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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno V n.4 ~ Aprile 2012

LA SUA SCUOLA

di Luigi Rossi

 archivio Luigi Rossi ~ Isola Batteria-pila (RO) «Non è bella?» mi chiese mio padre porgendomi un ingiallito ritaglio di giornale. Osservai con attenzione quell’uomo che, a dire la verità, raramente m’aveva reso partecipe di ciò che lo riguardava. Dopo il primo attimo di stupore, presi il foglio che mi allungava sopra la tazzina di caffé.
Mio padre aveva gli occhi lucidi e la fronte leggermente corrugata. Tossì e rimase in attesa d’una mia reazione. Il mio sguardo finì sul ritaglio di giornale. Era una bella foto in bianco e nero, tecnicamente ben riuscita.
Il cielo chiaro occupava la parte superiore dell’immagine e una luce vellutata si distribuiva sui tetti d’incannucciato e su uno spiazzo dove stavano alcuni bambini.
La verticalità era affidata a un albero e a un comignolo. La parte inferiore era occupata da una serie di capanne e da covoni di canne lacustri ben ordinate sulla sinistra. Uno, due, tre… forse nove bambini su uno spiazzo davanti a un capanno apparentemente più grande degli altri.
«Una bella foto» dissi.«Dove siamo?» gli chiesi curioso.
Mio padre si alzò, si portò alle mie spalle e puntò un dito su uno dei bambini.
«Questo sono io» disse. Mi voltai e gli sorrisi.
«Siamo nel borgo dove son nato, nel Polesine. Forse nel 1957. In ogni caso dopo una delle tante alluvioni che negli anni Cinquanta del secolo scorso sommersero il Delta. Dopo il disastro del 1951, ci furono quelle del 1953, del 1956, del 1957, del 1958…
E Bonelli, Pellestrina, Pila, Scano, Polesine Camerini, Ariano e Goro… andavano sott’acqua ogni volta» raccontò con gli occhi sempre più umidi. Era la prima volta che mi parlava di quegli anni e di quella terra. Sembrava l’avesse cancellata. Di tanto in tanto, da quando era andato in pensione, lo sorprendevo a fissare questo ritaglio di giornale e qualche cartolina.
«La foto» continuò «fu scattata dalla nostra maestra, Cesarina Gobbi. Una brava donna. L’avevano mandata a far scuola da noi e il primo giorno pianse a dirotto. Noi bambini ci rattristammo per lei. Fuori affondavi nel fango e dal tetto di canne filtrava dell’acqua. Faceva freddo e c’era nebbia. Quella che vedi dietro i bambini è la nostra scuola»
«Quanti eravate?»
«Nella scuola di Batteria-Pila eravamo una quindicina. Una pluriclasse, si dice oggi. Però capitava che l’emigrazione rapisse un bambino ogni settimana.
Fu così per Fulvio che partì per Torino con la famiglia. Lo stesso successe alla Santina. La sua famiglia andò a Milano. Altri espatriarono in Svizzera e in Germania. Noi siamo venuti a Novara, perché tuo nonno un giorno disse: qui i nostri brazzi non servono e con la pesca non se vive. E si partì per Novara dove lui si impiegò come manovale e tua nonna come donna delle pulizie nel seminario»
«La fotografia della maestra Gobbi è stata pubblicata da un giornale…» osservai.
«È vero… Ci fu festa nella nostra scuola quando il Corriere dei Piccoli pubblicò questa foto. Anche nel borgo si parlò della foto.
Ti dico che fu vera festa. Arrivarono decine di pacchi dono. Libri e giornalini. Colori e quaderni. Persino un pallone di cuoio e alcune bambole. Una ditta di dolciumi, credo di Alba, ci mandò dei cioccolatini e dei biscotti: una befana fuori stagione. La maestra era felice e tutti la riverivano quando passava.
La maestrina alloggiava dalla vedova Sista e quella donna un po’ strana prese a trattarla con molto rispetto» disse tutto d’un fiato mio padre. Poi tornò a sedersi e cominciò a giocherellare con il cucchiaino. Riprese:
«In quella scuola c’erano quattro o cinque panchine e tre lunghi tavolazzi. Una lavagna tutta sbrecciata. Un focolare che ci attirava quando vi ardevano i tronchi raccolti sulla spiaggia e sulle rive del fiume.
Io c’ho fatto fino alla quarta…». Mentre mio padre parlava, pensavo a quel che era successo nella scuola di mia figlia, neppure tre settimane prima.
Una notte, un gruppo di giovani era entrato nell’istituto e aveva distrutto i dieci computer e bruciato i registri di classe.
Un televisore era stato fatto cadere da una mensola e un videoregistratore semplicemente asportato. Sui muri dei corridoi scritte contro gli alunni stranieri e il maestro Centavi, persona impegnata socialmente e culturalmente.
«Sai una cosa?» mormorò mio padre.
Lo guardai.
«Mi piacerebbe tornare laggiù» disse.
«Possiamo andarci insieme» proposi riconsegnandogli il ritaglio di giornale.
L’uomo dondolò felice il capo imbiancato, mentre la sua pesante e venata mano destra si posava sulla foto della sua scuola.

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