UN’ESTATE D’ORO
di Rosetta Menarello
Le cicale, misteriosamente nascoste nell’ammasso
verde cupo del boschetto, sminuzzavano
l’afa estiva con il loro frinire aspro ed
isterico.
Nella penombra dell’ampia cucina aleggiava
profumo di minestra. Adele l’aveva scodellata
per tempo. Densa e sana, ricoperta da un
lieve strato di parmigiano aspettava i commensali.
La pasta e fagioli era il suo cavallo
di battaglia e nessuno avrebbe rinunciato
alla replica con un secondo piatto.
Il vociare via via più crescente degli uomini
la mise in agitazione e con un gesto rapido
ricompose una ciocca ribelle strofinando
poi le mani sul grembiule immacolato.
- Bondì siora Dele, semo qua anca ‘sto ano
par onorar la so’ tola! -
Augusto era entrato per ultimo e aveva invitato
gli altri a sedersi.
Lei aveva sorriso e dopo uno sguardo al marito
aveva risposto.
- Go fato la minestra de l’ano passà! Sio contenti? -
S’erano seduti tutti intorno al grande tavolo
mentre Augusto versava dalla caraffa un
vino rosso intenso dal profumo forte e vagamente
fruttato.
Lasciò che vuotassero i piatti per offrire la
seconda porzione tra i complimenti di questi
uomini dai visi solcati da una fatica impressa
nel DNA come un tratto incancellabile.
- Magnare da voaltri, paron Gusto e siora
Dele, xé sempre la roba pì bela! -
Li guardò ancora e provò un senso di tenerezza
materna nel vederli così contenti di
assaporare la sua piccola fatica di cuoca.
Era quasi un sacro dovere quel pranzo de “la
meanda”. Una specie di rito sacro per
ringraziare Dio per un raccolto
tanto abbondante.
Aveva camminato con Augusto
nei campi qualche
giorno prima. L’aveva seguito
lungo gli stretti sentieri
nel giallo del grano
maturo. Oro brillante sulla
terra invasa dalla lucentezza
tagliente del sole. L’aveva
osservato con affetto
mentre tendeva il braccio
ed apriva la mano per
accarezzare le spighe già
mature e gonfie di chicchi.
Ad un tratto ne aveva
strette nel pugno alcune e
le aveva schiacciate. Aveva
poi riaperto il palmo e
soffiando via le squame
secche aveva guardato i
grani giallo scuro.
- L’è pronto! -
Con una mossa veloce
aveva messo in bocca i
chicchi masticandoli lentamente.
Lei l’aveva imitato assaporando
lo strano boccone
che sapeva già di pane.
In silenzio erano tornati
verso la grande casa
dall’immenso cortile pronto
ad accogliere, come un
rassicurante grembo, il
parto della terra.
Presto l’aria avrebbe profumato
di paglia. Un odore
speciale, secco, quasi
polveroso.
Sull’aia sarebbero arrivati
i carri carichi di “faje” e
finalmente l’oro dei grani
avrebbe visto la luce del
sole che l’aveva a lungo
cullato.
