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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

Ricordi d'invero

di Rosetta Menarello

Quella notte era arrivato il gelo. Austero, deciso, battagliero. S’era appropriato del parco con assoluta fermezza fissando i suoi cristalli pungenti sulle foglie cadute, sui rami spogli, sui fili d’erba. Aveva lavorato al buio, con arte millenaria abbarbicandosi alle punte più esili dei cespugli entrando negli anfratti più segreti delle cortecce. Nulla era stato dimenticato. Così la quercia, che da più di cento anni sorvegliava la radura, s’era trovata travestita da chiesa gotica lanciata come un marmoreo merletto verso il denso grigiore del cielo invernale. Così solenne, quasi assopita in un silenzio dolcissimo, aveva ceduto all’assalto dei ricordi… Le parve di vedere la facciata della villa illuminata per la festa delle vigilia. Il portone s’era aperto per lasciar entrare le auto nere e lucenti degli amici venuti da Venezia e da Padova. La torretta pareva più alta: un vero baluardo che riportava a memorie medioevali dall’aria bellicosa e nel contempo rassicurante. Giulia, avvolta nel mantello blu, stava sulla breve scalinata che conduceva all’ingresso e per ogni ospite aveva un saluto e un sorriso. La servitù, impegnata nella frenesia che la festa scatenava andava e veniva dalla villa al cortile per scaricare bagagli. Non era ancora buio ma il cielo terso era già un pullulare si stelle. Oltre la strada il parco era divenuto un prezioso cristallo intagliato con le più bizzarre forme e popolato da migliaia di arabeschi. Magica notte: senza dolore e senza tristezza. Notte di gelo ed euforia, di sussurri vetrificati, di ricordi stretti sui bordi delle foglie accartocciate. Giulia aveva preso i pattini. La loro lama ebbe un guizzo d’argento alla luce della lucerna che le dondolava nella mano stretta in pugno. - Andiamo, il ghiaccio del laghetto è al punto giusto! - - Dai, guidaci tu! - Una fila di lumini s’allungò dal cortile del palazzo dirigendosi verso il parco. Così la meraviglia pungente della brinata fu percorsa da quella luce lieve e soffusa, come da una cometa. La piccola processione procedeva silenziosa tra le sagome degli alberi, attraversò la grande radura fino alla quercia che, a braccia aperte, lasciava che il freddo le percorresse ogni fibra. Tonino, il figlio del cuoco, veniva spesso a sedersi ai suoi piedi e quella sera aveva seguito la comitiva incuriosito da tutte quelle persone eleganti venute dalla città. - Dai Giulia, accelera un po’ che non vediamo l’ora di arrivare al laghetto! - - Presto che mezzanotte è vicina! - Davanti ai loro occhi si aprì finalmente la sorpresa promessa. Tonino, come un folletto era già arrivato e non aveva potuto trattenere un’esclamazione di stupore.

 Graziano Zanin - Stanghella, parco Centanini, anni '90

Il piccolo lago, che in paese era chiamato “bacino”, era rischiarato dalla luminescenza multicromatica di decine di palloncini alla veneziana appesi ai rami degli alberi. L’euforia s’impadronì del gruppo e, calzati i pattini, tutti scivolarono sullo specchio del lago immobilizzato dall’alito del gelo. Le lame disegnavano ghirigori sulla trasparente vetrosità della superficie che ben presto si trasformò in un brillio iridescente. Tonino osservava affascinato quello spettacolo. Il suo sguardo divenne quello del bosco, delle foglie strette come mani che non vogliono lasciare la terra, dell’erba che rabbrividiva alle carezze della notte ormai già inoltrata. In lontananza la villa attendeva, nell’aria festosa della Vigilia, con le luci accese, il ritorno dei pattinatori. Tonino si voltò e, come se immaginasse che sua madre lo stava chiamando, si allontanò dal laghetto correndo. Attraversò la radura, passò accanto alla quercia. Gli sembrò un enorme candelabro su una tavola apparecchiata in attesa degli ospiti. Le bacche rosso vermiglio di un cespuglio innevato gli ricordavano la succosa bontà delle amarene sulla panna di una fetta di torta che di certo sarebbe avanzata dalla cena in villa e che suo padre gli avrebbe portato a casa dopo il banchetto. E lui avrebbe mangiato la stessa delizia dei pattinatori… Intanto il bosco si raggomitolava come un morbido, candido gatto nel nero vellutato della notte invernale.

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