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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno V n.4 ~ Aprile 2012

UN DEPUTATO TRA ADIGE E MINCIO

di Milo Vason

 archivio Vason - Giovanni Acerbi L’aria umida di febbraio impregnava il feltro del cappello e il panno del cappotto. Un velo di vapore condensava sulle coperte che avvolgevano il dorso dei cavalli. Assiso sul cassone, il colonnello Giovanni Acerbi guardava la campagna arata. Quel clima saturo di umore, a un passo dall’Adige, gli era familiare. Le carrozze provenienti da Rovigo filavano, in quel tardo pomeriggio, verso Lendinara. Alberto Mario e la moglie Jessie White si stringevano sulla vettura davanti. Qualche contadino fermava il lavoro al margine della carrozzabile e levava il cappello in segno di saluto. Il Generale colloquiava amabilmente con la figlia Teresita, molle sul sedile posteriore. Poi, con la mano deforme per l’artrite, sembrò sfiorarsi la gamba ferita anni prima. Era la stessa mano con cui nel ‘48 fu visto vibrare in Campidoglio vigorosi fendenti sulle teste dei francesi, tanto da piegare la lama della sciabola. Ora le dita a fatica reggevano un nodoso bastone e i gropi del legno erano un continuo con le piaghe del suo male. Il ‘48… Per un istante il colonnello ricordò l’arresto e gli interrogatori nelle stanze del Castello di San Giorgio, nella sua Mantova. Dagli spalti della prigione-fortezza s’intravedeva il Lago di Mezzo. Con lui Luigi Pesci, torturato a sangue, Carlo Poma, Don Enrico Tazzoli, Don Ottonelli e diversi altri, rei d’aver versato 25 franchi alla Giovine Italia di Mazzini. Prima d’impiccarli, gli austriaci vollero sconsacrare i due preti. Il vescovo della città, Giovanni Corti, rifiutò di eseguire l’atto, ma papa Pio IX intervenne affinché fra i capestri di Belfiore penzolassero anche i due curati. La condanna per Acerbi venne mutata in esilio, ed egli ebbe salva la vita. In un anno si pronunciarono 961 condanne a morte per i patrioti del Lombardo- Veneto, ma Acerbi era già lontano, al seguito del suo Generale sulle groppe d’Aspromonte. Poiché Garibaldi aveva rifiutato l’incarico politico per cui era stato eletto nel Veneto, Acerbi venne candidato al suo posto. L’Atene del Polesine avrebbe garantito il voto al futuro deputato, primo rappresentante al Parlamento dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Per questo era lì, quel giorno di febbraio del 1867.  Chiara Marchina - Rievocazione storica 2010 Lendinara si mostrava all’orizzonte. Un orgoglioso campanile puntava il cielo. Le carrozze imboccarono una via del centro, parallela a un canale, verso la casa del sindaco Marchiori. La gente assiepata li attendeva impaziente. I ragazzi s’arrampicavano per vederli sfilare. Molti agitavano bandierine tricolori. Li osannavano, gridando all’Italia, a Mario e al generale Garibaldi. Intuiva i loro pensieri e le loro speranze. Il plebiscito in quel comune non ebbe un solo voto contrario all’annessione all’Italia. Il Veneto, ceduto con disprezzo dall’Austria sconfitta da Bismarck a Luigi Napoleone, che lo regalò a Re Vittorio, non ebbe l’onore d’una sola battaglia vinta sul campo. Dopo le disfatte di Lissa e Custoza, solo Garibaldi vinse mirabilmente sui monti del Garda, ma l’invidia degli ufficiali sabaudi lo costrinse all’ “Obbedisco”, e Trento liberata rimase austriaca. Gli parve di capire le attese della gente festante. Non più gabelle versate al regno d’oltralpe, non più il loro grano a Trieste per nutrire eserciti stranieri, non più artigiani al soldo nemico, non più manovali al lavoro coatto in Carinzia o a Graz. Non più le loro ricchezze alla corte di Vienna, non più l’oppressione del giogo straniero sulla loro economia. Le bestie migliori alla cavalleria austriaca, le retate, le umiliazioni. Non più vedove e madri ad aspettare uomini partiti per guerre lontane, guerre non loro. E, soprattutto, rappresentanti propri. Eletti dal popolo. Per il bene del popolo. Autonomia, riforme. Forse il Veneto, alla guida dei Savoia, si sarebbe costituito in una provincia federale, sostenuta in Parlamento da propri rappresentanti. Già si vociferava della concessione del voto alle donne. Sarebbe riuscito a mantenere fede a quelle promesse? Dopo molte battaglie in camicia rossa, non era quello il suo nuovo fardello? Garantire l’autonomia dei nuovi annessi in uno Stato appena nato, già alle prese con invidie di partito, carrierismi e nepotismi di palazzo, gelosie e cieche mire individuali, lontane dalle esigenze della gente. Cosa sarebbe stato delle province che di lì a poco avrebbe rappresentato? E Roma? L’avrebbero avuta un giorno capitale del Regno? Il corteo rallentò nella piazza cittadina. La gente li acclamava. Garibaldi, amato dal popolo quanto scomodo allo Stato, salutava e stringeva mani protese a lato della vettura. Una delegazione garibaldina si fece avanti festante. Villa Marchiori apparve infine al centro della via, e venne il momento di scendere. Un piede sul mozzo della ruota, la mano a Teresita, e subito il tricolore del sindaco si riconobbe fra i presenti felici. Un capannello di cittadini davanti all’ingresso, sorrisi e inchini. Il colonnello Acerbi varcò la soglia di quella splendida dimora e subito la porta si rinchiuse alle loro spalle, separandoli dalla folla esultante. Dall’interno del palazzo li sentiva vociare. Erano per lui, erano per loro. Speranze, richieste, proposte, i sogni d’un popolo. Per questo li acclamavano. O forse applaudivano soltanto, come si conviene al passaggio della gente che conta. http://www.amicidigaribaldi.it

Giovanni Acerbi nacque il 14 novembre 1825 a Castel Goffredo (MN). Nipote del celebre esploratore ed egittologo Giuseppe Acerbi, fu fervente patriota, implicato nei fatti di Belfiore e condannato all’esilio. Fu colonnello garibaldino e sovrintendente di cassa nella Spedizione dei Mille.
Deputato dal 1865, fu il primo rappresentante del Veneto al Parlamento italiano. La sua candidatura venne sostenuta da Garibaldi, che rinunciò all’incarico politico, e fu completata dal voto del seggio lendinarese.
Morì a Firenze all’età di 44 anni. Per un incidente di carrozza, si racconta. Ma le circostanze della sua morte restano un mistero.

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