LA CARAMELLA
di Rosetta Menarello
Il via vai del sabato pomeriggio animava l’ingresso
del supermercato e l’andirivieni dei clienti con
i loro carrelli si intensificava nell’ora di punta del
tardo pomeriggio.
Moneta, sgancio, carrello, ingresso… parevano
le uniche realtà possibili in quel luogo preposto
al culto del consumismo alimentare. Chiara
aveva liberato il suo dalla prigionia delle catene
e si avviava con la consueta fretta verso la porta
automatica. Sistemata la borsa nell’apposito supporto
si era immersa nel “ripasso” delle cose da
comprare. Andava sempre senza una lista perchè
regolarmente la dimenticava sul ripiano della cucina
e perciò era costretta ad una specie di esercizio
mnemonico di riepilogo su quanto in casa
mancava…
- Signora! Hai qualcosa per me? -
Fu una voce dolce, un po’ roca a distoglierla da
quella concentrazione forzata.
Accanto a lei, seminascosta dalla parete della tettoia
per i carrelli, vide una donna.
- Hai qualcosa per me, bella signora? -
Chiara si fermò davanti a quegli occhi scurissimi,
penetranti, animati da una luce strana che le incutevano
una sorta di sottile inquietudine.
- No, adesso non ho moneta… dopo, dopo!-
Così dicendo continuò il suo passo scomparendo
oltre la porta scorrevole.
I colori, le forme, i profumi che popolavano gli
scaffali in un tripudio festoso, quasi esagerato, la
circondarono senza però catturare la sua attenzione
come di solito accadeva. Quegli occhi così
pungenti ed indagatori avevano scombinato il
suo consueto percorso tra le corsie.
E mentre sceglieva le mele, forse per quella loro
lucentezza striata di rosso e giallo, ebbe la sensazione
breve ed intensa di un vissuto tanto lontano
da confondersi col sogno o l’immaterialità della
fantasia…
Andava a scuola a piedi, insieme ad altri bambini.
Erano passati forse quarant’anni? Dalle case
disseminate in campagna al centro del paese erano
due chilometri da ripetere tutte le mattine, in
ogni stagione, con ogni tempo.
Dove la strada sterrata segnava la fine dei campi
coltivati, arginati da interminabili filari di pioppi
e salici, per confluire nella strada asfaltata, si allargava
un ampio spiazzo erboso. Era un luogo
di sosta. Si fermavano piccole comitive in gita
domenicale che si avventuravano lungo le strade
dei Colli Euganei.
Era lì che ogni tanto si accampavano gli zingari.
Arrivavano quasi sempre in primavera e fermavano
i loro carrozzoni proprio nella piazzetta
erbosa. Allora le mamme si preoccupavano e ripetevano:
- State vicini, bambini, non date retta
agli zingari Sapete che potrebbero portarvi via,
eh? –
Francesco e Raffaele ridevano come matti mentre
le bambine diventavano serie e si caricavano
di emozioni improbabili e di fantasie che diventavano
sguardi d’intesa e sottile paura incontrollata..
Camminavano allora uniti, vicini come avevano
raccomandato le mamme. Arrivati vicino ai
carrozzoni si facevano silenziosi, accelerando
il passo per attraversare quel posto il più presto
possibile.
Già da alcuni giorni gli zingari stazionavano nello
spiazzo.
Una mattina si accorsero che uno dei carrozzoni,
quello più bello, decorato con strisce multicolore,
aveva la porta e le finestre spalancate. Il piccolo
gruppo di bambini, dopo una rapida occhiata
alla “novità” accelerò il passo e, quasi correndo,
si dileguò sulla strada per la scuola.
Chiara invece rimase incantata da quella strana
casa con le ruote.
- Ciao! Come ti chiami? -
Seduta sui gradini di una scaletta di legno sistemata
sulla porta era una bambina che pareva
avere la sua età. Era scalza e teneva tra le braccia
una piccola bambola senza un occhio. Vedendo
Chiara si alzò e le venne incontro sorridendo. Il
viso era bello, incorniciato da un’aureola di capelli
scuri, ricci, arruffati.
Le due bambine si trovarono una di fronte all’altra.
- Chiara, non dar retta agli zingari, se ti prendono,
ti portano via! -
Il cuore cominciò a batterle forte da impedirle di
parlare. Avrebbe chiamato aiuto ma la bambina
non sembrava cattiva.
Aveva occhi scuri, grandi e parlanti.
Sorrideva e continuava a ripetere: - Come ti chiami?
-
- Io… io mi chiamo Chiara -.
Senza avvedersene si trovò all’interno del carrozzone
colorato. Era una piccola stanza dove il
mondo pareva essersi magicamente miniaturizzato.
Anche la mamma, vestita con un abito dalla
gonna ampia e lunga sembrava una bambina.
Stessi occhi, stesso sorriso della figlia. Chiara non
parlò nemmeno per dire grazie quando da una
scatola di latta le fu offerta una caramella stretta
in una carta rosso brillante. Chiara era già fuori
quando la bambina le gridò: - Ciao! Torna. Io mi
chiamo Anita! -
Corse verso la scuola senza voltarsi.
Nascose nel fondo della cartella la caramella avvolta
nella carta rossa. Sarebbe stato un segreto
da tenere custodito. Nessuno doveva sapere.
Al ritorno i carrozzoni erano spariti e lo spiazzo
erboso era vuoto.
Gli scaffali del supermercato si offrivano a Chiara
nella loro variegata opulenza. Cioccolatini, pasta,
caffé, biscotti, caramelle, marmellate, formaggi…
Riempì il carrello quasi alla rinfusa, pagò avviandosi
all’uscita.
La zingara era ancora lì. La guardava con quel
suo sguardo penetrante ed intenso.
- Ha qualcosa per me, signora? -
Chiara frugò nella borsa ed estrasse il portamonete.
Prese una manciata di spiccioli e li posò sulla
mano aperta della donna.
- Grazie, Dio la benedica! -
- Grazie! - mormorò.
- Signora, scusi posso darle qualcosa anch’io? -
La zingara le prese la mano e con gentilezza gliela
fece aprire.
- Leggo qui che io e lei ci siamo già incontrate…
Si, questa linea me lo scrive… -
Così dicendo le mise sul palmo aperto qualcosa
che le fece coprire con le dita e strinse con fermezza.
Chiara incontrò nuovamente quello sguardo
deciso e penetrante che s’era fatto ora sereno e
ridente. Chiara riaprì la mano. Chiusa nella sua
luccicante carta rossa era una caramella che pareva
una farfalla arrivata lì quasi per caso…
