FALÙ
di Rosetta Menarello
Il gruppetto di ragazzi percorreva lo stradone polveroso
che si snodava sulla campagna ormai vuota
di colori e di raccolto.
In fondo si stagliava un’ordinata fila di pioppi dal
denso fogliame dorato. Immobili come guardiani
di una fortezza abbandonata.
- Dai che facciamo a chi arriva prima agli alberi! -
- Si, si! - Fu la risposta di tutti.
Tra il vociare concitato e le risate di quell’età spensierata
il gruppo pedalò diventando una manciata
di scure pallottole proiettate verso l’orizzonte tracciato
dal filare.
Il cielo s’era fatto d’un azzurro intenso mentre
pastose pennellate di carminio annunciavano il
tramonto.
Nulla era rimasto del granturco che aveva popolato
la campagna durante quell’estate calda e soleggiata
se non le stoppie e una miriade di cartocci che
qualche folata di vento animava in brevi voli. I ragazzi,
arrivati agli alberi, appoggiarono le biciclette
ai tronchi con affannose risate, buttandosi a sedere
sul ciglio erboso del fosso che bordava il campo.
- Ehi! Facciamo un po’ di fuoco? -
Gli occhi di tutti furono puntati su quel ragazzino
dagli occhi vivaci e i capelli ricci.
- Si, guardate cosa ho portato! -
Estrasse dalla tasca dei calzoni una scatola di cerini
scuotendola ritmicamente.
- No, no! E’ pericoloso! -
- Ma va là! Guarda com’è lontana la casa! Tu sei
un fifone! -
Così dicendo aprì la scatola, estrasse un fiammifero,
si chinò. Con un colpo leggero e secco lo strofinò
sul ruvido producendo una piccola fiamma
che accostò ad una brattea secca.
Un sottile filo di fumo si disegnò nell’aria serpeggiando
verso l’alto mentre già si sentiva un crepitare
lieve che in pochi istanti si tramutò in fiamma.
I ragazzi s’erano alzati in piedi e come spinti da
una forza magica avevano creato un cerchio intorno
al fuoco.
All’unisono avevano fatto prima un girotondo ridendo
e gridando; poi erano diventati gli indiani
danzando al ritmo delle mani. Il fuoco, dapprima
basso e confinato in una piccola porzione di spazio,
pareva animarsi alle voci eccitate del gruppo.
Poi s’era piano piano espanso diventando una
chiazza luminosa e crepitante. Le stoppie venivano
ora velocemente aggredite e disfatte dalla forza
incandescente delle lingue mobilissime che ormai
si agitavano senza freno. L’iniziale gioia si mutò
rapidamente in agitazione e poi in paura… S’era
levato un vento leggero che portava con sé i primi
segni della sera. Pareva che fosse arrivato appositamente
per far danzare le fiamme da cui usciva
un fumo biancastro e pungente.
- Madonna, scappiamo sta bruciando tutto! Presto
andiamo via! -
Erano corsi verso le biciclette abbandonate accanto
agli alberi del confine e, quasi senza guardare se
quella inforcata fosse la loro, erano saliti in sella
col fiato in gola per la paura ed il fumo.
Il cielo s’era fatto quasi blu mentre il banchetto
delle fiamme continuava.
Arrivarono alcuni contadini dalle case poco distanti
imprecando e minacciando quel manipolo
di monelli ormai dileguato.
Rimasero a guardare l’incendio aspettando che arrivasse
dove l’erba folta e verde impedisse al fuoco
di espandersi oltre e poi se ne andarono.
Non c’era più pericolo.
Nel cielo, ormai quasi nero, era appuntata una
luna grande, arancione. Sospesa sui campi pareva
riflettere le fiamme già spente. Al loro posto, qua e
là, occhieggiavano minuscole braci come lucciole
di un’estate ormai finita.
