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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno IV n.10 ~ Ottobre 2011

FAME E PELLAGRA

di Luigi Rossi

 archivio Rossi - Pellagra «A te si’ on peagroso!» mugugnava mio padre quando mi sorprendeva a leggere nella stalla, invece d’essere nel campo a zappare o, di settembre, a vendemmiare. Di giugno a spigolare o a raccogliere l’aglio. O, d’ottobre, non partecipavo alla spannocchiatura. E aggiungeva, sarcastico: «Proprio come ‘l Marchìn». «El gà rasòn. A te si’ on peagroso!» si associava mia madre. Avevo nove o dieci anni e lì per lì non ci badavo. Non era colpa mia se quella terra era dura e arida. Se il clintón non mi interessava. Se la raccolta dell’aglio e la spigolatura ti obbligavano a un sole micidiale, la gola riarsa che mi pareva d’essere finito in uno dei deserti descritti da Emilio Salgari. Solo qualche anno dopo iniziai a pensare alle parole di mio padre che, agitando le braccia, mi urlava ch’ero un pellagroso. Come ‘l Marchìn. E giù ‘na bestemmia. «Non bestemmiare, Santo», lo rimproverava mia madre. «Dio sa», ribatteva mio padre inviperito per quel figlio che non mostrava nessuna voglia di piegare la schiena sulla terra avara. Allora un pellagroso m’appariva come uno scioperato. Un pelandrone che si rifiutava di fare quel che gli comandavano. Non curvava la schiena, non crepava sotto il sole di giugno e luglio e agosto, la bocca impastata di polvere e stanchezza. Chi sa. Quando morì mio nonno, rovistando tra i giornali che raccoglieva con tanto amore, mi capitò tra le mani un opuscolo del 1903. Sulla copertina, a grandi caratteri rossi, c’era un Lotta alla pellagra! Autore il Professor Angelo Mosso. Stampato a Torino per conto di non so quale organizzazione. Una decina di pagine con alcune fotografie. Il saggio iniziava così: La pellagra non è stata sconfitta… Non mi stupii che una simile pubblicazione fosse capitata in casa di mio nonno, lettore onnivoro, e, forse per questo, il miglior nonno del mondo. Quello studio riferiva che la pellagra è «la malattia delle quattro D, dementia, dermatitis, diarrhea e death, come gli inglesi chiamano la morte. Continua a mietere vittime tra chi vive in miseria e tra le privazioni, tra la plebe che vive nei campi. Chi ne è colpito, considera la pellagra come la malattia della miseria e il marchio dell’estrema povertà». Una delle foto riportava un pellagroso che mostrava le braccia e le mani colpite dalla malattia. Gli occhi incavati su un volto segnato dalle privazioni. Rabbrividii all’immagine di quel martire. La lettura dello scritto del Professor Mosso mi turbò. Ripensai ai rimproveri di mio padre e compresi che la pellagra era diventata sinonimo d’indolenza e pigrizia, dimenticando come fosse la fame e la miseria più nera ad originarla. L’articolo raccontava come viveva la famiglia d’un pellagroso. «In fondo ad un vicolo […] apriamo un cancello […]; alcuni panni logori, a brandelli, stesi a sciorinare tra i gelsi, annunciano l’estrema miseria […]. In una stanza a pian terreno, senza pavimento, […] un uomo di forse cinquant’anni, che non può camminare bene perché la pellagra si è localizzata al midollo spinale. Il colore della lingua, l’aspetto della pelle, le mani squamose, sono caratteristiche. archivio Terrisaurum - Pellagrosi La moglie ci racconta che tutta la famiglia vive con una lira e mezza che guadagna ogni giorno il suo figliuolo lavorando in campagna». E la metà della popolazione di quel centro della pianura padana era povera come questa famiglia. Bifolchi e braccianti e giornalieri. La fame era lo spettro delle nostre campagne. Dal Piemonte al Friuli, dalla Lombardia al Veneto. Nel 1878 si contarono quasi 100.000 casi di pellagra. Tutto un popolo si cibava «di polenta in quanto alimento tra i più a buon prezzo». Polenta al mattino, a mezzogiorno, alla sera. Polenta fredda nelle pause nei campi. Polenta preparata con farina scadente e, in molti casi, guasta. Era il cibo d’una vita, condito, con un’aringa o del lardo. Altre due fotografie mostravano un pellagrosario e una famiglia veneta di contadini. L’articolo si concludeva con un amaro «a tutte le malattie il povero si rassegna, ma della pellagra si vergogna». Nell’opuscolo, ingiallito dal tempo, rinvenni una brevissima comunicazione destinata alla famiglia di mio nonno. Lessi: «Cari voi tuti de Grignàn, ve comunichemo che Marchìn l’è morto ‘l 20 de marzo a Canaro. Sapete dela maladia che lo aveva segnà. Non riussendo più a sfamare la fameja o a emigrare, ‘l se gà impicà al moro che confina con la proprietà del notaro. Ve domandemo ‘na prece par nostro fradeo, Vostro Tommaso».

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