ALBERTO TRETTI
di Gustavo Millozzi
Alberto si è avvicinato alla fotografia in giovane età imparando a fotografare prima con le semplici macchine “inquadra e scatta” e poi con una “reflex” solo manuale avuta in regalo che gli ha dato la possibilità di impadronirsi dei basilari elementi di tecnica e di ripresa utili per una corretta ripresa che gli ha contemporaneamente permesso di affinare le sue già connaturate capacità creative. Le prime fotografie eseguite erano per lo più dei ricordi personali e non vi era ancora la consapevolezza di una ricerca in quanto egli ancora non intuiva le possibilità che il mezzo impiegato gli poteva offrire per esprimersi attraverso una produzione “sentita”. Ripresa in mano da qualche anno la macchina fotografica – essendosi reso conto, dopo una lunga pausa, che la stessa gli offriva l’opportunità di usufruire di un moderno e compiuto linguaggio per poter finalmente colmare la sua urgenza di esprimere quanto sentiva dentro di sé senza limitazioni o timidezze – si è ora dedicato a quest’arte con deciso impegno avvalendosi anche di quanto precedentemente appreso. Così, se nel suo primo periodo la fotografia ha rappresentato un momento ludico, è divenuta attualmente una passione ed uno strumento indispensabile capace d’influenzare il suo modo di pensare, di vedere e di agire. E’ chiaro, studiando le sue immagini, che ha velocemente superato infatti la fase in cui si fotografa ciò che è bello o strano in quanto ciò non è più nelle sue intenzioni in quanto insufficiente a soddisfare il suo bisogno di studiare a fondo un mondo da rappresentare come teatro di una trasformazione ineluttabile della quale l’uomo è motore. Ed è così che sono nate le sue sequenze di immagini, i suoi portfolio mai scontati anche se potevano essere considerati fatui (come “Burattini” realizzato sull’evento “Magico”) o di primo acchito interpretabili quali mera denuncia (come quello in cui descrive l’abbandono con conseguente rovina di edifici ed attrezzature esistenti sulla vasta area di un’industria padovana di macellazione), lavori che ha anche realizzati in audiovisivo. La sua ultima ricerca - che ha titolato “L.180/78” - l’ha portato in un manicomio dismesso, in un involucro vuoto, scheletro di una realtà ormai scomparsa, da dimenticare, e quanto da lui rappresentato - ed in queste pagine ne abbiamo qualche esempio - sono lacerti di vita obliati, sparsi nella polvere tra la fatiscenza di arredi, la decomposizione di stoffe e di intonaci dove restano solo ancora intatti i segni di una religiosità forse ingenua ma che certamente aiutava i reclusi a sopportare ed a sperare. Philippe Pinel quasi duecentocinquant’anni orsono asseriva che il manicomio è uno spazio in cui il malato trova quella stimolazione equilibrata in sensazioni, emozioni e idee atta a fargli ritrovare l’equilibrio psichico perso nel “tumulto” della società di fuori. Alberto Tretti, nel percorrere e soffermarsi in quelle stanze, senza dubbio, prima di scattare le sue foto, ha ancora percepito tali sensazioni, idee, ed emozioni che ha saputo quindi trasmetterci con le sue immagini, realizzate con sensibilità, sapiente impiego di tecnica e con adeguato colore mai violento, evocandoci così la presenza-assenza di chi lì aveva vissuto e sofferto.
Note biografiche
Alberto Tretti, classe 1973, ha iniziato sin dall’età di 12 anni ad interessarsi di fotografia ma solo da qualche anno, approdato in un noto circolo fotografico padovano – nel quale presentemente è parte attiva e componente del suo consiglio direttivo - ha approfondito le sue conoscenze dedicandosi con impegno sia nel campo del bianco e nero, sia in quello del colore riscuotendo consensi di pubblico e di critica. Si è quindi dedicato con pari successo - usufruendo delle immagini da lui riprese – alla realizzazione di lavori multimediali su realtà del nostro territorio.






