HIC SUNT LEONES
di Rosetta Menarello
Venezia li accoglieva nel suo abbraccio
nebbioso ma sempre speciale ed affascinante
in quella mattina di novembre. Marina
e Camillo intravidero la silhouette di
palazzi e campanili in una rapida successione
di forme dal finestrino dell’aereo
che già si posava sulla pista del Marco
Polo con un colpo addolcito dalla corsa
rapida verso la fine della pista.
Erano a casa.
Un sorriso, uno sguardo d’intesa che si
posò per entrambi sul fagottino sistemato
sul sedile di mezzo. Samuel dormiva
nell’ovattata morbidezza della tutina a
sacco.
Il visetto spiccava nel giallo nel giallo degli
indumenti e Marina lo immaginò un
piccolo girasole che finalmente avrebbe
avuto la luce di una vita serena.
Quella di Samuel era una storia breve ma
già segnata da eventi che sovente, in paesi
come l’Africa, può diventare tragedia
se la Provvidenza o la fortuna non intervengono
a mutare la traiettoria.
Lei e Camillo sapevano bene questa verità
e sovente l’avevano sperimentata anche
in altre parti del mondo. Entrambi lavoravano
per un giornale ed avevano scelto i
rischi e le soddisfazioni di un lavoro duro
e rischioso anche ricchissimo di situazioni
ai margini dell’impossibile.
Lei era la fotografa e lui il cronista. Un
amore bello e senza intoppi. Nato in
modo quasi inevitabile proprio in Africa.
Lei era in Kenya per una rivista scientifica,
lui per documentare un vasto scontro
tribale.
Un incontro quasi casuale che s’era trasformato
in una conoscenza che li unì
mutandosi in amore.
Un percorso non fulmineo ed appassionato
ma una sorta di viaggio, di scoperta
e di approdo.
Marina amava la natura in modo straordinario
e sapeva cogliere di ogni creatura
il cuore, ciò che rende vivi e che dà un
senso alle forme, ai colori, ai gesti.
Spesso aveva scelto l’africa come scenario
spettacolare del creato e con il suo
flash aveva immortalato i tramonti rossi
sui quali le sagome dei grandi erbivori
divenivano affascinanti fondali dove gli
occhi erano inevitabilmente catturati.
Si era lasciata condurre da guide locali,
rischiando anche la vita per catturare il
terrificante ruggito del leone emergente
da ispidi cespugli rinsecchiti che lanciavano
al cielo semi sottili come seta.
Aveva planato con gli occhi inseguendo
voli di uccelli dal piumaggio variegato o
il minaccioso volteggiare degli avvoltoi
sui banchetti abbandonati dai ghepardi.
Libera ed innamorata del visibile che si
può catturare e tenere tra le mani nello
spazio di pochi centimetri, questo era
Marina.
Poi era arrivato Camillo. Forse con lo
stesso amore per ciò che la vita propone
agli uomini.
Si erano conosciuti in un albergo di
Nairobi e la loro amicizia era continuata
in Italia trasformandosi in un amore
dalle radici solide che presagivano un
comune futuro.
- Siamo un baobab! - le ripeteva allegro
- nulla ci può abbattere! -
Lei era felice di questa sicurezza e per
dargli un segno dell’affetto che provava
si “convertì” alla professione di reporter
di guerra.
Così i branchi di gnù in fuga divennero
file di profughi che lascavano le rovine
delle città e il volo degli uccelli dai piumaggi
colorati si mutarono in bambini
mutilati dalle schegge.
Erano foto-documento che lasciavano
segni negli sguardi e nel cuore. E quello
di Marina ebbe un sussulto, inevitabile
forse per una donna che la vita predestina
alla maternità.
Il suo istinto, lungamente assopito da
una professione appassionante, germogliò
dalla crosta apparentemente secca
dell’indifferenza.
Si commosse alla vista di una madre
trascinata per le gambe da una banda
di rivoluzionari ubriachi ed imbruttiti
dalla violenza.
Lei chiamava a gran voce un nome: Samuel,
tendendo le braccia verso la capanna
che bruciava.
Fu un attimo e mentre Camillo ed il cameramen
le gridavano di scappare Marina
si tuffò nel fumo.
Nel brevissimo spazio di tempo che le
fu concesso dalla sorte riuscì a vedere
qualcosa che si muoveva al centro della
stanza.
Lo prese e si voltò alla ricerca della luce
richiamata dalle grida vicinissime di
Camillo.
Attimi che non avevano durata e tutto
s’era compiuto.
Madre, questo è tuo figlio! aveva mormorato
qualcuno.
E lei fu madre.
Nel caotico marasma della guerra vi
furono per Marina e Camillo le pratiche
per una sorta di affido che potesse
permettere loro di tenere quel
bambino figlio della disperazione per
consentirgli di riavere il diritto di esistere.
E mentre decollavano da Nairobi con
quel piccolo girasole tra le braccia fu
certo per entrambi che erano diventati
rami di quel baobab simbolo della
forza e delle radici che permettono la
vita anche quando tutto sembra sconfiggerla.

