FAME E PELLAGRA
di Luigi Rossi
«A te si’ on peagroso!» mugugnava mio padre
quando mi sorprendeva a leggere nella
stalla, invece d’essere nel campo a zappare
o, di settembre, a vendemmiare. Di giugno
a spigolare o a raccogliere l’aglio. O, d’ottobre,
non partecipavo alla spannocchiatura.
E aggiungeva, sarcastico: «Proprio come ‘l
Marchìn».
«El gà rasòn. A te si’ on peagroso!» si associava
mia madre.
Avevo nove o dieci anni e lì per lì non ci badavo.
Non era colpa mia se quella terra era
dura e arida. Se il clintón non mi interessava.
Se la raccolta dell’aglio e la spigolatura
ti obbligavano a un sole micidiale, la gola
riarsa che mi pareva d’essere finito in uno
dei deserti descritti da Emilio Salgari. Solo
qualche anno dopo iniziai a pensare alle
parole di mio padre che, agitando le braccia,
mi urlava ch’ero un pellagroso. Come ‘l
Marchìn. E giù ‘na bestemmia.
«Non bestemmiare, Santo», lo rimproverava
mia madre.
«Dio sa», ribatteva mio padre inviperito per
quel figlio che non mostrava nessuna voglia
di piegare la schiena sulla terra avara.
Allora un pellagroso m’appariva come uno
scioperato. Un pelandrone che si rifiutava
di fare quel che gli comandavano. Non curvava
la schiena, non crepava sotto il sole di
giugno e luglio e agosto, la bocca impastata
di polvere e stanchezza. Chi sa.
Quando morì mio nonno, rovistando tra
i giornali che raccoglieva con tanto amore,
mi capitò tra le mani un opuscolo del
1903. Sulla copertina, a grandi caratteri
rossi, c’era un Lotta alla pellagra! Autore il
Professor Angelo Mosso. Stampato a Torino
per conto di non so quale organizzazione.
Una decina di pagine con alcune fotografie.
Il saggio iniziava così: La pellagra non è
stata sconfitta…
Non mi stupii che una simile pubblicazione
fosse capitata in casa di mio nonno, lettore
onnivoro, e, forse per questo, il miglior
nonno del mondo. Quello studio riferiva
che la pellagra è «la malattia delle quattro
D, dementia, dermatitis, diarrhea e death,
come gli inglesi chiamano la morte. Continua
a mietere vittime tra chi vive in miseria
e tra le privazioni, tra la plebe che
vive nei campi. Chi ne è colpito, considera
la pellagra come la malattia della miseria e
il marchio dell’estrema povertà». Una delle
foto riportava un pellagroso che mostrava
le braccia e le mani colpite dalla malattia.
Gli occhi incavati su un volto segnato dalle
privazioni. Rabbrividii all’immagine di quel
martire.
La lettura dello scritto del Professor Mosso
mi turbò. Ripensai ai rimproveri di mio padre
e compresi che la pellagra era diventata
sinonimo d’indolenza e pigrizia, dimenticando
come fosse la fame e la miseria più
nera ad originarla. L’articolo raccontava
come viveva la famiglia d’un pellagroso. «In
fondo ad un vicolo […] apriamo un cancello
[…]; alcuni panni logori, a brandelli, stesi a
sciorinare tra i gelsi, annunciano l’estrema
miseria […]. In una stanza a pian terreno,
senza pavimento, […] un uomo di forse cinquant’anni,
che non può camminare bene
perché la pellagra si è localizzata al midollo
spinale. Il colore della lingua, l’aspetto
della pelle, le mani squamose, sono caratteristiche.
La moglie ci racconta che tutta
la famiglia vive con una lira e mezza che
guadagna ogni giorno il suo figliuolo lavorando
in campagna». E la metà della popolazione
di quel centro della pianura padana
era povera come questa famiglia. Bifolchi e
braccianti e giornalieri.
La fame era lo spettro delle nostre campagne.
Dal Piemonte al Friuli, dalla Lombardia
al Veneto. Nel 1878 si contarono quasi
100.000 casi di pellagra. Tutto un popolo si
cibava «di polenta in quanto alimento tra
i più a buon prezzo». Polenta al mattino, a
mezzogiorno, alla sera. Polenta fredda nelle
pause nei campi. Polenta preparata con
farina scadente e, in molti casi, guasta. Era
il cibo d’una vita, condito, con un’aringa o
del lardo.
Altre due fotografie mostravano un pellagrosario
e una famiglia veneta di contadini.
L’articolo si concludeva con un amaro «a
tutte le malattie il povero si rassegna, ma
della pellagra si vergogna».
Nell’opuscolo, ingiallito dal tempo, rinvenni
una brevissima comunicazione destinata
alla famiglia di mio nonno. Lessi: «Cari
voi tuti de Grignàn, ve comunichemo che
Marchìn l’è morto ‘l 20 de marzo a Canaro.
Sapete dela maladia che lo aveva segnà.
Non riussendo più a sfamare la fameja o a
emigrare, ‘l se gà impicà al moro che confina
con la proprietà del notaro. Ve domandemo
‘na prece par nostro fradeo, Vostro
Tommaso».
