LA BORRACCIA DI LEGNO
di Luigi Rossi
Il corpo della borraccia è d’un sol pezzo di legno di pioppo, abbrunito dagli anni e con alcune chiazze più scure. La forma è semiellittica e l’altezza di 16 centimetri. Le pareti avranno uno spessore di 5 – 7 millimetri. I due fondi sono perfettamente incastrati nel corpo e nella parte superiore è collocato un imbuto a forma di calice. La cannella, con rispettivo zipolo, si unisce all’imbuto mediante un gambo a vite. Lo zipolo è assicurato alla cannella con uno spago. Cannella e zipolo son di legno di ciliegio. Due cerchietti di lamina sottile di ferro, saldati, fasciano il corpo della borraccia alle due estremità, inferiore e superiore. Essi sono fissati da due tacche laterali che, praticate sui cerchietti con un punzone, penetrano nel legno. I cerchietti combaciano perfettamente. La borraccia dovrebbe contenere circa 75 centilitri di liquido. Una lunga correggia di corame con una fibbia di ferro stagnato, grazie a un passante, la sosteneva alla bandoliera.
È una bellissima borraccia tornita, forse uscita dal laboratorio di quel Pietro Guglielminetti, artigiano valstronese, che dal 1853 al 1861 fornì migliaia di borracce simili all’esercito del Regno di Sardegna e i cui antenati migrarono come peltrai in Germania già nel 1600. Diverse centinaia vennero distribuite anche ai volontari che parteciparono alla spedizione dei Mille. Questa borraccia è sempre stata uno degli oggetti più venerati nella nostra famiglia. Era custodita in una vetrinetta, assieme a una cartella con alcune lettere e dei disegni.
Mia zia Tina conosceva la storia di quegli oggetti, appartenuti a un giovane nato a Trecenta il 5 agosto del 1837. «Adolfo Azzi, si chiamava», era il solito incipit del suo racconto. Poi: «Era nato a Trecenta, figlio di Agostino, medico, che si trasferì a Padova. Adolfo era un convinto repubblicano e, nel 1858, si arruolò con Garibaldi e combattè nel corpo dei Cacciatori delle Alpi. Fu tra i primi ad accorrere a Genova, nel 1860, e a salpare da Quarto. Forte e bello, le braccia salde sul timone della nave. Lo sguardo sul mare, la camicia aperta sul petto» A questo punto, zia Tina faceva una pausa. Si avvicinava alla vetrinetta, prendeva le lettere e i disegni. «Queste lettere le ha scritte lui. Una da Alessandria. Una da Genova. Una da Palermo… Anche i disegni sono suoi. Era bravo a disegnare, sai. Questo è il Lombardo, il mercantile che lo trasportò in Sicilia e del quale, con Simone Schiaffino, fu timoniere per espresso ordine del Generale. Qui ha schizzato un gruppo di garibaldini, con il Generale che guarda verso l’orizzonte…» Mentre ammiravo i disegni, zia Tina afferrava la borraccia di legno. La stringeva al petto con entrambe le mani e, guardandomi, mormorava: «Prendi. È la borraccia di Adolfo…» Afferrata la borraccia, mi succedeva che, per alcuni secondi, mi estraniavo dal luogo in cui mi trovavo. Finivo a bordo d’un mercantile, credendo di solcare il Tirreno. Mi trovavo circondato da un nugolo di camicie rosse a Palermo Calatafimi e Napoli. La voce di zia Tina, improvvisamente, annullava quelle fantasie. Leggeva, lentamente e con la voce rotta dall’emozione, l’ultima lettera del garibaldino Adolfo Azzi. «Carissimo papà ! Gli affari vanno a gonfie vele, ebbimo due scontri colle truppe regie che furono fugate. Il 29 maggio a Palermo mi trovavo vicino al Generale, fui ferito al ginocchio sinistro, ho la rotula spezzata. Quando potrò, ti farò sapere mie nuove ancora». Quindi zia Tina taceva, mentre io guardavo la borraccia e giocavo con lo zipolo. Zia Tina mormorava: «Adolfo morì il 4 giugno 1860 a Palermo per quella ferita alla gamba». Allora alzavo gli occhi verso la donna che, tendendo una mano, mi chiedeva la borraccia. Dopo avergliela consegnata, mormorava: «Vedi queste macchioline scure? Il legno s’è impregnato del suo sangue …» La borraccia diventava improvvisamente una reliquia, simile a quelle che si venerano nelle chiese e nei santuari. «Nonno Agostino la sfiorava tutte le sere. Gli sembrava d’accarezzare il corpo del figlio, poco più che ventenne, morto nell’avventura dei Mille», concludeva riponendola nella vetrinetta. Restava in silenzio a lungo, prima di chiedermi: «Posso prepararti una cioccolata?»
Foto tratta da: UCIIM Sezione di Torino, Archivio
di Stato di Torino - PIETRO GUGLIELMINETTI
Un artigiano nel Risorgimento
a cura di Chiara Acciarini
