BOMBE LIBERATORIE?
di Graziano Zanin
Nel 2002, per motivi di ricerca storica, ebbi
l’opportunità di contattare diverse persone
che, a vario titolo, vissero i momenti precedenti
e successivi alla Liberazione nel medio
Polesine e nella Bassa Padovana.
Dal 17 agosto 1944 con l’attacco al ponte
ferroviario sull’Adige, tra Rovigo - Boara Polesine
e Boara Pisani iniziano le incursioni aeree che
terminano solo il 20 aprile 1945 con la completa
distruzione anche del ponte stradale.
Come ricordano ancora il Pittore e la Bionda
i bombardieri cercavano di colpire i ponti,
ma la loro imprecisione danneggiava continuamente,
oltre a questi e gli argini, anche
i paesi di Boara Pisani e Boara Polesine, frazione
di Rovigo.
Agli aerei, dalla popolazione, venivano dati
nomi di fantasia o storpiature dei nomi originali
come i bicòa per la loro doppia coda,
Beppino ferroviere (probabilmente bombardieri
tipo Marauder - Martin - B.26 F del 9th
U.S.A.A.F) era l’aereo che bombardava la
ferrovia, la cicogna era un aereo di ricognizione
che sorvolava la zona sul finire del
conflitto ed era fatto bersaglio delle fucilate
dei tedeschi.
Il primo testimone ci racconta di aver lavorato
alla Todt, dal nome del ministro tedesco
degli armamenti (l’ostentazione del tesserino
Todt permise anche a diversi residenti di
passare i posti di blocco istituiti durante i coprifuoco).
Erano pagati dal Genio Civile per
riparare gli argini dell’Adige che venivano
continuamente danneggiati.
La fortuna ha voluto che in quel periodo
non ci fossero piene particolari che avrebbero
aggiunto ulteriore dramma in caso di
esondazione dell’Adige.
Durante il lavoro ci potevano essere bombardamenti
e c’era chi per estremo coraggio
o per incoscienza continuava l’attività come
i Boroci che, incuranti del pericolo non si riparavano,
come facevano gli altri, neanche
durante le incursioni aeree.
L’aereo Beppino arrivava di notte e illuminava
con i bengala per consentire un bombardamento
più preciso. I bengala scendevano
lentamente grazie a dei paracadute che poi
erano particolarmente ricercati per la tela
che le donne utilizzavano per realizzare
grembiuli e camicie. I violini suonare, cioè
il ronzio delle bombe, si sentivano continuamente;
anche quando smettevano i bombardamenti
restavano nell’aria e non facevano
dormire.
Per cercare di farlo alcuni si rifugiavano nella
boschetta della Foscarina (località boarese)
dentro un rifugio sotterraneo realizzato
alla meglio.
“Prima e dopo l’arrivo degli Alleati a Boara
Pisani non ci fu battaglia. La paura più
grossa dei tedeschi si era avuta quando erano
ancora integri i ponti sull’Adige e loro si
dimostravano ancora sicuri come pure gli
spalleggiatori repubblichini. Dopo i bombardamenti
i tedeschi, non più organizzati, non
erano più arroganti”.
Anche se portava alla liberazione, la ritirata
dei tedeschi è stato un tristissimo episodio.
Durante la decina di giorni antecedenti al 27
aprile 1945, sulle acque dell’Adige galleggiavano
cadaveri di tedeschi annegati nel tentativo
di guadare il fiume.
“Arrivavano nel nostro paese corpi in parte
denudati, forse provenienti da Concadirame.
La popolazione rivierasca a monte di
Boara li tirava a riva per accaparrarsi i vestiti
o altre cose che potevano avere ancora di
utile i tedeschi”.
Non è opportuno parlare di sciacallaggio,
ma di estrema necessità determinata da un
lungo periodo di carestia di cibo e vestiario.
I testimoni ascoltati tengono comunque a
precisare che a Boara i tedeschi arrivavano
già spogliati.
L’episodio della Salvadega nel quale si parla dell’atto di eroismo di don Sebastiano Perin, parroco di Boara Pisani, che si offerse affinché venissero liberati gli ostaggi rinchiusi nella chiesa dai tedeschi, si può collocare in questo contesto di incertezza ed estrema precarietà della situazione di quel periodo. La causa scatenante la rappresaglia a detta della Bionda fu, secondo le voci che circolavano, l’uccisione ad opera dei tedeschi di Emilio Rando scambiato per partigiano, quindi persona ostile. I tedeschi avevano nascosto la nostra testimone ricoprendolo di paglia, probabilmente anche perché avevano paura che la situazione si facesse ancora più critica per loro. Erano gli ultimi giorni dell’occupazione, la notte del 24 aprile 1945. L’operazione di rastrellamento era stata effettuata di notte e al mattino la chiesa, molto più ampia della chiesetta attuale, era stipata con più di cinquanta persone e minata in varie parti. Era presidiata da una ventina di soldati tedeschi spalleggiati da una trentina di fascisti veneti, capeggiati da un certo e losco individuo Manina, che all’indomani della proclamazione della Repubblica di Salò avevano preso alloggio nell’abitazione di Guerrino Bassani. Attorno alla chiesa erano convenute le donne del posto in quanto tutte avevano dei parenti nella chiesa. I soldati tedeschi non erano minacciosi ma anzi rincuoravano le donne dicendo loro: Non piangete, domani finito guerra. I nostri intervistati confermano che don Sebastiano arrivò attraverso campi, chiamato da alcune donne, confabulò a lungo con il responsabile tedesco riservatamente. Durante il colloquio sopraggiunse un motociclista tedesco che riferì qualcosa al comandante (probabilmente che erano arrivati gli Inglesi a Ferrara). Subito dopo i tedeschi si ritirarono definitivamente lasciando liberi gli ostaggi.
