Pepe
di Rosetta Menarello
In lontananza il BINGO pareva un’incredibile
astronave atterrata poco oltre la città
dove le case si diradavano ed il cielo si faceva
via via più scuro.
Le luci intermittenti e due laser rotanti
creavano intorno un’enorme aureola che
rendeva quel posto inconfondibile; un’eccitante
attrazione per chiunque volesse fare
acquisti di qualsiasi genere.
Federico fu preso da un’irrefrenabile euforia,
un desiderio acuto di essere già lì, di
fronte alla porta automatica che tra poco
l’avrebbe ingoiato.
- Dai papà, accelera! Voglio arrivare subito.
Con le mancette del mese posso comprare
l’ultimo modello di video game per il mio
PC. -
- Basta giochetti Federico! Sei già strapieno
di quelle sciocchezze che ti fanno frullare il
cervello! -
Il bambino, seduto dietro i genitori, aggrappandosi
al sedile molleggiò continuando:
- Me lo compro, me lo compro… -
Il papà era silenzioso, forse soprappensiero
o forse era semplicemente allenato a non
ascoltare le schermaglie tra Federico, proiettato
verso l’attrazione delle ultime novità
elettroniche, e sua moglie.
L’auto lasciò la statale per immettersi
nell’area del “BINGO”. Non era facile a
quell’ora trovare un posto al parcheggio
ma il papà fu rapidissimo tanto da meritarsi
un bravo, bravissimo dalla voce concitata
del ragazzino.
L’area del centro commerciale era un formicolare
di auto e persone, un andirivieni
che diede a Gianni un pugno di disagio allo
stomaco. Era sempre così, ma si adattava
alle necessità della vita moderna, agli acquisti
che Marina amava fare e alle continue
curiosità elettroniche di Federico.
- Dai papà, muoviti, vuoi che arriviamo
quando è già tutto chiuso? -
- Federico, datti una calmata! Hai la camera
piena di quelle diavolerie! -
Parole inutili perché lui si era già catapultato
davanti alla grande porta scorrevole dell’ingresso
principale che si aprì con un soffio vibrante
nascondendolo alla vista dei genitori.
Era già proiettato verso il negozio di elettronica
quando la sua curiosità fu attratta da un
gruppo di persone radunate nel bel mezzo
dell’atrio che immetteva alle diverse aree di
vendita. Incuriosito si avvicinò.
Al centro del gruppo era un bancone ricoperto
da uno strano tappeto maculato
di pelliccia sintetica sul quale troneggiava
una grande cesta imbottita con della spugna.
Federico si avvicinò per guardare bene
la scena che lo incuriosiva.
Dentro la cesta erano accoccolati quattro
cagnolini. Tre di loro erano bianchi punteggiati
da macchioline nere. Il quarto aveva
la testa nera con una striatura bianca disegnata
sulla fronte. Di fianco alla cesta era
sistemato un cartello giallo su cui stava
scritto: CUCCIOLI SENZA MAMMA, CERCANO
AFFETTO.
Gianni e Marina erano arrivati alle spalle di
Federico che pareva incollato a quell’insolito
bancone.
- Su, andiamo, dov’è finita tutta la tua fretta?
- Gli mormorò all’orecchio il papà.
- Intanto che voi vi divertite a perdere tempo
io vado al market. Ho troppe cose da
prendere! - Cinguettò la mamma.
Nel cesto i cagnolini annaspavano gli uni sugli
altri tentando di uscire dal contenitore.
Quello dalla testa nera, prima addormentato,
nel piccolo subbuglio di quella scomoda
cuccia era rotolato fuori come una morbida
palla e rischiò di cadere giù dal bancone se
Federico, svelto, non lo avesse trattenuto.
Così si trovò tra le mani la soffice tenerezza
del cucciolo che emise un lieve guaito. Forse
il primo della sua vita.
Il ragazzino provò un senso
di gradevole tepore. Nella
sua stanza erano passate decine
di pelouches dalle fogge
più disparate ed i colori
più incredibili ma nessuno
gli aveva mai dato una sensazione
come quella che ora
provava. In quel nero lucido
e soffice spuntavano due minuscole
orecchie e luccicavano
un paio di occhietti curiosi
che per un attimo fissarono
i suoi.
Fu così che Federico scordò
completamente il motivo del
suo ingresso al Bingo. Dimenticò
come per magia, il nuovo
videogioco, quello che avrebbe
scatenato l’invidia dei suoi
amici; quello che desiderava
con tutto se stesso.
Istintivamente si portò al petto
quel fagottino e gli carezzò la
testa sentendo sotto le dita le
minuscole orecchie vellutate.
La dolcezza che lo aveva catturato
da qualche minuto lo
aveva ormai rapito.
- Ti piace? Tu a lui piaci tantissimo!
-
Una voce femminile lo scosse
da quello stato di benessere
sconosciuto. Era la signora
che aveva portato i cuccioli
al centro commerciale che lo
guardava con un sorriso accattivante.
Si, si mi piace!
- Mettilo giù che la mamma ci
aspetta! -
Federico cercò di nuovo gli
occhietti lucenti del cucciolo.
Li incontrò ancora e gli
sembrò che fossero più brillanti
di prima. Gli parve che
chiedessero qualcosa che solo lui poteva dargli.
- Papà, ti prego, portiamocelo a casa! Ti prego, ti prego,
convincerò io la mamma! -
- Ma non possiamo tenere un cane in appartamento! -
- Lo terrò in camera mia! Non darà fastidio a nessuno! -
Forse era già una piccola battaglia persa!
Il cucciolo si chiamò subito Pepe e fu di Federico.
Marina che si avvicinava col carrello stracolmo vide
quell’inaspettato trio e, prima ancora di chiedere quello
che era successo, accettò l’evidenza. Forse per suo figlio
era meglio un cucciolo in appartamento che l’ennesimo
videogioco.
Federico capì il sì della mamma e lo capì forse anche
Pepe perché il bambino sentì sulla mano uno strano tiepido
gocciolio.
