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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

LA CARAMELLA

di Rosetta Menarello

Il via vai del sabato pomeriggio animava l’ingresso del supermercato e l’andirivieni dei clienti con i loro carrelli si intensificava nell’ora di punta del tardo pomeriggio.
Moneta, sgancio, carrello, ingresso… parevano le uniche realtà possibili in quel luogo preposto al culto del consumismo alimentare. Chiara aveva liberato il suo dalla prigionia delle catene e si avviava con la consueta fretta verso la porta automatica. Sistemata la borsa nell’apposito supporto si era immersa nel “ripasso” delle cose da comprare. Andava sempre senza una lista perchè regolarmente la dimenticava sul ripiano della cucina e perciò era costretta ad una specie di esercizio mnemonico di riepilogo su quanto in casa mancava…
- Signora! Hai qualcosa per me? -
Fu una voce dolce, un po’ roca a distoglierla da quella concentrazione forzata.
Accanto a lei, seminascosta dalla parete della tettoia per i carrelli, vide una donna.
- Hai qualcosa per me, bella signora? - Chiara si fermò davanti a quegli occhi scurissimi, penetranti, animati da una luce strana che le incutevano una sorta di sottile inquietudine.
- No, adesso non ho moneta… dopo, dopo!- Così dicendo continuò il suo passo scomparendo oltre la porta scorrevole.
I colori, le forme, i profumi che popolavano gli scaffali in un tripudio festoso, quasi esagerato, la circondarono senza però catturare la sua attenzione come di solito accadeva. Quegli occhi così pungenti ed indagatori avevano scombinato il suo consueto percorso tra le corsie.
E mentre sceglieva le mele, forse per quella loro lucentezza striata di rosso e giallo, ebbe la sensazione breve ed intensa di un vissuto tanto lontano da confondersi col sogno o l’immaterialità della fantasia…
Andava a scuola a piedi, insieme ad altri bambini. Erano passati forse quarant’anni? Dalle case disseminate in campagna al centro del paese erano due chilometri da ripetere tutte le mattine, in ogni stagione, con ogni tempo.

Dove la strada sterrata segnava la fine dei campi coltivati, arginati da interminabili filari di pioppi e salici, per confluire nella strada asfaltata, si allargava un ampio spiazzo erboso. Era un luogo di sosta. Si fermavano piccole comitive in gita domenicale che si avventuravano lungo le strade dei Colli Euganei.
Era lì che ogni tanto si accampavano gli zingari. Arrivavano quasi sempre in primavera e fermavano i loro carrozzoni proprio nella piazzetta erbosa. Allora le mamme si preoccupavano e ripetevano:
- State vicini, bambini, non date retta agli zingari Sapete che potrebbero portarvi via, eh? –
Francesco e Raffaele ridevano come matti mentre le bambine diventavano serie e si caricavano di emozioni improbabili e di fantasie che diventavano sguardi d’intesa e sottile paura incontrollata.. Camminavano allora uniti, vicini come avevano raccomandato le mamme. Arrivati vicino ai carrozzoni si facevano silenziosi, accelerando il passo per attraversare quel posto il più presto possibile.
Già da alcuni giorni gli zingari stazionavano nello spiazzo.  Graziano Zanin - Zingari, 1979
Una mattina si accorsero che uno dei carrozzoni, quello più bello, decorato con strisce multicolore, aveva la porta e le finestre spalancate. Il piccolo gruppo di bambini, dopo una rapida occhiata alla “novità” accelerò il passo e, quasi correndo, si dileguò sulla strada per la scuola. Chiara invece rimase incantata da quella strana casa con le ruote.
- Ciao! Come ti chiami? -
Seduta sui gradini di una scaletta di legno sistemata sulla porta era una bambina che pareva avere la sua età. Era scalza e teneva tra le braccia una piccola bambola senza un occhio. Vedendo Chiara si alzò e le venne incontro sorridendo. Il viso era bello, incorniciato da un’aureola di capelli scuri, ricci, arruffati.
Le due bambine si trovarono una di fronte all’altra.
- Chiara, non dar retta agli zingari, se ti prendono, ti portano via! -
Il cuore cominciò a batterle forte da impedirle di parlare. Avrebbe chiamato aiuto ma la bambina non sembrava cattiva.
Aveva occhi scuri, grandi e parlanti. Sorrideva e continuava a ripetere: - Come ti chiami? -
- Io… io mi chiamo Chiara -. Senza avvedersene si trovò all’interno del carrozzone colorato. Era una piccola stanza dove il mondo pareva essersi magicamente miniaturizzato.
Anche la mamma, vestita con un abito dalla gonna ampia e lunga sembrava una bambina.
Stessi occhi, stesso sorriso della figlia. Chiara non parlò nemmeno per dire grazie quando da una scatola di latta le fu offerta una caramella stretta in una carta rosso brillante. Chiara era già fuori quando la bambina le gridò: - Ciao! Torna. Io mi chiamo Anita! -
Corse verso la scuola senza voltarsi.
Nascose nel fondo della cartella la caramella avvolta nella carta rossa. Sarebbe stato un segreto da tenere custodito. Nessuno doveva sapere.
Al ritorno i carrozzoni erano spariti e lo spiazzo erboso era vuoto. Gli scaffali del supermercato si offrivano a Chiara nella loro variegata opulenza. Cioccolatini, pasta, caffé, biscotti, caramelle, marmellate, formaggi… Riempì il carrello quasi alla rinfusa, pagò avviandosi all’uscita.
La zingara era ancora lì. La guardava con quel suo sguardo penetrante ed intenso.
- Ha qualcosa per me, signora? - Chiara frugò nella borsa ed estrasse il portamonete.
Prese una manciata di spiccioli e li posò sulla mano aperta della donna.
- Grazie, Dio la benedica! -
- Grazie! - mormorò.
- Signora, scusi posso darle qualcosa anch’io? -
La zingara le prese la mano e con gentilezza gliela fece aprire.
- Leggo qui che io e lei ci siamo già incontrate… Si, questa linea me lo scrive… -
Così dicendo le mise sul palmo aperto qualcosa che le fece coprire con le dita e strinse con fermezza. Chiara incontrò nuovamente quello sguardo deciso e penetrante che s’era fatto ora sereno e ridente. Chiara riaprì la mano. Chiusa nella sua luccicante carta rossa era una caramella che pareva una farfalla arrivata lì quasi per caso…

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