Erano tempi in cui la fame dettava legge
ed a volte era più forte anche della paura
delle bombe. La signora Argenta Boniolo
ci riferisce che ci fu anche un episodio di
solidarietà, avvenuto nella stalla di Selvadega
di proprietà Aggio, tra sfollati boaresi
e soldati tedeschi; questi ultimi, con le
baionette, sondarono le botti piene di granoturco
(fatto inconcepibile e sospetto per
quei tempi) e vi rinvenirono dentro, sepolte
dal mais delle pignatte di terracotta ripiene
di ogni ben di Dio. Dopo essersi saziati
i soldati distribuirono i cospicui e bramosi
resti agli sfollati di Stradon che si trovavano
nella stalla.
“Ricordo un episodio che ora può far sorridere
- ci racconta sempre il Pittore - ma
che sottolinea la situazione del periodo.
Quando, proveniente da Rovigo, si udiva
l’allarme suonare per annunciare un bombardamento
si scappava nei campi.
Un giorno, mentre eravamo ospiti di don
Sebastiano e ci accingevamo a consumare
la calda minestra appena versata nel piatto,
fummo interrotti dal suono della sirena.
Dopo il fuggi fuggi generale seguì la constatazione
che mancava un nostro commensale…
Alla fine dell’incursione aerea, quanto mai
preoccupati, ritornammo sui nostri passi
per verificare le sorti del nostro amico.
Piero Giordano non era scappato con noi,
era rimasto a presidiare la minestra e per
evitare che cadesse in mani nemiche, o meglio
in bocche nemiche, se l’era mangiata
tutta…
Quando gli Alleati bombardavano avevamo
ovviamente paura, ma sapevamo che
era fuoco amico. Eravamo tenuti aggiornati
da Radio Londra, ascoltata abusivamente
a casa dei Forno, e da volantini che dagli
aerei venivano lanciati per invitare la popolazione
a tenersi alla larga dai bersagli
che erano costituiti soprattutto dai ponti.
Alla radio ascoltavamo soprattutto Fiorello
La Guardia, sindaco di New York, che ci
esortava ad aver fiducia nell’esito positivo
della guerra.
A Boara sbarcarono inglesi ed indiani con il
turbante, americani non ne ricordo. Transitarono
per giorni e giorni, dì e notte.
Si fermarono soltanto alcuni soldati per
costituire un comando presso villa Aggio. Il
loro comportamento è stato corretto.
Un ponte stradale provvisorio ma di ferro,
fu ultimato in un paio di mesi. Il treno
riprese a passare dopo la costruzione del
ponte ferroviario, un anno dopo. La ferrovia
era stata trasformata in strada carrabile,
si poteva andare fino a Milano, io l’ho fatto
prendendo un doge (autocarro americano
di marca Dodge).
Dopo l’arrivo degli Alleati dal punto di vista
pratico non è cambiato nulla, con le tessere
si aveva qualcosa a disposizione in più, ma
la fame era sempre tanta.
Spariti i fascisti non ci sono stati episodi
particolari.
Partigiani non ne abbiamo visto. C’era però
un gruppo di esagitati provenienti dallo
Stradon che, saputo che alle Boniole, presso
Carlo della Stei, c’erano delle ragazze
ferraresi che avevano fatto da ‘inservienti’
ai tedeschi, partì con l’intenzione di tagliare
loro i capelli. La determinazione di Piero
Fumetto che le difese scongiurò la vendetta
e tutto finì senza problemi”.
In copertina: Rovigo - Boara 20.4.1945. I Marauders
della Desert Air Force attaccano il
ponte stradale sull’Adige, a Nord di Rovigo,
che collega l’omonima Provincia con quella
di Padova (la didascalia inglese indica erroneamente
l’azione svolta sul Po). Il testo
inglese riporta anche considerazioni e commenti
di carattere più generale che vengono
qui riferiti. (C. 5210 - L.W.M., Department of
Photographs). “La Desert Air Force apre l’offensiva
dell’8a armata in Italia: i bombardamenti
medi della RAF e da combattimento
della Desert Air Force concentrati sulle forze
nemiche, hanno colpito case ed altri obiettivi
durante il pesante bombardamento aereo
che ha preceduto l’attacco della 8a Armata
nel settore Adriatico in Italia. In circa 4 ore
di continuo bombardamento la Desert Air
Force ha compiuto 600 sortite e perso un
solo aereo. Le azioni dei bombardieri hanno
provocato la distruzione di 32 edifici occupati
e gravi danni ed altri 52 che ospitavano
parecchi quartieri”.
“Polesine 1944-45 Guerra e Liberazione (Dossier)” di Aldo Rondina,
Edizioni Arti Grafiche Diemme, Taglio di Po 1995, pag. 111.
“Boara Pisani tra storia, cronaca, cultura e fede” vol. III di Graziano
Zanin, www.ags-edizioni.it, Stanghella 2003, pag. 77.
