LA SUA SCUOLA
di Luigi Rossi
«Non è bella?» mi chiese mio padre porgendomi
un ingiallito ritaglio di giornale.
Osservai con attenzione quell’uomo
che, a dire la verità, raramente m’aveva
reso partecipe di ciò che lo riguardava.
Dopo il primo attimo di stupore, presi il
foglio che mi allungava sopra la tazzina
di caffé.
Mio padre aveva gli occhi lucidi e la
fronte leggermente corrugata. Tossì e
rimase in attesa d’una mia reazione. Il
mio sguardo finì sul ritaglio di giornale.
Era una bella foto in bianco e nero, tecnicamente
ben riuscita.
Il cielo chiaro occupava la parte superiore
dell’immagine e una luce vellutata
si distribuiva sui tetti d’incannucciato
e su uno spiazzo dove stavano alcuni
bambini.
La verticalità era affidata a un albero e
a un comignolo. La parte inferiore era
occupata da una serie di capanne e da
covoni di canne lacustri ben ordinate
sulla sinistra. Uno, due, tre… forse nove
bambini su uno spiazzo davanti a un capanno
apparentemente più grande degli
altri.
«Una bella foto» dissi.«Dove siamo?» gli
chiesi curioso.
Mio padre si alzò, si portò alle mie spalle
e puntò un dito su uno dei bambini.
«Questo sono io» disse. Mi voltai e gli
sorrisi.
«Siamo nel borgo dove son nato, nel Polesine.
Forse nel 1957. In ogni caso dopo
una delle tante alluvioni che negli anni
Cinquanta del secolo scorso sommersero
il Delta. Dopo il disastro del 1951,
ci furono quelle del 1953, del 1956, del
1957, del 1958…
E Bonelli, Pellestrina, Pila, Scano, Polesine
Camerini, Ariano e Goro… andavano
sott’acqua ogni volta» raccontò con
gli occhi sempre più umidi. Era la prima
volta che mi parlava di quegli anni e di
quella terra. Sembrava l’avesse cancellata.
Di tanto in tanto, da quando era andato
in pensione, lo sorprendevo a fissare
questo ritaglio di giornale e qualche
cartolina.
«La foto» continuò «fu scattata dalla nostra
maestra, Cesarina Gobbi. Una brava
donna.
L’avevano mandata a far scuola da noi
e il primo giorno pianse a dirotto. Noi
bambini ci rattristammo per lei. Fuori
affondavi nel fango e dal tetto di canne
filtrava dell’acqua.
Faceva freddo e c’era nebbia.
Quella che vedi dietro i bambini è la nostra
scuola»
«Quanti eravate?»
«Nella scuola di Batteria-Pila eravamo
una quindicina. Una pluriclasse, si dice
oggi. Però capitava che l’emigrazione
rapisse un bambino ogni settimana.
Fu così per Fulvio che partì per Torino
con la famiglia. Lo stesso successe alla
Santina.
La sua famiglia andò a Milano. Altri
espatriarono in Svizzera e in Germania.
Noi siamo venuti a Novara, perché tuo
nonno un giorno disse: qui i nostri brazzi
non servono e con la pesca non se vive.
E si partì per Novara dove lui si impiegò
come manovale e tua nonna come donna
delle pulizie nel seminario»
«La fotografia della maestra Gobbi è stata
pubblicata da un giornale…» osservai.
«È vero… Ci fu festa nella nostra scuola
quando il Corriere dei Piccoli pubblicò
questa foto. Anche nel borgo si parlò
della foto.
Ti dico che fu vera festa. Arrivarono decine
di pacchi dono. Libri e giornalini.
Colori e quaderni. Persino un pallone
di cuoio e alcune bambole. Una ditta di
dolciumi, credo di Alba, ci mandò dei
cioccolatini e dei biscotti: una befana
fuori stagione.
La maestra era felice e tutti la riverivano
quando passava.
La maestrina alloggiava dalla vedova
Sista e quella donna un po’ strana prese
a trattarla con molto rispetto» disse
tutto d’un fiato mio padre. Poi tornò a
sedersi e cominciò a giocherellare con
il cucchiaino. Riprese:
«In quella scuola c’erano quattro o cinque
panchine e tre lunghi tavolazzi.
Una lavagna tutta sbrecciata. Un focolare
che ci attirava quando vi ardevano
i tronchi raccolti sulla spiaggia e sulle
rive del fiume.
Io c’ho fatto fino alla quarta…». Mentre
mio padre parlava, pensavo a quel che
era successo nella scuola di mia figlia,
neppure tre settimane prima.
Una notte, un gruppo di giovani era
entrato nell’istituto e aveva distrutto i
dieci computer e bruciato i registri di
classe.
Un televisore era stato fatto cadere da
una mensola e un videoregistratore
semplicemente asportato. Sui muri dei
corridoi scritte contro gli alunni stranieri
e il maestro Centavi, persona impegnata
socialmente e culturalmente.
«Sai una cosa?» mormorò mio padre.
Lo guardai.
«Mi piacerebbe tornare laggiù» disse.
«Possiamo andarci insieme» proposi riconsegnandogli
il ritaglio di giornale.
L’uomo dondolò felice il capo imbiancato,
mentre la sua pesante e venata
mano destra si posava sulla foto della
sua scuola.
