LA STANZA DI MAGDA
di Rosetta Menarello
L’infermiera del turno di notte era passata col
carrello delle medicine e Magda aveva offerto il
braccio alla consueta endovena.
L’ago era penetrato nella traslucida mollezza della
pelle violando ancora una volta il silenzioso
scorrere del sangue contaminandolo con lo stillicidio
del sedativo.
- La mente deve riposare, Magda! Con questo
dormirai! Buona notte. -
Sdraiata sull’irregolarità scomoda e grumosa del
materasso, Magda lasciò che l’infermiera facesse
quel che doveva. Chiuse gli occhi all’acuto dolore
dell’ago che pareva volersi prolungare nella
lunghezza del braccio per arrivarle al cuore.
Tenne gli occhi sbarrati, spalancati verso le striature
umide e grevi del soffitto cercando rifugio
nelle nicchie misteriose create da un groviglio di
crepe sottili.
Il liquido aveva iniziato il suo viaggio…
A bordo del sangue si lanciava alla conquista
del cervello braccandolo con la sua spasmodica
bramosia di un predatore che cerca la sua vittima.
Il carrello si allontanò col tintinnio di boccette
e fiale ritmato dalla cadenza secca degli zoccoli
ai piedi dell’infermiera. Magda restò immobile.
Non aveva più voce per dire che l’iniezione della
sera era inutile, che da tempo il cervello rifiutava
di lasciarsi abbeverare dal liquido della siringa
e che trovava pace solo entrando nella sinuosa
complessità delle macchie che disegnavano lo
spazio del soffitto. Una smorfia, che voleva essere
un sorriso, le allargò la bocca, ormai disarmata di
gran parte dei denti. Molti erano caduti durante
le crisi di isteria che le avvelenavano l’esistenza
costringendo la famiglia a ricoverarla nella struttura
d’assistenza psichiatrica.
Fu la paura a possederla piano piano, senza
scampo, poi con un incalzante crescendo d’intensità
tanto che nemmeno i suoi cari furono
più capaci di contenere le sue crisi. Diventava
aggressiva, ruggente come un animale selvatico.
E, negli anni ’50 – ’60, furono diversi manicomi
a darle casa. Quando aveva periodi buoni passeggiava
in giardino. Lei si sentiva una bambina.
Una specie di Alice nel paese delle meraviglie…
Si avvicinava agli alberi e accarezzava la corteccia
con soavità, come se arpeggiasse. Accostava
loro il viso accompagnando le sensazioni provate
con lo sguardo ora stupito, ora attonito e spaventato,
ora rosso d’un’ incontenibile emozione.
D’improvviso si liberava, quasi qualcuno l’avesse
cacciata violentemente via, e scappava verso il
portone d’uscita.
Guardava e correva agitando le braccia come
per liberarsi da uno sciame che l’avesse assalita
e dal quale occorreva fuggire.
Tante volte l’avevano inseguita e salvata da incidenti
gravi che avrebbero potuto costarle la vita.
E quando più nessuno la volle accanto, dopo la
morte dei genitori, la sua famiglia fu dentro le
mura del manicomio. La sua casa fu racchiusa
nella segreta oscurità di una valigia di cartone
che era sopravvissuta alla seconda guerra mondiale.
Lì erano raccolte tutte le sue cose…
C’era un vecchio quaderno solcato dalla sua
calligrafia immatura che tentava di raccontare
pensieri intricati esalati da quel cervello che
non seguiva regole “canoniche” e nel suo volare
sbatteva contro le pareti della sua prigione. Tra
le pagine s’era seccata una margherita che esibiva
un gambo stecchito ed ormai vano ad ogni
sostegno.
L’infermiera ed il suo carrello erano rientrati nella
guardiola dove avrebbero trascorso la notte.
Il liquido della fiala era arrivato al cervello e ne
percorreva le fibre imbevendole di torpore sonnolento
che avrebbe cancellato ogni possibile
ribellione da parte di Magda.
Un minuscolo spazio dell’area pensante si era
chiusa al passaggio della sostanza del torpore e
richiamava Magda alla vita.
Le mani, prima immobili prolungamenti di braccia
ancora forti, si levarono verso l’alto, protese
ad indicare una via. Alla spalliera del letto penzolava
un rosario, dimenticato lì per ricordare
presenze già passate.
Gli occhi seguirono, da viandanti curiosi, i sentieri
descritti dalle macchie sul soffitto e finalmente
Magda fu fuori dalla sua gabbia. Si avviò
tra gli alberi che costeggiavano i sentieri che ora
si aprivano soltanto per lei.
- Signorina, posso offrirle una margherita? -
E la voce che da tempo s’era fatta un gridare gutturale
rispose con dolcezza:
- Si… -


