RICORDI FAMILIARI
di Rosetta Menarello
Non s’era dimenticata di tornare la primavera
del ’45 che ancora risvegliava la terra
e faceva rifiorire i campi devastati dagli
anni della guerra.
Così accanto al ferreo odore del piombo e
del sangue si distingueva anche un sentore
d’erba e di germogli quasi a convincere la
follia degli uomini che la vita doveva tornare
a scorrere.
Giovanni era tornato dal fronte durante l’inverno
ed era stato destinato alla caserma di
Santa Sofia a Padova. E lui quel fronte l’aveva
vissuto, con l’intensità del suo carattere
sanguigno che l’avrebbe condotto invece a
schierarsi con i partigiani per combattere
sui monti. La chiamata alle armi al posto
del fratello fragile l’aveva invece schierato
tra gli artiglieri dell’esercito regolare.
Il 20 aprile era tornato a casa per una licenza-
premio concessagli dal suo colonnello
che aveva premiato l’instancabile lavoro in
officina di quel giovane maresciallo che veniva
dalla campagna ed aveva nel DNA un
consolidato senso del dovere.
Aveva raggiunto la sua casa a Mondonovo,
una località ad un tiro di schioppo da Boara
Pisani.
Era arrivato con mezzi di fortuna rintanandosi
spesso tra gli arbusti ed i cespugli delle
campagne che fiancheggiavano la strada
da Padova.
S’era sentito a casa quando aveva iniziato
la salita del ponte sul Gorzone. Da lì gli
sembrava già di vedere la fattoria, di sentire
le voci delle sue bambine. Le aveva immaginate
nelle notti insonni al campo.
Aveva una paura incarnata nella mente:
quella di non rivederle, di non ricordare il
sorriso e le trecce di Gabriella, la vivacità
coinvolgente e irruenta di Mirella e la tenerezza
della più piccola: Ines che gli saltava
al collo per farsi sollevare prima delle altre
perché era la più piccola. Fu la spinta vitale
di queste immagini che lo spronò ad
accelerare il passo per trovarsi in mezz’ora
al Mondonovo, finalmente a casa.
Il cuore in gola, le gambe pesanti ma ancora
solide nell’incedere verso quell’angolo
di pianura, lo guidarono e, lasciata la statale
per il sentiero sterrato, giunse davanti
alla porta.
Non ebbe il coraggio di entrare subito.
Fu sua madre Angela ad uscire per accoglierlo
con un grido, trattenuto dalla mano
sulla bocca in un gesto abituale.
- Nani, Nani te si ti! Vegnì fora, vegnì a vedare
chi ghe xé! -
La piccola corte familiare fu tutta intorno
a lui. Le mani lo toccavano e le voci, modulate
in tonalità che si facevano: grido,
carezza, sussurro lo circondarono e gli ridiedero
la consapevolezza di essere ancora
vivo. Quell’amore lo dissetò da una sorta di
insopportabile arsura.
La folla della sua famiglia patriarcale era
qui, nel nido della grande casa in mezzo
alla campagna che, nella rinascita, pareva
scrollarsi di dosso gli orrori miserabili della
guerra.
Mancavano due fratelli di cui non si avevano
notizie da qualche settimana ed il cui
nome risuonava sulla bocca della madre
nella quale però era sempre pulsante la
speranza che sarebbero tornati.
Giovanni le accarezzò i capelli e poi si chinò
ad accogliere in una stretta le sue bambine.
Pianse risentendo la morbidezza ondulata
dei ricci di Gabriella ed ascoltando la vocetta
un po’ stridula di Mirella che lo chiamava
ripetutamente come per assicurarsi
che fosse proprio lui.
Nella confusa calca dell’abbraccio familiare
senti l’assenza di Bianca, sua moglie. Non
chiese dove fosse. Fatti i pochi passi che lo
separavano dall’ingresso fu nella grande
cucina. Lei era lì, accanto alla tavola, col
grembiule bianco sul vestito scuro a piccoli
fiori rosati. Adagiata sulla spianatoia si apriva
un’enorme sfoglia che lei stava stendendo
con mani bianche di farina. Lì accanto
Ines, la sua piccolina che lo guardò sgranando
gli stessi occhi scuri di sua madre.
