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Fotografia e… tra Padova e Rovigo ~ Anno V n.4 ~ Aprile 2012

Salto nel buio

di Milo Vason

 archivio Marcina - Lendinara Mio padre mi raccontò questa storia per tutta la vita. Accadde di notte, e con l’oscuramento il buio era più nero dell’onice, mica come oggi, che il cielo resta chiaro anche senza luna. Quelli erano giovani, e facevano sul serio. Saltare nel vuoto di notte, da un Douglas C-47 Dakota americano, con tutti quei tedeschi là sotto, non è cosa da poco, mi creda. Si era alla fine di aprile del ’45, e le truppe dell’Asse convergevano disordinate in Polesine verso l’Adige, perché ormai avevano perso la guerra, ma non volevano arrendersi. I ragazzi della Folgore e del Nembo invece, volevano riscattare se stessi dall’inutilità cui erano stati costretti, dopo l’armistizio dell’ 8 settembre ’43. Di stare con loro non se ne parlava neppure. Ne avevano le tasche piene di quella gente. L’armistizio li aveva sorpresi al sud, erano pur sempre dei soldati, per cui si arruolarono con gli Alleati. In fondo era meglio così: bene armati e addestrati dagli inglesi, avevano formato lo Squadrone F-Reccia, impiegato nell’aprile del ’45, nella più grande missione paracadutata italiana della Seconda Guerra Mondiale: l’Operazione Herring numero 1, che dovrebbe significare aringa, o qualcosa del genere. Se li immagina lei, 200 paracadutisti italiani vestiti da inglesi e pieni di esplosivo, lanciati nel buio dei cieli sul triangolo Ferrara-Mirandola-Ostiglia, sbucare alle spalle dei tedeschi per tagliare loro le vie di fuga verso il Po? Insomma, quando si accese la luce verde e il pilota disse “Go, go!”, uno dei parà non volle lanciarsi. Era nato infatti un violento fuoco di contraerea, c’era da lasciarci la pelle ancora prima di mettere piede a terra. Gli aerei volavano a meno di 300 metri d’altezza e là sotto, dalle parti dell’aeroporto di Poggio Renatico nel ferrarese, i tedeschi avevano ancora in funzione le batterie anti-aeree, montate su semoventi cingolati. Il pilota fu costretto a deviare la rotta, quello che urlava si era agganciato al parapetto e diceva: “Ci ammazzano tutti! Io non mi lancio!”. Poi invece s’è buttato anche lui, ma ormai l’aereo era fuori rotta di parecchi chilometri. Insomma, lei mi ha chiesto di Pierino Vergani, io so solo che fu colpito per aria, prima di atterrare. Secondo lei, i tedeschi rispettavano le regole di guerra internazionali, che vietano di sparare ai paracadutisti in fase di lancio? Quelli sparavano eccome! E qualcuno fu colpito per aria, appunto. Pierino precipitò al suolo. La notte era buia, non come oggi le ho detto, e si sentì senz’altro perduto. Sentiva le voci dei crucchi tutto attorno, ma non li vedeva, così sparò contro la notte, e finì le munizioni del MAB. Allora prese il revolver americano, una grossa Smith & Wesson. Per spararsi un colpo in testa, lei dice? Macché, quelli erano uomini veri, mica come i giovani d’oggi! Sparò tutti i colpi anche con quella, le dico. Poi svenne, proprio mentre un compagno lo aveva raggiunto, tagliando le corde del paracadute. Che era grave si capiva anche se era buio, allora i suoi compagni lo affidarono ai partigiani che intanto erano loro corsi in aiuto. Questi acconsentirono a portare Pierino all’ospedale. Ma quale ospedale? A Ferrara neanche a pensarci! Era pieno di tedeschi e sbandati, troppo pericoloso! Lo caricarono su di un carro, coperto di paglia, e presero per Bondeno. Qui era ancora peggio, soldati che passavano il Po a nuoto o nelle vasche da bagno, sotto il fuoco degli aerei! Insomma, Pierino fu scambiato con un gruppo di ribelli polesani. Sfidando i posti di blocco e l’affondamento del traghetto di Ficarolo, lo portarono fino a Lendinara. Fu un’impresa epica, rischiosissima! Quel giovane era per loro un fratello in pericolo, il primo dei liberatori che tanto a lungo avevano atteso. Pierino era vivo, pallido come un cencio ma vivo. Guardava le loro barbe, la stella rossa sul basco, mentre il cielo rischiarava. Giunti a Lendinara, si fecero strada fino all’ospedale, in via Perolari. Quello vecchio però, con le sue belle colonne bianche, dove poi hanno fatto quest’altro che vede. Il ragazzo era in stato di shock, ma respirava ancora. Ogni tanto cercava con la mano la sua pistola. Fece appena in tempo a dire nome e cognome alla suora che lo accolse, poi restò a fissarla con occhi bianchi. Come dice? Se mio padre era uno dei partigiani? No, lui era falegname. Lo chiamarono per fargli la cassa da morto, ma quel ragazzo non l’ha mai scordato, e io neppure.

 archivio Sommetti - Vergani Pierino Vergani, paracadutista italiano del C.I.L., appartenente allo Squadrone F-Reccia, pattuglia V, partecipò alla più grande missione paracadutata sostenuta da soldati italiani nella Seconda Guerra Mondiale: l’Operazione Herring n.1 (20-23 aprile 1945). Ferito dalla contraerea in fase di lancio, nel ferrarese, morì all’ospedale di Lendinara, fra le braccia della suora che lo aveva accolto.

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