Salto nel buio
di Milo Vason
Mio padre mi raccontò questa storia per tutta la
vita. Accadde di notte, e con l’oscuramento il
buio era più nero dell’onice, mica come oggi, che
il cielo resta chiaro anche senza luna.
Quelli erano giovani, e facevano sul serio.
Saltare nel vuoto di notte, da un Douglas C-47 Dakota
americano, con tutti quei tedeschi là sotto,
non è cosa da poco, mi creda. Si era alla fine di
aprile del ’45, e le truppe dell’Asse convergevano
disordinate in Polesine verso l’Adige, perché ormai
avevano perso la guerra, ma non volevano
arrendersi. I ragazzi della Folgore e del Nembo
invece, volevano riscattare se stessi dall’inutilità
cui erano stati costretti, dopo l’armistizio dell’ 8
settembre ’43.
Di stare con loro non se ne parlava neppure. Ne
avevano le tasche piene di quella gente. L’armistizio
li aveva sorpresi al sud, erano pur sempre
dei soldati, per cui si arruolarono con gli Alleati.
In fondo era meglio così: bene armati e addestrati
dagli inglesi, avevano formato lo Squadrone
F-Reccia, impiegato nell’aprile del ’45, nella più
grande missione paracadutata italiana della Seconda
Guerra Mondiale: l’Operazione Herring
numero 1, che dovrebbe significare aringa, o
qualcosa del genere.
Se li immagina lei, 200 paracadutisti italiani vestiti
da inglesi e pieni di esplosivo, lanciati nel buio dei
cieli sul triangolo Ferrara-Mirandola-Ostiglia, sbucare
alle spalle dei tedeschi per tagliare loro le vie
di fuga verso il Po? Insomma, quando si accese la
luce verde e il pilota disse “Go, go!”, uno dei parà
non volle lanciarsi. Era nato infatti un violento
fuoco di contraerea, c’era da lasciarci la pelle ancora
prima di mettere piede a terra.
Gli aerei volavano a meno di 300 metri d’altezza
e là sotto, dalle parti dell’aeroporto di Poggio
Renatico nel ferrarese, i tedeschi avevano ancora
in funzione le batterie anti-aeree, montate su semoventi
cingolati. Il pilota fu costretto a deviare
la rotta, quello che urlava si era agganciato al parapetto
e diceva: “Ci ammazzano tutti! Io non mi
lancio!”. Poi invece s’è buttato anche lui, ma ormai
l’aereo era fuori rotta di parecchi chilometri.
Insomma, lei mi ha chiesto di Pierino Vergani, io
so solo che fu colpito per aria, prima di atterrare.
Secondo lei, i tedeschi rispettavano le regole di
guerra internazionali, che vietano di sparare ai
paracadutisti in fase di lancio? Quelli sparavano
eccome! E qualcuno fu colpito per aria, appunto.
Pierino precipitò al suolo. La notte era buia, non
come oggi le ho detto, e si sentì senz’altro perduto.
Sentiva le voci dei crucchi tutto attorno, ma
non li vedeva, così sparò contro la notte, e finì le
munizioni del MAB. Allora prese il revolver americano,
una grossa Smith & Wesson.
Per spararsi un colpo in testa, lei dice? Macché,
quelli erano uomini veri, mica come i giovani
d’oggi!
Sparò tutti i colpi anche con quella, le dico. Poi
svenne, proprio mentre un compagno lo aveva
raggiunto, tagliando le corde del paracadute. Che
era grave si capiva anche se era buio, allora i suoi
compagni lo affidarono ai partigiani che intanto
erano loro corsi in aiuto. Questi acconsentirono a
portare Pierino all’ospedale. Ma quale ospedale?
A Ferrara neanche a pensarci! Era pieno di tedeschi
e sbandati, troppo pericoloso! Lo caricarono
su di un carro, coperto di paglia, e presero per
Bondeno.
Qui era ancora peggio, soldati che passavano il
Po a nuoto o nelle vasche da bagno, sotto il fuoco
degli aerei! Insomma, Pierino fu scambiato con
un gruppo di ribelli polesani. Sfidando i posti di
blocco e l’affondamento del traghetto di Ficarolo,
lo portarono fino a Lendinara. Fu un’impresa
epica, rischiosissima! Quel giovane era per loro
un fratello in pericolo, il primo dei liberatori che
tanto a lungo avevano atteso. Pierino era vivo,
pallido come un cencio ma vivo. Guardava le
loro barbe, la stella rossa sul basco, mentre il cielo
rischiarava. Giunti a Lendinara, si fecero strada
fino all’ospedale, in via Perolari. Quello vecchio
però, con le sue belle colonne bianche, dove poi
hanno fatto quest’altro che vede.
Il ragazzo era in stato di shock, ma respirava ancora.
Ogni tanto cercava con la mano la sua pistola.
Fece appena in tempo a dire nome e cognome
alla suora che lo accolse, poi restò a fissarla con
occhi bianchi.
Come dice? Se mio padre era uno dei partigiani?
No, lui era falegname. Lo chiamarono per fargli
la cassa da morto, ma quel ragazzo non l’ha mai
scordato, e io neppure.
Pierino Vergani, paracadutista italiano del C.I.L.,
appartenente allo Squadrone F-Reccia, pattuglia
V, partecipò alla più grande missione paracadutata
sostenuta da soldati italiani nella Seconda
Guerra Mondiale: l’Operazione Herring n.1 (20-23
aprile 1945). Ferito dalla contraerea in fase di lancio,
nel ferrarese, morì all’ospedale di Lendinara,
fra le braccia della suora che lo aveva accolto.
