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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

RICORDI FAMILIARI

di Rosetta Menarello

Non s’era dimenticata di tornare la primavera del ’45 che ancora risvegliava la terra e faceva rifiorire i campi devastati dagli anni della guerra. Così accanto al ferreo odore del piombo e del sangue si distingueva anche un sentore d’erba e di germogli quasi a convincere la follia degli uomini che la vita doveva tornare a scorrere.
Giovanni era tornato dal fronte durante l’inverno ed era stato destinato alla caserma di Santa Sofia a Padova. E lui quel fronte l’aveva vissuto, con l’intensità del suo carattere sanguigno che l’avrebbe condotto invece a schierarsi con i partigiani per combattere sui monti. La chiamata alle armi al posto del fratello fragile l’aveva invece schierato tra gli artiglieri dell’esercito regolare. Il 20 aprile era tornato a casa per una licenza- premio concessagli dal suo colonnello che aveva premiato l’instancabile lavoro in officina di quel giovane maresciallo che veniva dalla campagna ed aveva nel DNA un consolidato senso del dovere.
Aveva raggiunto la sua casa a Mondonovo, una località ad un tiro di schioppo da Boara Pisani. Era arrivato con mezzi di fortuna rintanandosi spesso tra gli arbusti ed i cespugli delle campagne che fiancheggiavano la strada da Padova. S’era sentito a casa quando aveva iniziato la salita del ponte sul Gorzone. Da lì gli sembrava già di vedere la fattoria, di sentire le voci delle sue bambine. Le aveva immaginate nelle notti insonni al campo.
Aveva una paura incarnata nella mente: quella di non rivederle, di non ricordare il sorriso e le trecce di Gabriella, la vivacità coinvolgente e irruenta di Mirella e la tenerezza della più piccola: Ines che gli saltava al collo per farsi sollevare prima delle altre perché era la più piccola. Fu la spinta vitale di queste immagini che lo spronò ad accelerare il passo per trovarsi in mezz’ora al Mondonovo, finalmente a casa. Il cuore in gola, le gambe pesanti ma ancora solide nell’incedere verso quell’angolo di pianura, lo guidarono e, lasciata la statale per il sentiero sterrato, giunse davanti alla porta.
Non ebbe il coraggio di entrare subito. Fu sua madre Angela ad uscire per accoglierlo con un grido, trattenuto dalla mano sulla bocca in un gesto abituale.
- Nani, Nani te si ti! Vegnì fora, vegnì a vedare chi ghe xé! -

La piccola corte familiare fu tutta intorno a lui. Le mani lo toccavano e le voci, modulate in tonalità che si facevano: grido, carezza, sussurro lo circondarono e gli ridiedero la consapevolezza di essere ancora vivo. Quell’amore lo dissetò da una sorta di insopportabile arsura. La folla della sua famiglia patriarcale era qui, nel nido della grande casa in mezzo alla campagna che, nella rinascita, pareva scrollarsi di dosso gli orrori miserabili della guerra. Mancavano due fratelli di cui non si avevano notizie da qualche settimana ed il cui nome risuonava sulla bocca della madre nella quale però era sempre pulsante la speranza che sarebbero tornati. Giovanni le accarezzò i capelli e poi si chinò ad accogliere in una stretta le sue bambine. Pianse risentendo la morbidezza ondulata dei ricci di Gabriella ed ascoltando la vocetta un po’ stridula di Mirella che lo chiamava ripetutamente come per assicurarsi che fosse proprio lui.
Nella confusa calca dell’abbraccio familiare senti l’assenza di Bianca, sua moglie. Non chiese dove fosse. Fatti i pochi passi che lo separavano dall’ingresso fu nella grande cucina. Lei era lì, accanto alla tavola, col grembiule bianco sul vestito scuro a piccoli fiori rosati. Adagiata sulla spianatoia si apriva un’enorme sfoglia che lei stava stendendo con mani bianche di farina. Lì accanto Ines, la sua piccolina che lo guardò sgranando gli stessi occhi scuri di sua madre. Il loro fu un ritrovarsi incredulo, pudico ed al tempo stesso impregnato di un amore che attendeva nuove parole, nuovi gesti per tornare a respirare e a vivere.
- So’ rivà… - aveva detto lui,
Lei s’era pulita le mani dal bianco della farina e non era riuscita a trattenere un pianto a lungo represso.

Furono giorni speciali quelli che seguirono, giorni in cui gli affetti tornavano ad intrecciarsi ricomponendo le dinamiche perdute. Aprile volgeva alla fine e la guerra aveva preso la via della disfatta per i tedeschi che si ritiravano sotto l’incalzare dei liberatori. I paesi tra il Po, l’Adige, il Gorzone erano quotidiano teatro di scontri, bombardamenti, rappresaglie.
Il 20 aprile 1945 i Marauders della Desert Air Force attaccarono ed abbatterono il ponte stradale sull’Adige a nord di Rovigo, facendolo saltare. Giovanni si rese conto che questi ultimi giorni del mese erano destinati a macchiarsi di altro sangue e ad oscurarsi di altri orrori. Mandò la moglie con le bambine dai parenti a Vescovana e rimase nella casa del Mondonovo con i genitori e l’anziana nonna.
Nella notte tra il 28 ed il 29 aprile si scatenò il finimondo. Il cielo e la terra oltre l’Adige, verso Stanghella e Monselice diventarono un campo di battaglia tra la rotta dei germanici e la scia degli alleati che avanzavano. I bengala illuminavano le agghiaccianti sequenze di un crudo duello finale. Fu allora che la famiglia cercò scampo in uno dei rifugi di fortuna che altro non erano che buche nel terreno puntellate alla meglio, che potevano tramutarsi in seppellimenti mortiferi. Giovanni fu l’ultimo a lasciare la casa. Aveva tra le braccia la vecchia nonna che non poteva camminare. Era già sulla porta quando uno scoppio, un lampo accecante lo abbagliò facendogli perdere l’equilibrio. Strinse la presa ma le forze lo abbandonarono tra i calcinacci fumanti della casa colpita in pieno sulla facciata. Cosa vide Giovanni in quei momenti? Forse la confusa presenza delle persone care che lo soccorrevano in preda alla disperazione. Per la nonna la vita finì lì. Per lui ebbe in serbo ancora qualche flash con l’illusione di farcela.
Gli si affollarono nella mente i volti cari, i sorrisi, i campi gialli di grano, il lucido turgore dei grappoli autunnali. Profumi gradevoli di ciambelle zuccherate a pioggia dalle mani delle donne di casa e di brodo bollente che “fumava” nei piatti della domenica… Una lancia sembrò bucargli il petto togliendogli sangue e respiro.
- Il polmone è perforato. Occorre portarlo all’ospedale! -
Corsero a chiedere aiuto sulla Statale dove gli americani arrivavano a colonne. Non fu possibile dargli aiuto immediato perché il ponte che conduceva a Rovigo non era agibile. Solo a mezzogiorno del 29 aprile fu portato da un mezzo anfibio al pronto soccorso. Nella mente di Giovanni continuavano a susseguirsi dei volti, dei colori, delle voci, dei profumi familiari nella lucida certezza che la vita se ne stava andando.
Sarebbe tornata ancora la pace e tante altre stagioni si sarebbero succedute dove le bombe avevano scavato buche e mietuto vite innocenti lasciando i ricordi che ancora popolano il cuore di chi è rimasto a vivere.

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