Il loro fu un ritrovarsi incredulo, pudico ed
al tempo stesso impregnato di un amore
che attendeva nuove parole, nuovi gesti
per tornare a respirare e a vivere.
- So’ rivà… - aveva detto lui,
Lei s’era pulita le mani dal bianco della farina
e non era riuscita a trattenere un pianto
a lungo represso.
Furono giorni speciali quelli che seguirono,
giorni in cui gli affetti tornavano ad
intrecciarsi ricomponendo le dinamiche
perdute.
Aprile volgeva alla fine e la guerra aveva
preso la via della disfatta per i tedeschi che
si ritiravano sotto l’incalzare dei liberatori.
I paesi tra il Po, l’Adige, il Gorzone erano
quotidiano teatro di scontri, bombardamenti,
rappresaglie.
Il 20 aprile 1945 i Marauders della Desert Air
Force attaccarono ed abbatterono il ponte
stradale sull’Adige a nord di Rovigo, facendolo
saltare.
Giovanni si rese conto che questi ultimi
giorni del mese erano destinati a macchiarsi
di altro sangue e ad oscurarsi di altri orrori.
Mandò la moglie con le bambine dai parenti
a Vescovana e rimase nella casa del Mondonovo
con i genitori e l’anziana nonna.
Nella notte tra il 28 ed il 29 aprile si scatenò
il finimondo.
Il cielo e la terra oltre l’Adige, verso Stanghella
e Monselice diventarono un campo
di battaglia tra la rotta dei germanici e la
scia degli alleati che avanzavano. I bengala
illuminavano le agghiaccianti sequenze di
un crudo duello finale.
Fu allora che la famiglia cercò scampo in
uno dei rifugi di fortuna che altro non erano
che buche nel terreno puntellate alla
meglio, che potevano tramutarsi in seppellimenti
mortiferi.
Giovanni fu l’ultimo a lasciare la casa.
Aveva tra le braccia la vecchia nonna che
non poteva camminare.
Era già sulla porta quando uno scoppio,
un lampo accecante lo abbagliò facendogli
perdere l’equilibrio. Strinse la presa ma
le forze lo abbandonarono tra i calcinacci
fumanti della casa colpita in pieno sulla
facciata.
Cosa vide Giovanni in quei momenti? Forse
la confusa presenza delle persone care che
lo soccorrevano in preda alla disperazione.
Per la nonna la vita finì lì.
Per lui ebbe in serbo ancora qualche flash
con l’illusione di farcela.
Gli si affollarono nella mente i volti cari, i
sorrisi, i campi gialli di grano, il lucido turgore
dei grappoli autunnali.
Profumi gradevoli di ciambelle zuccherate
a pioggia dalle mani delle donne di casa e
di brodo bollente che “fumava” nei piatti
della domenica…
Una lancia sembrò bucargli il petto togliendogli
sangue e respiro.
- Il polmone è perforato. Occorre portarlo
all’ospedale! -
Corsero a chiedere aiuto sulla Statale dove
gli americani arrivavano a colonne.
Non fu possibile dargli aiuto immediato
perché il ponte che conduceva a Rovigo
non era agibile.
Solo a mezzogiorno del 29 aprile fu portato
da un mezzo anfibio al pronto soccorso.
Nella mente di Giovanni continuavano a
susseguirsi dei volti, dei colori, delle voci,
dei profumi familiari nella lucida certezza
che la vita se ne stava andando.
Sarebbe tornata ancora la pace e tante altre
stagioni si sarebbero succedute dove le
bombe avevano scavato buche e mietuto
vite innocenti lasciando i ricordi che ancora
popolano il cuore di chi è rimasto a
vivere.
