LADRO DI LIBRI
di Luigi Rossi
Subito dopo la semplice cerimonia funebre, Stanislao
Mondin, per ‘na vita maestro elementare del paese,
mi si affiancò.
«Tuo zio era proprio un figlio di buona donna…» mi
disse sorridendo e porgendomi la mano. Poi continuò:
«Sono contento che tu sia venuto al funerale del
vecchio…»
«Non potevo mancare», gli dissi. Sapevo che ci saremo
stati solo noi due e il prete, con il sacrista. Mio
zio non apparteneva alla famiglia da almeno mezzo
secolo. Troppo anarchico. Troppo comunista. Troppo
socialista. Troppo mangiapreti. Troppo mangiapadroni.
Un vero e proprio rompicoglioni, si dice.
«Certo. Vieni, facciamo la strada insieme» mi propose.
Il maestro Stanislao avrà avuto l’età di mio zio. Superava
sicuramente gli ottanta.
Ci avviammo per la stradina che, da un lato, era costeggiata
da un filare di viti e dall’altro da un fossatello.
Portava direttamente alla piazzetta del paese, dove
troneggia il monumento ai caduti di tutte le guerre.
«Ti voleva bene», mi disse.
«Lo so. L’ho capito dai rimproveri che mi indirizzava»
«Lo sai che era un gran ladro?» mi chiese di botto. Io
non seppi cosa rispondergli e scelsi di rimanere zitto.
«Un ladro strano, però. Sai che tuo zio ha girato il
mondo. Muradore qui e muradore là…»
«Lo so. La sua casa era piena di cartoline e fotografie.
Ambienti tedeschi, spagnoli, francesi, inglesi… Era il
vagabondo di famiglia» completai.
«Lo sapevi che rubava particolari oggetti? C’è chi ruba
immagini sacre e candelieri, chi quadri e statue, di legno
o di marmo, chi gioielli…»
«E lui?» chiesi.
«Rubava libri. Solo libri» mi confidò il maestro Stanislao.
«Libri? Forse che i libri che sono a casa sua sono stati
rubati?» chiesi ancora.
Dopo un attimo di silenzio, il maestro si fermò. Si voltò
e mi guardò.
«Già. Dei libri che possedeva non ne ha pagato uno. E
ce ne sono in inglese, in tedesco, in francese, in spagnolo,
in russo…»
«Strano ladro» mormorai. Riprendemmo il cammino
e ben presto giungemmo alle prime case del paese.
«Lui rubava i libri che amava. Mi diceva: ciò che si
ama non si deve pagare. E faceva di tutto per sottrarli
a privati o alle biblioteche» continuò a confidarmi il
maestro.
«Le ha confidato altro?» gli chiesi.
«Moltissimo, e mi sembra giusto dirtelo. Sai, ormai ho
una certa età» e sul volto gli esplose uno di quei sorrisi
che solo i vecchi sanno produrre. Dopo una pausa,
raccontò:
«Tra i suoi libri troverai Jack London. Solo prime
edizioni. Ci troverai Thomas Mann. Prime edizioni.
Dylan Thomas. Prime edizioni. Pirandello e Flaubert,
prime edizioni. D’Annunzio. Prime edizioni. Persino
alcune prime edizioni di Emilio Salgari, De Amicis e
Ada Negri. John Fante e Pascal d’Angelo li amava in
modo particolare…»
«Strana persona, mio zio. Ma sapeva l’inglese e il francese
e il tedesco?» chiesi ancora.
«Se la cavava. Se la cavava quel tanto che gli bastava
per amare i libri che aveva deciso di portare con sé»
mi rassicurò il maestro.
Giungemmo al paese senza dire altro.
«Mi ha fatto piacere incontrarti e fare quattro passi
con te», disse il maestro. «Vuoi sapere a chi ha lasciato
i libri raccolti qui e là? Erano l’unica ricchezza che
possedeva…»
«Mi dica…»
«Li ha donati all’Università di Ferrara, alcuni mesi prima
di morire. Un uomo meraviglioso, tuo zio»
«Lo so». Ed era vero. Se li lasciava a qualcuno della
famiglia, sicuramente sarebbero andati a venderli o
li avrebbero messi all’asta su ebay o in vendita su alibris.
Abbracciai il maestro Stanislao e lo ringraziai. Prima
di staccarsi da me, gettò un’occhiata al monumento
dei caduti. Poi si allontanò, busto eretto e passo sicuro.
Io mi diressi alla mia auto per tornare dove avevo
scelto di vivere. Mio zio mi chiedeva sempre di raccontargli
dei boschi e dei fiumi, delle miniere e delle
acciaierie. Persino della birra e delle donne.
Aveva capito che nulla più mi teneva legato a queste
terre.
