IL COLORE DEL PANE
di Rosetta Menarello
A quell’ora del mattino, quando il sole aveva ancora un brillare carezzevole, il grano maturo assaporava il tiepido umidore della rugiada notturna non ancora evaporata. Il giallo era intenso, d’un pregnante bagliore che nutriva lo sguardo ed ampliava lo spazio dei campi. S’era levato presto quel giorno. Solo un segno di luce ad oriente: per dire che la notte era finalmente finita. Respirò profondamente e gli sembrò di catturare il giallo pastoso che adesso s’era fatto caldo, in qualche punto bronzeo… Nella magica armonia di quel silenzio si sentiva in pace. Era una sorta di indefinita beatitudine che si abbarbicava a tutto il suo essere. Socchiuse gli occhi e si divertì a sbirciare quell’oro invadente come una marea. Forse assomigliava più ad un deserto di sabbia che ad un mare ma l’ondulata movenza delle spighe accarezzate dall’aria induceva ad immaginare l’andirivieni dell’acqua marina…
Presto sarebbero arrivate le donne che
aveva chiamato per mietere le spighe e
allora l’ondosa movenza del giallo si sarebbe
tramutata nell’ispido secco delle
stoppie.
Le vide arrivare dal fondo dello stradone.
Colorate come coriandoli, si avvicinavano
avvolte nella spensierata trasparenza
della loro giovinezza. Vedendolo
agitarono le mani ed i capelli.
- Bondì, paron, semo ‘rivà! -
Lui borbottò il suo saluto e con un cenno
del capo indicò la trave del portico dove
stavano infilzate le falci.
Ad una ad una le impugnarono come antichi
guerrieri pronti a brandire la spada.
Con quel sottile armamento si addentrarono
nel campo schierate in una tacita
formazione da battaglia.
Agguantavano con abile destrezza abbondanti
manate di spighe e con un
colpo secco tagliavano i gambi vuoti e
lucenti.
Ne facevano poi mazzi più grandi che
componevano in architetture simili a
case di paglia.
Case o chiese? Profano e sacro sulla spaziosa
ampiezza dei campi.
Così era passato il giorno; la sera aveva
spento i colori ed ovattato i suoni mutandoli
in bisbigli e fruscii.
I colori delle donne s’erano ritirati nella
frescura delle case a consumare cene dal
sapore di erba e di uova.
E lui non seppe resistere ad un vagabondare
tra i covoni che ora parevano un
primitivo villaggio dove abitavano antiche
divinità protettrici della terra e delle
messi. Faceva pochi passi ascoltando il
secco frusciare delle stoppe sottili e poi
si arrestava immobile per catturare le
voci misteriose della notte.
Aspirò il singolare miscuglio che le creature
vegetali realizzavano nel loro crogiolo
segreto.
Per pochi istanti, un brevissimo tempo,
fu un tutt’uno con la Natura che lo accoglieva…
Fu grano maturo, fruscio d’erba, voce di
vento, odore di terra…
Fra qualche ora il villaggio di frumento
si sarebbe mutato in andirivieni di donne
colorate e uomini sudati con le spalle
graffiate dal secco pungente della paglia.
E il grano avrebbe ancora una volta cantato
la sua canzone dell’estate gocciolante
di stelle venute ad ascoltare millenarie
armonie di grilli nell’oro della
paglia odorosa di sole e di pane.


