UN DEPUTATO TRA ADIGE E MINCIO
di Milo Vason
L’aria umida di febbraio impregnava il feltro del
cappello e il panno del cappotto. Un velo di vapore
condensava sulle coperte che avvolgevano
il dorso dei cavalli. Assiso sul cassone, il colonnello
Giovanni Acerbi guardava la campagna arata.
Quel clima saturo di umore, a un passo dall’Adige,
gli era familiare. Le carrozze provenienti da
Rovigo filavano, in quel tardo pomeriggio, verso
Lendinara. Alberto Mario e la moglie Jessie White
si stringevano sulla vettura davanti. Qualche
contadino fermava il lavoro al margine della carrozzabile
e levava il cappello in segno di saluto. Il
Generale colloquiava amabilmente con la figlia
Teresita, molle sul sedile posteriore. Poi, con la
mano deforme per l’artrite, sembrò sfiorarsi la
gamba ferita anni prima. Era la stessa mano con
cui nel ‘48 fu visto vibrare in Campidoglio vigorosi
fendenti sulle teste dei francesi, tanto da piegare
la lama della sciabola. Ora le dita a fatica
reggevano un nodoso bastone e i gropi del legno
erano un continuo con le piaghe del suo male.
Il ‘48… Per un istante il colonnello ricordò l’arresto
e gli interrogatori nelle stanze del Castello di
San Giorgio, nella sua Mantova. Dagli spalti della
prigione-fortezza s’intravedeva il Lago di Mezzo.
Con lui Luigi Pesci, torturato a sangue, Carlo
Poma, Don Enrico Tazzoli, Don Ottonelli e diversi
altri, rei d’aver versato 25 franchi alla Giovine Italia
di Mazzini. Prima d’impiccarli, gli austriaci vollero
sconsacrare i due preti. Il vescovo della città,
Giovanni Corti, rifiutò di eseguire l’atto, ma papa
Pio IX intervenne affinché fra i capestri di Belfiore
penzolassero anche i due curati. La condanna
per Acerbi venne mutata in esilio, ed egli ebbe
salva la vita. In un anno si pronunciarono 961
condanne a morte per i patrioti del Lombardo-
Veneto, ma Acerbi era già lontano, al seguito del
suo Generale sulle groppe d’Aspromonte. Poiché
Garibaldi aveva rifiutato l’incarico politico per
cui era stato eletto nel Veneto, Acerbi venne candidato
al suo posto. L’Atene del Polesine avrebbe
garantito il voto al futuro deputato, primo rappresentante
al Parlamento dopo l’annessione del
Veneto al Regno d’Italia. Per questo era lì, quel
giorno di febbraio del 1867.
Lendinara si mostrava all’orizzonte. Un orgoglioso
campanile puntava il cielo. Le carrozze
imboccarono una via del centro, parallela a un
canale, verso la casa del sindaco Marchiori. La
gente assiepata li attendeva impaziente. I ragazzi
s’arrampicavano per vederli sfilare. Molti agitavano
bandierine tricolori. Li osannavano, gridando
all’Italia, a Mario e al generale Garibaldi. Intuiva
i loro pensieri e le loro speranze. Il plebiscito in
quel comune non ebbe un solo voto contrario
all’annessione all’Italia. Il Veneto, ceduto con disprezzo
dall’Austria sconfitta da Bismarck a Luigi
Napoleone, che lo regalò a Re Vittorio, non ebbe
l’onore d’una sola battaglia vinta sul campo.
Dopo le disfatte di Lissa e Custoza, solo Garibaldi
vinse mirabilmente sui monti del Garda, ma l’invidia
degli ufficiali sabaudi lo costrinse all’ “Obbedisco”,
e Trento liberata rimase austriaca.
Gli parve di capire le attese della gente festante.
Non più gabelle versate al regno d’oltralpe, non
più il loro grano a Trieste per nutrire eserciti stranieri,
non più artigiani al soldo nemico, non più
manovali al lavoro coatto in Carinzia o a Graz.
Non più le loro ricchezze alla corte di Vienna,
non più l’oppressione del giogo straniero sulla
loro economia. Le bestie migliori alla cavalleria
austriaca, le retate, le umiliazioni. Non più vedove
e madri ad aspettare uomini partiti per guerre
lontane, guerre non loro. E, soprattutto, rappresentanti
propri. Eletti dal popolo. Per il bene del
popolo. Autonomia, riforme. Forse il Veneto, alla
guida dei Savoia, si sarebbe costituito in una provincia
federale, sostenuta in Parlamento da propri
rappresentanti. Già si vociferava della concessione
del voto alle donne.
Sarebbe riuscito a mantenere fede a quelle promesse?
Dopo molte battaglie in camicia rossa,
non era quello il suo nuovo fardello? Garantire
l’autonomia dei nuovi annessi in uno Stato appena
nato, già alle prese con invidie di partito,
carrierismi e nepotismi di palazzo, gelosie e
cieche mire individuali, lontane dalle esigenze della
gente. Cosa sarebbe stato delle province che di lì
a poco avrebbe rappresentato? E Roma? L’avrebbero
avuta un giorno capitale del Regno?
Il corteo rallentò nella piazza cittadina. La gente
li acclamava. Garibaldi, amato dal popolo quanto
scomodo allo Stato, salutava e stringeva mani
protese a lato della vettura. Una delegazione garibaldina
si fece avanti festante. Villa Marchiori apparve
infine al centro della via, e venne il momento
di scendere. Un piede sul mozzo della ruota, la
mano a Teresita, e subito il tricolore del sindaco
si riconobbe fra i presenti felici. Un capannello di
cittadini davanti all’ingresso, sorrisi e inchini. Il
colonnello Acerbi varcò la soglia di quella splendida
dimora e subito la porta si rinchiuse alle loro
spalle, separandoli dalla folla esultante. Dall’interno
del palazzo li sentiva vociare. Erano per
lui, erano per loro. Speranze, richieste, proposte,
i sogni d’un popolo. Per questo li acclamavano.
O forse applaudivano soltanto, come si conviene
al passaggio della gente che conta.
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Giovanni Acerbi nacque il 14 novembre 1825 a
Castel Goffredo (MN). Nipote del celebre esploratore
ed egittologo Giuseppe Acerbi, fu fervente
patriota, implicato nei fatti di Belfiore e condannato
all’esilio. Fu colonnello garibaldino e sovrintendente
di cassa nella Spedizione dei Mille.
Deputato dal 1865, fu il primo rappresentante del
Veneto al Parlamento italiano. La sua candidatura
venne sostenuta da Garibaldi, che rinunciò all’incarico
politico,
e fu completata
dal voto del
seggio lendinarese.
Morì a
Firenze all’età
di 44 anni. Per
un incidente
di carrozza, si
racconta. Ma
le circostanze
della sua morte
restano un mistero.
