lo trovai a Ponte di Lagoscuro
e il mattino seguente m’incamminai,
battuto da una terribile pioggia, per
una discreta strada sul breve tratto che
mena a Ferrara […] »
