LA FRITTATA DI J. W.
di Milo Vason
Vennero Marsala e Calatafimi. Palermo e Milazzo. Messina e San Giovanni, Reggio nelle Calabrie, Nicotera e Mileto. L’esercito borbonico si sfaldava, quello garibaldino imbiondiva. I Cacciatori deponevano le armi, fuggivano sulla via di Napoli ad ingrossare le schiere dell’ultima resistenza, o passavano le barricate per raggiungere Garibaldi, sparacchiati alle spalle dai comandanti loro. Il mito del Generale e le sue gesta, ingigantite dal vociferare, precedevano le colonne in camicia rossa in ogni paese, in ogni anfratto d’Aspromonte. Sarebbero state spezzate le catene di un giogo secolare. Nessuno sarebbe più stato escluso dalla vita pubblica del suo paese. Ognuno avrebbe lavorato per sé e non per i padroni affamatori e, forse, sarebbe diventato padrone al posto loro. Fu nei pressi di Monteleone, passato Scilla, che Alberto Mario, luogotenente di Garibaldi, s’accampò con lo Stato Maggiore. Si era attorno al 25 d’agosto del 1860. Scelsero una turpe locanda per la colazione, oltre la Termopile, e l’infermiera e reporter inglese Jessie White, moglie di Alberto Mario, precedette il drappello a bordo della sua ambulanza. Dopo la battaglia di Solferino, drammaticamente combattuta un anno prima, ella volle prestare soccorso ai feriti in battaglia. Quel giorno prometteva pace, s’era da poco combattuto, così staccò il marito e lungo la via comperò delle uova. Gli uomini infatti, si nutrivano di sola frutta da una settimana. Giunta alla locanda, che sembrava sguarnita di tutto per il passaggio del nemico, chiese dell’oste. “La mia cantina è vuota per i borbonici passati testè, ma non per voi!” disse l’oste patriota. Insieme dissotterrarono pane e fiaschi di vino, e attesero. Alberto Mario cavalcava in testa. Lungo la via, ciarlando con Canzio, De Cristoforis e Gallenga, ripensava al recente incontro fatto con un maggiore borbonico, loro prigioniero. Prima di liberarlo con gli onori di campo, gli chiese: “Perché non vi unite a Garibaldi, campione della causa buona?”. Il maggiore rispose, affranto dall’ordine delle cose, che avrebbe raggiunto i suoi per combattere nuovamente gli insorti, pur essendo grato al comandante garibaldino per la libertà ricevuta.
Quando il drappello raggiunse la locanda come stabilito, un soave profumo inebriò gli uomini, stanchi di polvere e lunghi digiuni. Una solenne frittata di sessanta uova in quel derelitto luogo, parve all’affamato quartier generale un sublime banchetto. Un tuorlo d’uovo sbattuto nello zucchero e diluito in un bicchier di vino fu sostanzioso alimento alle guide e ad altri ufficiali. Era la vita del garibaldino. Fame, guerra, amore, gloria e giovinezza. In una parola: Romanticismo. Alberto Mario, comodamente accasciato, gustò quel pranzo frugale osservando la moglie amata servire i compagni d’armi. Il ricordo volgeva a Lendinara, sua città natale, da cui fu costretto all’esilio. Non di meno, il suo pensiero tornava insistentemente al dialogo sostenuto con il maggiore napoletano. Perché quell’uomo colto, rispettoso dei suoi nemici al punto di cambiar vita ed inseguire l’audace utopia degli insorti, non ebbe la forza d’unirsi a loro? Sorseggiando un nuovo bicchiere, ripensò alla sua frase d’addio: “Il giuramento, la gratitudine, la fede di gentiluomo mi legano al mio re. Persevererò finché avrò incontrata la morte. Voi morrete per la libertà, io pel dovere. Il vostro sepolcro sarà infiorato dalla lode, il mio non avrà che il compianto di qualche rara anima imparziale”. Questo disse il maggiore ad Alberto Mario. Egli così rinunciava alla giovinezza e alla vita. Prima ristette, poi se ne andò triste, come chi deve.
NOTA: L’episodio narrato è liberamente tratto da: La camicia rossa, di Alberto Mario, a cura di Pier Luigi Bagatin, ed. Antilia, 2004. Il maggiore borbonico di cui si racconta, continuò a combattere i garibaldini. In una nota Alberto Mario scrisse: “…poscia seppi che cadde trafitto nella battaglia del Volturno, e venne sotterrato con calce in una fossa promiscua con mille cadaveri. E l’indistinta sepoltura contese alle sue reliquie la dolcezza del sognato compianto”.

